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Revolutionary Road, la rivoluzione persa per strada
Pubblicato
5 anni fail

Un capolavoro per critica e scrittori, il pubblico ritenne Revolutionary Road troppo crudo e poco rassicurante.
«Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia», né per immaginare che una coppia come i Wheeler potesse pensare di rivoluzionarla.
In Revolutionary Road, Richard Yates spinge il lettore a osservare il vuoto e la disperazione sopra a un sorriso increspato dal pianto.
Per tutto il romanzo, Richard Yates gioca con le parole.
Wheel significa ruota e l’idea che Frank Wheeler possa essere davvero in grado di condurre, di portare le redini della sua famiglia, deraglia lungo la strada tracciata da Kerouac, già evanescente e senza guardrail in Fitzgerald.
Quell’ «aggregato di negativi» che caratterizza «il cittadino americano della classe media o della borghesia ricca», già raccontato da William Burroughs in La scimmia sulla schiena, trova espressione in un vicinato in linea con i sogni catarifrangenti dell’America e che trova corrispondenza nei tentativi di Milly Campbell di ricamare, romanzare la storia che li aveva coinvolti.
«È di decadenza che sto parlando», dice Frank, durante una chiacchierata a casa Campbell, una decadenza che, in Revolutionary Road, trova riscontro in quell’accordo tacito «per vivere in uno stato di perenne illusione» in cui «la polizia», come in una Dogville antelitteram, «toglie al più presto dalla circolazione […] prima che si svegli il vicinato», lo sporco, il sudicio.
Ed è April Wheeler la vera protagonista di un romanzo che vive su legami immaginari, famiglie unite sotto le vernici color pastello delle case di Revolutionay Road.
Gira a vuoto, April, nel tentativo di uscire da un pantano bovariano, ma la ruota schizza fango su un tempo che, a quell’altezza cronologica in cui è ambientata la storia, corre, e offre «una quasi inesauribile fonte di consolazione».
Ed è su quel quasi che il «disperato vuoto» si fa delirio muto che lievita quotidianamente.
«Ci vuole una certa dose di coraggio per rendersi conto del vuoto, ma ne occorre un bel po’ di più per scorgere la disperazione. E secondo me, una volta che si scorge la disperazione, non resta altro che da fare che tagliare la corda. Se si può, beninteso».
La frase è ben espressa dal più folle e lucido dei protagonisti, John Givings, il figlio della loro proprietaria di casa.
Folle per costruzione e rinchiuso in un manicomio dal quale, di tanto in tanto, esce nel tentativo di un ritorno stabile in società, John – mentre il padre anziano trova la sua fuga, accendendo e spegnendo gli apparecchi acustici – sembra il più lucido umano a comprendere davvero da dove parta la rivoluzione.
April convince Frank ad andare a Parigi, a scappare da quel supervacuo esistenziale che li vedeva rintanati in una mediocre famiglia borghese.
Frank si dice convinto e determinato a cambiare vita. Lo racconta al capo, lo ripete agli amici, ma è un atteggiamento di autodeterminazione costante cui lui nemmeno crede e che si rivela fallimentare.
Si lascia trascinare dalla ruota degli eventi e quando ottiene una promozione e April gli rivela di essere incinta decide di lasciarsi schizzare dal fango e di precipitare in quel buco lasciato in giardino dopo un tentativo di vialetto di ghiaia poi abbandonato.

È in questo buco che precipitano gli eventi.
Dal fallimento della prima della compagnia teatrale amatoriale dell’Alloro, in cui April è l’unica stella a brillare a intermittenza, dalla luce al buio pesto, fino ai tradimenti di Frank con Maureen Grube (grubby significa sudicio, ma anche bacato, ricorda Adriana Dell’Orto a pie’ di pagina).
Piccoli tentativi di cambiare, di evadere dalle pose.
Un romanzo che racconta la disperazione familiare e che si fa archetipo di film come Storia di un matrimonio.
E a proposito di film, la mano del regista Sam Mendes, già capace di ben descrivere, In American Beauty, la prigionia in cui vivono personaggi spesso caricaturali ma dolorosamente reali, diventa perfetta per tradurre in pellicola il mondo-pastello di Revolutionary Road.
Mendes rispetta tutto il romanzo, piegando i movimenti di camera alle panoramiche descrittive e ai restringimenti di fuochi precisissimi di Yates.
Al punto da poter leggere il romanzo e vedere il film quasi in contemporanea, senza che DiCaprio e la Winslet – gli attori che interpretano i Wheeler – sbandino mai fuori dai margini della carta.

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