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“Le domande inutili” di Marzia Santelli
Pubblicato
3 anni fail

Marzia Santella presenta l’introspettiva e amara opera “Le domande inutili”, un viaggio nelle sue storie attraverso una vena ironica
Casa editrice: Viversi Edizione (Gruppo Editoriale WritersEditor)
Genere: Raccolta di racconti e poesie
Pagine: 112
Prezzo: 15,00 €
“Le domande inutili” è un’opera che si legge tutta d’un fiato ma forse avrebbe bisogno di una lettura più lenta, riflessiva, per assaporare le tante sfumature dei diciotto racconti e delle diciotto poesie presentate dall’autrice.
Marzia Santella propone la sua terza raccolta di racconti dopo “Marzia con gli Stivali ed altri racconti” e “Ostentata Bontà”. In entrambe è presente una sottile vena ironica, a tratti umoristica, che torna anche in quest’ultima opera. Soprattutto nei racconti, piuttosto che nelle poesie, troviamo pluralità di suggestioni e di intenti.
Vi sono, infatti, storie che commuovono, altre che divertono, altre ancora che trasportano il lettore in un’atmosfera oltre il reale.
L’autrice predilige un’ambientazione rurale per i suoi racconti; ne offre un’interessante spiegazione lo scrittore Michele Sommaruga nella prefazione all’opera:
«L’ambito contadino è predominante: il casolare anche un po’ isolato, la chiesa con il campanile che si vede da lontano, con poche case attorno, il fienile, il verde che trasmette allo stesso tempo armonia e serenità, ma anche paura e buio. Il buio alla sera è la vera differenza che esiste tra la città e la campagna, ed è un buio non solo esteriore, ma che talvolta può prenderti anche nell’animo. La campagna può trasformarsi in pochi istanti, non appena scende il sole all’orizzonte; le ombre si allungano, il buio avanza, in giro non si vede nessuno, una carta sensazione di terrore comincia a farsi largo».
E questa sensazione di inquietudine si insinua in ognuno di questi racconti, anche in quelli più solari (ce ne sono comunque pochi).
Marzia Santella alterna abilmente il sentimento dell’amore con emozioni più negative e distruttive, scandagliando l’animo umano e restituendo la complessità della nostra psiche, che a volte va in blackout.
Ed ecco che allora l’amore si trasforma in follia, o in odio, o ancora in violenza cieca. Ancora, ecco che il lieto fine si fa sempre più lontano, anzi, diviene un miraggio, la visione traballante di un’oasi nel deserto a cui possiamo approdare solo se ci abbandoniamo ad un’illusione, di cui siamo però pienamente consapevoli.
E l’autrice lo sa bene: per questo motivo, nel settimo racconto intitolato “L’amore viene e va”, ci narra la storia amara di una coppia che si disintegra ma poi, nel racconto successivo, chiamato 7 bis e intitolato “L’amore viene e va – il finale che volevi” ci offre una tiepida consolazione dandoci quel lieto fine tanto agognato, eppure così finto il più delle volte, così stucchevole e irrealistico.

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