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“Natale in Casa Cupiello” di De Angelis
Pubblicato
6 anni fail

Una riscrittura che mostra il peso della mano del regista, tra colori, messe in quadro e soggettive.
Dovremmo sempre sforzarci di immaginarci figli di una società atavica, fuori da ogni riproducibilità.
È chiaro: è difficile non pensare ad Eduardo De Filippo, mentre si vede e si ascolta Castellitto eppure, dovremmo sempre sforzarci di immaginarci figli di una società atavica, fuori da ogni riproducibilità
E il rispetto di un testo è tutto nella messa in scena dell’adattamento, dell’attualizzazione del rituale, del ripetersi delle immagini.
Fuori dal tentativo di copia e di messa a paragone.
Eduardo ha reso grande il suo stesso testo, regalando immaginari e corollari di battute scandite in modi che tutti i suoi più grandi appassionati hanno incassato fedelmente nella propria memoria visiva oltre che labioaffricativa.
Per i più vale solo l’originale di Eduardo e, sempre per i più, è inconcepibile quel testo se non a teatro.
Eppure, ai più, quel testo è conosciuto grazie alla produzione audiovideo RAI del ’77, nemmeno l’originale del ’62 e, senza l’invenzione della ripresa e la possibilità di rimettere ogni volta in scena lo spettacolo, sarebbe stata opera conosciuta solo per quelli del ’32 che l’hanno visto al teatro.
Se muore l’autore, non muore il testo. Motivo per cui rileggiamo ancora Shakespeare. Motivo per cui sono possibili anche riscritture di “Edipo a Colono” di Cappuccio.
Ci restano i testi e la possibilità di riscriverli e transcodificarli con gli attori-stilo, riassembrarli in una maniera tale che il regista si trova motivato a scegliere, di volta in volta, in base alle esigenze, al cast, all’attualità, come rileggerli.
Non esistono gli intoccabili. Se lo fossero, morirebbe tutto con la morte dell’autore e con la loro ultima interpretazione.
De Angelis disegna così una fotografia cromaticamente adatta al Presepe-casa Cupiello, tenendo, sul filo delle musiche di Avitabile, lungo rifrazioni bianco-neve che precipitano nel blu particolamente caro al regista, il movimento di camera che segue i pastori-attori.
È in questo modo che – anche grazie alle continue soggettive dondolanti, sul destro-sinistra di processioni ipotetiche, e ai piani sequenza – lo spettatore sembra far parte del presepe messo su da De Angelis.
È lui, con l’alter ego Castellitto, in una rilettura metatestuale, che va a comprare i pastori, quelli giusti, quelli necessari per la resa giusta di “Natale in Casa Cupiello”, rinchiusa in un’ampolla di vetro innevata e il cielo blu cartone.
E con la mise en abyme, gli spazi si allargano e si stringono, si affollano e si svuotano, così come si ammutoliscono e irrompono improvvisamente come un tonfo di piatti sul pavimento.
È la scelta di tenere il filo del tragico quel tanto più in su da lasciare in cocci da rincollare – la colla che apre le scene – il comico eduardiano che viene fuori dal sovrattesto della recitazione (perché una cosa è l’attore un’altra l’autore): un tipo di amarezza napoletana, tra il serio e faceto, che non è più riproducibile – forse – senza correre il rischio di essere macchiettistico.
Il lirismo registico investe tutto il testo e anche Castellitto-Lucariello sembra, con la benedizione finale, cercare di mettere insieme il nuovo, a discapito di un vecchio che, con buona pace di tutti, resta lì a guardarsi la scena, arresosi all’evidenza che, prima o poi, doveva capitare che qualcuno si facesse largo, con coraggio, e provasse a rioffrire un testo sacro come “Natale in casa Cupiello”.
E nel finale, mentre il nuovo ordine viene benedetto, nel tempo e sul tempio sacralizzato degli estremi saluti, finalmente si può esclamare “me piace ‘ o presepio”.

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