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Hollywood, “cosa sarebbe successo se…”

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Mentre HBO ritira “Via col vento” dal catalogo, su Netflix si racconta la vera storia di Hollywoood

Gli autori di Hollywood, Ryan Murphy e Ian Brennan, raccontano le ambigue e oscure macchinazioni, non solo dello star system degli anni ’30 ’50, ma di tutta la menzogna del sogno americano.

E fanno di più: ricostruiscono e riparano, recuperano e premiamo chi non veniva premiato.

Si riprendono e offrono rivincite.

Hollywood è la storia di speranze, sogni e ferite che si allargano mettendo il dito nel desiderio, mentre gli occhi guardano lontano e il naso si occupa di non badare agli odori della realtà nascosta sotto al mento.

Gerarchizzazione narrativa, codice Hays, la segregazione e la caccia al comunista spingono le produzioni a raccontare la patina, la polvere dorata che nasconde il tappeto su cui un po’ tutti ripulivano le suole delle proprie scarpe.

Il divismo non è altro che il potere esercitato da un’immagine che non appartiene più al soggetto che l’ha generata.

Cristina Jandelli – Breve Storia del divismo cinematografico

La star strategy trasformava gli attori in manichini in cui fisico, carattere e stile erano di proprietà della compagnia, del cast, dell’intera produzione.

Edgar Morin, in Les Stars, scriveva “i divi del cinema sono i miti della modernità, cioè la rivisitazione del culto classico greco-latino” mentre, secondo Metz, lo spettatore si identifica con l’attore in quanto star invece che col ruolo.

Rock Hudson, pseudonimo di Roy Harold Fitzgerald, per esempio, ha dovuto nascondere per anni la sua omosessualità, invece nota nell’ambiente.

Rivelarla avrebbe distrutto l’immagine virile e vigorosa con cui lo spettatore si identificava.

E così, di fronte al pubblico, Roy Harold Fitzgerald moriva per lasciar vivere Rock Hudson.

In Hollywood – che mescola continuamente realtà e finzione – l’attore dichiara invece la sua omosessualità, si presenta alle premiazioni dell’Oscar tenendo la mano a Archie Coleman, omosessuale e – per giunta – afroamericano sceneggiatore del film Meg.

Film che non esiste, ma che trae spunto dalla vera storia di Peg Entwistle, giovane attrice che si suicidò gettandosi dalla scritta Hollywood, al tempo ancora Hollywoodland.

Che è un po’ come dire Dreamland, parola in codice usata in una pompa di benzina dietro cui si cela un giro di prostituzione, un ulteriore micromondo che spiega bene la landa sconsolata del mondo dello star system.

E allora ci sembra forse più chiaro che l’andare verso il sogno poteva significare due cose: che se non arrivavi a morire realmente come Peg, lo facevi ogni giorno, come Roy Harold Fitzgerald.

In entrambi i casi, la Serie TV riscrive i finali.

E Meg diventa un pretesto per mostrare un fiume carsico che avrebbe dovuto esplodere allora, per mostrare e riparare da subito soprusi e ingiustizie, come quelli ai danni di Anna May Wong, attrice asiatica cui venivano offerti solo ruoli stereotipati e che in Hollywood vince invece addirittura un Oscar come migliore attrice non protagonista.

E mentre HBO ritira Via col vento dal catalogo, per ripubblicarlo con un video contestualizzante, e la questione razziale continua a fare su e giù senza mai risolversi, su Netflix si racconta sul serio come sarebbe stato se lo star system avesse da subito lottato per ripulire le sue storie da stereotipi ed emarginazioni.

In “Hollywood”, Hattie McDaniel ha già vinto il suo Oscar come attrice non protagonista proprio per l’interpretazione in Via col vento; ma mentre ancora oggi si contesta il suo silenzio nei confronti degli studios che continuavano, proprio come avevano fatto con lei, a relegare i neri a ruoli di servi spesso pigri, ottusi e violenti, nella serie TV è redenta, spiega i suoi errori, l’assurdità del suo silenzio e spinge Camille Washington, attrice nera protagonista di Meg, a prendersi tutto ciò che le spetta.

