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La vita davanti a sé, il libro sì.

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“La vita davanti a sé” è tutto ciò che è possibile se ci trasciniamo quanto c’è alle spalle, smarginando le differenze, e tenendosele tutte addosso, come i chili di Madame Rose.

C’è sempre, tra i lettori, questo dibattito la cui vis polemica, forse, tra i meno avvezzi, non si spegnerà mai:

MEGLIO IL FILM O IL LIBRO?

Un ring dal quale, i meno avvezzi al concetto di transcodificazione, che vuole che da un mezzo all’altro qualcosa necessariamente si perda, ne escono con le ossa rotte.

Non c’è da farne paragoni.

Sono, semplicemente, due opere diverse.

E però, ci sono opere come “Revolutionary Road”, per esempio, in cui film e libro dialogano benissimo, al punto che la perdita è solo nella funzione fàtica.

E però, “La vita davanti a sé” di Romain Gary, autore che per anni ha usato lo pseudonimo Èmile Ajar, è un libro che avrebbe richiesto cura e attenzione, in particolar modo rispetto per la leggerezza con cui certi temi sono stati trattati.

Per chi ha già visto il film, nel libro, Momò, il ragazzino, affidato alle cure di Madame Rose, ex prostituta che fa da orfanotrofio illegale per figli di altrettante prostitute, non arriva mai a spacciare, come nel film.

L’adattamento, contestualizzando la storia ai giorni nostri, ha creato questo link in cui, un bambino nero di colore, orgoglioso e anche un po’ viziato, nel 2020, debba spacciare droga, con conseguente redenzione, crescita collodiana.

Il massimo che fa Momò, nel libro, però, è andare con Arthur, una marionetta costruita con un palloncino e un ombrello, a fare spettacoli elemosinanti.

Di che parla però veramente “La vita davanti a sé”?

La storia è una storia di prostituzione, abbandoni, diritto all’eutanasia e libertà mancate, crescite improvvise e di relazioni impossibili, tra bambini e anziani, israeliti e palestinesi, di sogni che si fanno incubi «quando i sogni invecchiano».

La voce di Momò è resa, da Gary, in modo che, ogni frase, ti taglia dentro, fin dalla prima pagina.

La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volte ne sento la mancanza

E quando si lega a un cane, Super, e si rende conto che non può dargli la felicità che lui stesso avrebbe voluto dalla vita, lo dà via, lo mette in vendita, forse non credendo di riuscirci così in fretta.

“Quando Super ha incominciato a crescere per me dal punto di vista sentimentale, ho voluto dargli una sistemazione; è la stessa cosa che avrei fatto per me, se fosse stato possibile”.

I soldi guadagnati li butterà poi via.

Un bambino, ci dicevo, più o meno sopra, per niente uguale a quello del film.

Come se, nel passaggio avesse, dovuto perdere di ingenuità matura e vestirsi di una retorica che non dialoga né con il libro, né con i personaggi stessi.

È Momò a raccontare la storia e lo fa, a volte, sbagliando gli avverbi, usandoli male al posto giusto, regalando, così, dei giochi e delle conseguenzialità tutte nuove, capaci di stupire il lettore che ama strabuzzare gli occhi quando parlano i bambini.

A me non piace la gente che ha la faccia che cambia in continuazione e sfugge da tutte le parti e non ha mai lo stesso muso due volte di seguito. Uno di quelli che chiamano moneta falsa, e certo lui doveva avere le sue ragioni, chi non ne ha, tutti hanno voglia di nascondersi…

Momò non conosce bene l’età che ha, nemmeno è convinto di essere un buon musulmano, va oltre la sua religione, impara l’ebraico per amore, ma anche per osmosi d’amore, di Madame Rose che, sempre più vecchia, sempre più grassa, sempre più malata, darà a Momò l’occasione di amarla fino e oltre la morte.

Non bisognava disturbarla quando piangeva, perché erano i suoi momenti migliori

È un libro che si gioca proprio sulle assenze e sui legami nati su un’identità in costruzione.
Momò non ha famiglia se non quella costruite nella grassezza di Madame Rose e su qualche bella parola del Vecchio Hamil.

Entrambi, Madame Rose e Hamil, perderanno lentamente la memoria.
È sulla dimenticanza, sull’incertezza, sulle scoperte improvvise, come quelle che i bambini fanno giorno dopo giorno, e se sono bambini intelligenti, di ora in ora, che Momò racconta e lo fa col piglio degli scrittori.

Ad un certo punto, dice una cosa bellissima.

Il signor Hamil, un venditore di tappeti, ha un libro che confonde, fonde, unisce, al Corano.

È “I miserabili” di Victor Hugo.

Momò capisce così perché Hamil, spesso, ormai un po’ rimbambito per la vecchiaia, lo chiami Victor e non Momò.
Qualche pagina più avanti, Momò si trova a parlare con due persone tagliate dal film: una è una doppiatrice; c’è una bella immagine metacinematografica sul tempo che non può tornare indietro, proprio come quando si realizzano doppiaggi, a quando Madame Rose era giovane e bella. L’altro è una specie di psicologo che presta molta attenzione e serietà al suo racconto.

E nel raccontare a loro la sua vita, la tragedia della salute pessima di Madame Rose, mentre parla, capisce di avere molte cose da dire, e allora dice, così, come se non ci fosse alcun senso:

“Il signor Hamil ha un Libro del signor Victor Hugo con sé e quando sarà grande scriverò anch’io i miserabili perché è quello che si scrive sempre quando si ha qualcosa da dire”.

Ecco la differenza tra il film e il libro, da un punto di vista, non tanto tecnico, quanto di sentimento: la storia di Momò e Madame Rose è una storia fatta su impalcature di storie su storie, dando schiaffi e carezze, precipitando e risalendo, senza una morale, senza per forza offrire una qualche retorica da incelofanare nella pellicola.

“La vita davanti a sé” è tutto ciò che è possibile se ci trasciniamo quanto c’è alle spalle, smarginando le differenze, e tenendosele tutte addosso, come i chili di Madame Rose.

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