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Robot per i prelievi di sangue, dagli Usa arriva Aletta

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La FDA autorizza Aletta, il primo robot autonomo per i prelievi. In Italia il dibattito riguarda tecnologia, sicurezza e carenza di infermieri

Un robot capace di individuare una vena, inserire l’ago, raccogliere il sangue e completare il prelievo. Non è più soltanto uno scenario futuristico. Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration ha autorizzato Aletta, il dispositivo robotico sviluppato dalla società olandese Vitestro per effettuare autonomamente i prelievi di sangue dal braccio degli adulti in ambito ambulatoriale.

La decisione della FDA, arrivata il 19 agosto 2026, rappresenta un passaggio importante per la robotica applicata alla medicina. L’autorizzazione riguarda infatti il primo dispositivo autonomo di questo tipo negli Stati Uniti, anche se la procedura continua a richiedere la supervisione di un professionista formato in flebotomia.

La notizia ha raggiunto anche l’Italia, dove ha già aperto un confronto sul possibile ruolo della robotica nella sanità e, soprattutto, sul rapporto tra innovazione tecnologica e carenza di personale sanitario.

Come funziona il robot che cerca la vena

Aletta utilizza sistemi di imaging differenti per individuare il vaso sanguigno. La tecnologia combina luce nel vicino infrarosso e ultrasuoni, mentre l’ecografia Doppler permette al dispositivo di verificare che il vaso individuato sia una vena e non un’arteria.

Una volta identificata una vena idonea, il robot può posizionare l’ago con elevata precisione e procedere con la raccolta del sangue. Il sistema gestisce inoltre il cambio delle provette e, al termine della procedura, rimuove l’ago e applica il cerotto.

C’è però un elemento fondamentale da chiarire: Aletta non opera senza supervisione umana. Un professionista formato deve avviare e supervisionare la procedura e può intervenire qualora si verifichi un problema.

Secondo la FDA, un singolo flebotomista può supervisionare fino a tre dispositivi contemporaneamente. È proprio questa caratteristica ad aver attirato l’attenzione delle autorità statunitensi, che stanno affrontando una crescente carenza di personale specializzato nei prelievi.

I dati clinici alla base dell’autorizzazione

L’autorizzazione americana arriva dopo una valutazione clinica che ha coinvolto 1.633 pazienti. Nei casi nei quali il dispositivo ha individuato una vena idonea, Aletta ha ottenuto un successo al primo inserimento dell’ago del 94,5%.

I risultati sono stati valutati anche in pazienti con accesso venoso difficile e in differenti categorie di pazienti. I dati disponibili indicano inoltre che gli eventi avversi associati al dispositivo sono stati poco frequenti e generalmente lievi.

Il dato non significa, però, che il robot sia in assoluto “migliore dell’uomo”. I risultati devono essere letti nel contesto dello studio clinico e delle condizioni nelle quali il dispositivo è stato valutato.

La FDA: una possibile risposta alla carenza di personale

La decisione della Food and Drug Administration arriva anche in risposta a un problema concreto del sistema sanitario statunitense: la disponibilità di personale specializzato nei prelievi.

I prelievi di sangue rappresentano una delle procedure più frequenti nella medicina diagnostica. La carenza di flebotomisti può provocare tempi di attesa più lunghi e difficoltà organizzative nelle strutture sanitarie.

La FDA considera quindi la tecnologia potenzialmente utile per aumentare la capacità dei centri di effettuare prelievi, lasciando al personale la supervisione di più dispositivi.

Aletta non è un robot americano

Dietro questa innovazione non c’è una società statunitense, ma una realtà europea.

Aletta è stato sviluppato da Vitestro, azienda con sede nei Paesi Bassi. Il dispositivo aveva già ottenuto il marchio CE per l’utilizzo clinico nell’Unione europea, prima dell’autorizzazione arrivata dagli Stati Uniti.

La decisione della FDA rappresenta quindi soprattutto un importante riconoscimento regolatorio sul mercato americano. Non è la prima autorizzazione ottenuta dal dispositivo a livello internazionale.

Vitestro ha inoltre pubblicato nell’aprile 2026 uno studio multicentrico sottoposto a revisione tra pari sulla flebotomia robotica autonoma, segnando un ulteriore passaggio nel percorso di validazione della tecnologia.

E in Italia? Il robot non sostituisce gli infermieri

La notizia americana ha avuto una prima reazione anche nel nostro Paese.

Il segretario nazionale di UGL Salute, Gianluca Giuliano, ha definito la tecnologia un possibile strumento di supporto, ma ha messo in guardia dal rischio di utilizzare la robotica come risposta alla carenza strutturale di personale sanitario.