Insomma, Hollywood fa Hollywood.
Ricostruisce i finali, mostra la luce in fondo al tunnel, di fianco alla rabbia, in mezzo alla morte, circondato dalle sue ambiguità e mostra come per far nascere una stella bisogna tenere accesso a lungo il buio.

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di canzone con Achille Campanile

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Achille Campanile, autore del disco “Port’Alba”

https://www.facebook.com/puntoredazione/videos/117764840204404

L’incontro con Achille Campanile ha messo in luce diversi aspetti creativi e ricreativi della canzone.

Dall’incontro con l’autore, è uscito fuori che la riscrittura di testi poetici o romanzeschi, come quelli con Saba, Montale e Calvino, può offrire agli artisti un appiglio creativo-culturale importante.

Achille Campanile, nel suo disco, ha lavorato di transcodificazione, cioè di trasmigrazione da un genere all’altro di temi importanti contenuti in Amai, di Saba, Nuove stanze di Montale e Le città invisibili di Calvino.

Dalla messa in musica di Amai, al sommario di Nuove Stanze, con sfumature di personalizzazione d’autore, passando alla riscrittura-reinterpretazione dei temi di Ipazia.

L’autore, durante la diretta, ci ha fatto ascoltare come la sua bellissima voce dialoghi bene con la cultura e la ricercatezza di un linguaggio colto ma, allo stesso tempo, capace di lasciarsi ascoltare.

Il binomio ricerca-divertimento, nei brani contenuti in “Port’Alba”, ma in generale nell’arte di Campanile, diventa una possibilità importante per chi vuole addentrarsi nella canzone d’autore.

Il video della diretta è disponibile sulla nostra pagina facebook.

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Facciamo il Punto! con Achille Campanile

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Prossimo ospite di “Facciamo il Punto! con l’autore”, il giovane cantautore Achille Campanile.

Il prossimo ospite ha 23 anni, è laureato in Lettere Moderne alla “Federico II” di Napoli ed è attualmente iscritto al corso magistrale in Filologia Moderna.

Da sempre appassionato di musica e letteratura, Achille Campanile sta costruendo i suoi primi passi nel cantautorato tenendo insieme proprio questi due mondi.

“Port’Alba”, il suo disco d’esordio, registrato negli studi di illimitarte, con la collaborazione di Raffaele Cardone, dimostra proprio come sia possibile ancora fare letteratura con la musica.

Recensione dell’album d’esordio di Achille Campanile

Il prossimo giovedì, 14 Gennaio, ore 19:00, in diretta sulla Pagina Facebook, è appunto di questo che parleremo con lui:

come letteratura e musica siano, di fatto, un tutt’uno, e di come lui riesca a raccontare l’attualità con un linguaggio che non cambia, che resta fedele a sé stesso, sempre contemporaneo e che non strizza l’occhio al mainstream.

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Death to 2020, il racconto ironico degli ideatori di Black Mirror

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Death to 2020, ideato da Charlie Brooker e Annabel Jones è stato pubblicato su Netflix il 27 dicembre 2020

Tecnicamente un mockumentary, cioè un documentario serio di temi dal sapore fantascientifico, Death to 2020 si mostra piuttosto come un ironico, sarcastico e polemico racconto dei fatti realmente accaduti.

E in tanti hanno pensato che il 2020 – tra incendi in Australia, risposte violente del movimento Black Lives Matter all’assasinio di George Floyd per mano della polizia americana e il Covid 19 – potesse diventare soggetto perfetto per un episodio della serie antologica Black Mirror o di qualsiasi romanzo film distopico.

E però, in un anno che ha visto anche androidi ballanti in tutto e per tutto speculari a quelli visti proprio in Black Mirror, sarebbe stato scontato se non autolesionista, da parte di Charlie Brooker e Annabel Jones, fare la bella copia di uno spavento vissuto e ancora sofferto.

Così la satira sfrontata, per nulla velata, diventa antidoto a un anno che ha dato poco spazio al riso e, soprattutto, a quello dianoetico, cioè anche pronto a riflettere sugli eventi e sulla risposta dei cittadini a certe restrizioni.

Così, Hugh Grant veste i panni di un vecchio esperto di storia, Tennyson Foss, che, ad esempio, dopo aver saputo della notizia su Boris Johnson, trovato positivo al corona virus, confessa preoccupato di non saper trovare qualcuno peggiore di lui che possa sostituirlo.

