Esteri
Francesca Albanese torna nella blacklist USA: ripristinate le sanzioni
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3 settimane fail

La relatrice ONU Francesca Albanese di nuovo nella lista nera degli Stati Uniti dopo la revoca temporanea delle sanzioni decisa dal tribunale
Torna nella blacklist degli Stati Uniti la relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese, protagonista di una vicenda che nelle ultime settimane ha assunto contorni giuridici e politici sempre più complessi.
Dopo una breve parentesi in cui le sanzioni erano state sospese, Washington ha deciso di ripristinare le misure restrittive, riportando la funzionaria ONU tra i soggetti sanzionati a livello globale.
Dalla revoca temporanea al nuovo stop
Solo pochi giorni fa, un tribunale federale statunitense aveva disposto la revoca delle sanzioni, accogliendo un ricorso che metteva in discussione la legittimità delle misure, ritenute potenzialmente lesive della libertà di espressione.
Si trattava però di un provvedimento temporaneo, come aveva subito chiarito l’amministrazione guidata da Donald Trump.
La svolta è arrivata con l’intervento di una corte d’appello, che ha sospeso la decisione precedente e consentito al governo statunitense di tornare ad applicare le sanzioni mentre il caso resta ancora sotto esame.
Il ritorno nella lista nera globale
Con il nuovo aggiornamento del Dipartimento del Tesoro, il nome di Albanese è stato reinserito nella lista dei soggetti sanzionati, la cosiddetta blacklist internazionale.
Una decisione che comporta conseguenze concrete:
- blocco delle operazioni finanziarie
- limitazioni all’utilizzo di carte di credito
- restrizioni nei rapporti con il sistema bancario collegato agli Stati Uniti
In alcuni casi, le sanzioni possono estendersi anche al divieto di ingresso negli Stati Uniti e al congelamento di eventuali beni presenti nel Paese.
Le origini dello scontro
Alla base della vicenda c’è il ruolo svolto da Francesca Albanese come relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, incarico che dal 2022 la porta a documentare e denunciare violazioni dei diritti umani.
Le sue posizioni – in particolare le critiche alla guerra a Gaza e alle politiche israeliane – hanno generato uno scontro diretto con l’amministrazione statunitense e con Israele.
Già nel 2025, Washington aveva imposto sanzioni accusandola di aver sostenuto iniziative presso la Corte penale internazionale contro cittadini statunitensi e israeliani e di aver agito contro gli interessi nazionali.
Albanese ha sempre respinto tali accuse, rivendicando di aver agito esclusivamente nell’ambito del proprio mandato alle Nazioni Unite.
Un caso politico e giuridico internazionale
La vicenda non riguarda solo una singola persona, ma si inserisce in un contesto più ampio:
- il rapporto tra Stati Uniti e istituzioni internazionali
- il ruolo degli esperti ONU indipendenti
- il confine tra libertà di espressione e politica estera
Il caso è infatti diventato anche una battaglia legale aperta, con ricorsi presentati dalla famiglia di Albanese e decisioni ancora oggetto di valutazione nei tribunali americani.
Una vicenda ancora aperta
La reintroduzione delle sanzioni non rappresenta un punto definitivo, ma una fase di un procedimento ancora in corso. La corte d’appello ha infatti agito con una misura procedurale, che non entra nel merito finale della controversia.
Nel frattempo, però, le restrizioni tornano pienamente operative, riaccendendo uno scontro che resta aperto sul piano diplomatico, politico e giudiziario.

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