Esteri
Golfo, fragile spiraglio diplomatico. Trump avverte l’Iran: “Possiamo distruggervi in una notte”
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Tentativo di tregua di 45 giorni tra Usa e Iran, ma Teheran rifiuta il cessate il fuoco temporaneo.
Un nuovo tentativo della diplomazia prova a fermare – o almeno congelare – il conflitto nel Golfo, ma il rischio di un’escalation resta concreto.
I mediatori internazionali hanno messo sul tavolo il cosiddetto “accordo di Islamabad”, una proposta di tregua di 45 giorni per aprire un negoziato complessivo, che includa anche lo sblocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale. Un’iniziativa giudicata “un passo importante ma non sufficiente” dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha però accompagnato l’apertura diplomatica con nuove minacce a Teheran, fissando un ultimatum definito “definitivo”.
Dall’altra parte, l’Iran ha respinto l’ipotesi di un cessate il fuoco temporaneo, avanzando una controproposta in 10 punti che punta invece a una cessazione definitiva delle ostilità, insieme alla revoca delle sanzioni e a garanzie sulla sicurezza nella regione. La linea dura è stata ribadita anche dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che ha invocato resistenza contro le pressioni esterne.
Il piano, mediato dal Pakistan con il coinvolgimento di diversi attori internazionali, prevede due fasi: una tregua immediata seguita da negoziati serrati per un accordo più ampio entro poche settimane. Tuttavia, le possibilità di un’intesa rapida restano limitate.
Intanto, sul terreno, la situazione continua a deteriorarsi. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato la prosecuzione delle operazioni militari contro obiettivi strategici iraniani, inclusi siti energetici, mentre dalla Turchia il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha accusato Israele di ostacolare ogni tentativo di mediazione.
La tensione resta altissima anche sul piano retorico: Washington non esclude un intervento militare su larga scala, mentre Teheran respinge le minacce definendole inefficaci e ribadisce la volontà di proseguire le operazioni.
In questo contesto, il filo della diplomazia appare sempre più sottile, con il rischio concreto che possa spezzarsi da un momento all’altro.

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