La posizione del sindacato non è contraria all’innovazione. Al contrario, UGL sostiene che robotica, intelligenza artificiale e automazione possano ridurre il peso delle attività ripetitive e permettere agli operatori di dedicare più tempo all’assistenza e alla relazione con il paziente.

Il punto centrale diventa quindi cosa accadrà al personale quando una macchina sarà in grado di svolgere una parte delle attività oggi affidate agli operatori.

L’ipotesi sostenuta da UGL è che le risorse umane liberate dai compiti automatizzati vengano impiegate per rafforzare l’assistenza, ridurre i carichi di lavoro e contribuire ad abbattere le liste d’attesa, anziché utilizzare la tecnologia per compensare semplicemente la mancanza di personale.

In Italia non è ancora una realtà negli ospedali

Un’altra precisazione è necessaria per evitare equivoci.

Il fatto che Aletta abbia il marchio CE significa che il dispositivo ha ottenuto la certificazione necessaria per l’utilizzo clinico nell’Unione europea, ma non significa che tutti gli ospedali italiani lo stiano utilizzando o che il robot sia già entrato stabilmente nei centri prelievo del nostro Paese.

La notizia riguarda quindi soprattutto una tecnologia europea che ha ricevuto una nuova e importante autorizzazione negli Stati Uniti e che apre anche in Italia una discussione sul futuro dell’automazione sanitaria.

Non c’è, allo stato attuale, una decisione italiana che imponga o introduca l’utilizzo dei robot per i prelievi.

Un robot non fa la diagnosi

Aletta deve inoltre essere distinto da un sistema di intelligenza artificiale capace di sostituire un medico o un infermiere.

Il dispositivo svolge una funzione molto precisa: automatizzare la fase del prelievo venoso. Non interpreta i risultati delle analisi, non formula diagnosi, non decide quale terapia somministrare e non sostituisce la valutazione complessiva del paziente.

La sua funzione è quindi quella di automatizzare una procedura ripetitiva e standardizzabile, mantenendo una supervisione professionale.

È una distinzione importante anche sul piano della comunicazione: parlare di un robot che “sostituisce gli infermieri” sarebbe oggi una semplificazione non supportata dalle caratteristiche e dalle condizioni di utilizzo autorizzate dalla FDA.

Sicurezza e responsabilità restano centrali

L’ingresso della robotica nei prelievi pone però questioni che vanno oltre la capacità tecnica della macchina.

La supervisione umana, la formazione degli operatori, la gestione degli eventuali errori, la responsabilità professionale e la sicurezza del paziente saranno elementi fondamentali anche nel momento in cui questa tecnologia dovesse diffondersi maggiormente.

UGL Salute ha chiesto proprio regole precise, formazione del personale, valutazione dei rischi e definizione delle responsabilità professionali prima di una possibile introduzione di tecnologie avanzate nel Servizio sanitario nazionale.

Dalla tecnologia alla nuova organizzazione della sanità

Il vero cambiamento potrebbe quindi non essere rappresentato dal robot in sé, ma dal modo nel quale gli ospedali e i centri diagnostici organizzeranno il lavoro.

Se un professionista può effettivamente supervisionare più dispositivi, come previsto dall’autorizzazione statunitense, una parte delle attività manuali potrebbe essere automatizzata. Questo potrebbe liberare tempo per altre mansioni, soprattutto quelle che richiedono capacità relazionali, valutazione clinica e intervento umano.

La sfida sarà capire se la tecnologia verrà utilizzata per rafforzare il sistema sanitario oppure per compensare la mancanza di personale.

È una differenza sostanziale. Nel primo caso il robot diventa uno strumento al servizio degli operatori. Nel secondo rischia di diventare una risposta tecnologica a un problema che rimane innanzitutto organizzativo e occupazionale.

Dagli Stati Uniti all’Europa, una tecnologia destinata a far discutere

L’autorizzazione della FDA segna comunque un passaggio storico per la robotica medica. Per la prima volta negli Stati Uniti un dispositivo autonomo può eseguire l’intero processo del prelievo di sangue dal braccio di un adulto senza che l’operatore debba guidare manualmente ogni fase.

La tecnologia è europea, ha già ottenuto il marchio CE ed è ora autorizzata anche negli Stati Uniti.

Per l’Italia la domanda non è quindi se i robot siano ormai arrivati nella medicina: sono già una realtà tecnologica e regolatoria.

La questione sarà capire come e quando potranno entrare concretamente nelle strutture sanitarie italiane, con quali regole e soprattutto quale ruolo verrà assegnato agli operatori.

Il futuro dei prelievi potrebbe essere più automatizzato. Ma, almeno per ora, il robot non elimina la presenza dell’uomo: la tecnologia esegue il prelievo, mentre un professionista continua a supervisionare la procedura.

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