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Mìcol Mei autrice de “Il richiamo del dirupo” si racconta

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Mìcol Mei
Mìcol Mei - autrice de "Il richiamo del dirupo"

Mìcol Mei accetta di rispondere alle nostre domande su “Il richiamo del dirupo” e sulla sua visione artistica

Come racconterebbe in poche parole Il richiamo del dirupo?

Il richiamo del dirupo è un romanzo che parla di solitudine, superamento, incomunicabilità, interseca storie singole in un disegno più ampio. È un inno agli anti – eroi. Un romanzo sperimentale.

Spesso e volentieri la scrittura ha un ruolo terapeutico, non solo per chi la utilizza, ma anche per i destinatari dell’opera. Se esistono, quali e chi sono, secondo lei, i lettori ideali del suo romanzo? A chi suggerirebbe di leggerlo?

Suggerirei di leggerlo a tutti coloro che hanno interesse nel fare un viaggio dentro se stessi e riflettere su come siamo responsabili di prendere le nostre vite in mano e cambiare tutto. Basta avere il coraggio.

A tal proposito, vorrei chiederle che cosa ne pensa di un fenomeno che sta nascendo proprio in questi tempi, la scrittura terapeutica. I personaggi del suo romanzo, d’altronde, si isolano dal mondo e attraverso il diario ritrovano sé stessi: possiamo dire che si tratti anche in quel caso di scrittura terapeutica? Quanto, secondo lei, la scrittura (anche in contesti non relegabili alla letteratura) può contribuire a far ritrovare a chi la esercita un benessere interiore?

“La scrittura di per sé è sempre terapeutica perché l’arte è terapeutica, sia per chi la fa che per chi ne usufruisce. Scrivere per me è stato particolarmente terapeutico nel caso di questo romanzo, perché ci ho messo tanto di me e delle esperienze che ho vissuto. Occorre però fare una importante distinzione tra la scrittura terapeutica legata a un percorso psicoterapico, come ad esempio tenere un diario o fare collegamenti tra eventi ed emozioni correlate, e la letteratura. Nel mio caso si tratta di letteratura che ha avuto in secundis anche un aspetto terapeutico. Consiglio vivamente a tutti di mettere ciò che vivono su carta, perché certamente non può che essere utile e benefico, anche se non si tratta di letteratura ma di una azione esclusivamente privata”.

Il suo romanzo è un’opera che porta in scena evidenti richiami al passato – altrove ho letto che lei sia stata fortemente influenzata dal pensiero di André Gide. In che modo ha trovato ispirazione nelle sue opere?

“Quando si tratta di parlare del gigante della letteratura André Gide mi viene sempre da citare un pezzetto della motivazione per cui gli è stato attribuito il Nobel per la letteratura nel 1947, “coraggioso amore per la verità”. Amo questo autore perché ha sempre messo se stesso nelle sue opere con grande umiltà e grandi capacità espressive, senza mai contraddire i suoi valori ma esprimendo se stesso in totale libertà. Ancora oggi rappresenta un faro per qualsiasi scrittore che si approcci al mestiere. Consiglio a chi non lo conosce o non ha familiarità con le sue opere di leggere ‘L’Immoralista’, uno stupendo esempio di onestà intellettuale al servizio di una storia”.

In modo più generale, ciò che voglio chiederle è se c’è stato un libro in particolare che l’ha convinta a scrivere Il richiamo del dirupo. E ancora, nel panorama letterario contemporaneo c’è qualche autore o autrice di cui segue il lavoro?

“Nessun libro in particolare mi ha spinta a scrivere Il richiamo del dirupo ma sono ovviamente influenzata dalle mie letture preferite. I miei gusti non sono molto contemporanei sebbene segua con passione Amélie Nothomb, Kazuo Ishiguro, Haruki Murakami, Jonathan Coe e Alain de Botton. L’ispirazione maggiore è stata certamente Shirley Jackson, una delle mie autrici preferite di sempre”.

Nel Richiamo del dirupo utilizza una lingua molto forbita, da linguista, lei che cosa ne pensa della lingua italiana e della rimostranza frequente che si incontra verso un utilizzo aggiornato della lingua? (veda per esempio il caso della shevà).

“Credo che l’inclusione passi anche attraverso il linguaggio, che è una cosa viva, in mutamento con i tempi. Mi sono laureata in Scienze Internazionali con una tesi proprio sull’utilizzo del linguaggio nel discorso politico, sono bilingue e una traduttrice perciò è chiaro quanto l’utilizzo corretto della lingua sia rilevante per me. Sono favorevole ad ogni aggiornamento che possa prendere in considerazione individui che fino a poco fa non venivano presi in considerazione in quanto tali. Ognuno sceglie asterischi, shevà, per poter includere nel dibattito tutti, senza dimenticare o lasciare fuori nessuno, questo lo condivido e lo rispetto”.

Artista a tutto tondo, finora lei non si è occupata solamente di scrittura. Anzi, potremmo dire che l’approccio con questa forma artistica sia quello più recente – dopo anni di sperimentazione tra fotografia e pittura. Qual è stata la miccia che ha innescato il desiderio di trovare un nuovo modo di esistere nell’arte? Rispetto a tutte le sue modalità artistiche, possiamo dire che la scrittura sia quella in cui ha saputo condensare meglio i suoi intenti?

“In realtà io sono nata scrittrice, semplicemente i tempi in cui le mie varie declinazioni hanno avuto forma sono stati differenti. Ho avuto l’opportunità nei miei vent’anni di esibire le mie fitografie pittoriche, ho partecipato a concorsi e ricevuto molta soddisfazione nel farlo oltre che un ottimo riscontro. Sebbene io creda nella figura dell’artista a tutto tondo, che si appassiona e interessa di tante discipline diverse, nasco e morirò scrittrice, perché non si sceglie, è una vocazione maledetta”.

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