Cristin Milioti, già protagonista di un episodio di Black Mirror, Uss Callister, interpreta Kathy Flowers, una “mamma informata” – di quelle che cercano la verità su siti improbabili, come www.leveritàchenoncidicono.com.

Così come Gemma Nerrick, interpretata da Diane Morganuna, che crede a quanto le viene detto da social e tv, ma in maniera più passiva, quasi innocente, senza la spinta di proselitismo che caratterizza il personaggio della Milioti.

In Death to 2020, tutti mantengono posizioni inverosimili e, tra il serio e il faceto, mettono in piedi una satira vorticosa che trascina presidenti, politici di ogni tipo, virologi, esperti e uomini medi.

Solo Dash Bracket, giornalista del New Yorkerly News, interpretato da Samuel L. Jackson, soprattutto quando si parla della triste morte di George Floyd, affonda le unghie nella carne viva e attacca la polizia, accusata di essere tanto attenta con chi spaccia denaro falso e meno con i colleghi che uccidono impunemente.

«Ci sono voluti pochi minuti per uccidere Floyd e 4 giorni per imprigionare i suoi uccisori», dice Bracket-Jackson.

Roba che, se un solo artista o intellettuale italiano si fosse permesso di polemizzare con le forze dell’ordine, denunciando soprusi e abusi di potere, sarebbe stato mandato in esilio.

Death to 2020 non è Black Mirror, ma è quanto accade a certa satira distopica se la distopia si fa reale ed è necessario riderne per passarci sopra, per indorare la pillola e tenersi aggrappato a un briciolo di energia per buttarsi alle spalle questo anno davvero orribile.

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di social con Luca Cerasuolo

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Quella con Cerasuolo è stata una chiacchierata colta e profonda che ci ha permesso di toccare molteplici aspetti del mondo del web, da quelli che coinvolgono il mondo giornalistico fino alla tutela dei dati sensibili.

Esiste una responsabilità deontologica che, a causa dello svilimento della professione del giornalista, è stata messa in crisi.

Il click baiting, infatti, non è solo conseguenza del titolo sensazionalistico necessario per attirare un lettore non più abituato a comprare il giornale, ma anche una graduale perdita di responsabilità del giornalista.

Allo stesso tempo, però, Cerasuolo è ottimista, sinceramente attaccato al senso delle parole e alla possibilità che queste, alla fine, riescano a trovare un loro senso in questo mondo, in cui la tecnologia e la rete offrono opportunità infinite.

È necessario regolamentarne l’uso, promuovere un’educazione a scala nazionale, nelle scuole, perché fin da piccoli si impari, ad esempio, a riconoscere le fake news e a proteggere i dati sensibili.

Consigliamo di seguire il video dell’incontro per approfondire.

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Facciamo il Punto! con Luca Cerasuolo

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Il secondo appuntamento della nuova rubrica culturale avrà come ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Luca Cerasuolo vive con le parole e durante l’intervista cercheremo di capire come è cambiato il nostro modo di comunicare.

Nato nel ’92, è giornalista professionista dal 2015 e studia i social media dal 2012.

Seguitissimo sui social, in particolar modo su twitter, Luca Cerasuolo è laureato in comunicazione con una tesi dal titolo “Semiotica mafiosa, simboli e comunicazione”.

Il lavoro, poi pubblicato su Repubblica.it, gli è valso il il premio “Giancarlo Siani”.

Nel corso degli anni, ha affinato le conoscenze sulle reti sociali digitali attraverso i master con “Up Level” e la “Business School” de “Il Sole 24 Ore”.

Lavora a “Radio Kiss Kiss” come social media expert e digital marketer, dal 2013, periodo durante il quale ha condotto trasmissioni giornalistiche e realizzato format per la radiofonia.

L’incontro con Luca Cerasuolo sarà un’occasione per conoscere più a fondo un mondo in cui la stragrande maggioranza di noi – tra fake news, click baiting, assuefazione e dipendenza – partecipa al gioco senza conoscerne pienamente le regole.

L’intervista sarà disponibile in diretta sulla nostra Pagina Facebook , mercoledì alle ore 19:00

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