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Il contagio della scrittura: l’antidoto narrativo de La Bottega delle Parole alla pandemia

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L’iniziativa organizzata dalla libreria e casa editrice di San Giorgio a Cremano per avvicinare scrittori e lettori in un tempo di distanze.

Investire sulle parole.
Le parole pesano, sono macigni.
E continuare ad investirci.

Puoi vuotarle, sfocarle, disporle come vengono su un foglio, farne un logo pubblicitario, anagrammarle, stenderle in lunghe metafore onnicomprensive di analogie apparentemente senza senso ma nei loro confronti, delle parole dico, restano intatte le stesse responsabilità.

Progetto grafico a cura di Greg Olla

E chi sceglie di investire sulle parole – sulle nostre, quelle degli altri, quelle di ieri, quelle che verranno – sa che è un investimento a lungo termine e che se si perde si perde tutti.

È da questo incessante credere nel mondo delle parola che nascono iniziative come quelle di Lire/Librerie Indipendente In Relazione, lanciata da quattro librerie indipendenti del centro storico di Napoli, Libreria Dante & DescartesLibreria LibridoLibreria TamuPerditempo – Libri, vini e vinili, col fine di

“collaborare alle spedizioni di libri e agli ordini, condividere riflessioni, suggerimenti di lettura, raccogliere contributi di chi lavora nel settore editoriale, su come è affetto/a da questo periodo e cercare strategie di resistenza collettive a questi momenti di crisi”.

E poche ore fa La Bottega Delle Parole, sulla loro pagina Facebook, ha lanciato un esperimento di scrittura collettiva per chi ama scrivere, raccontare e creare storie

Cari amici, da domani partirà la nostra nuova iniziativa! In questo periodo di distanze scrivere insieme può farci…

Pubblicato da La Bottega Delle Parole su Sabato 28 marzo 2020

In questo periodo di distanze e limitazioni, “Il Contagio della Scrittura” diventa il mezzo tramite cui avvicinare scrittori e lettori, tenere stretto il significato della parola “contatto” e provare a sostenere quel mondo fatto di storie che l’umanità continua a tramandare da secoli.

Ecco le poche e semplici regole da seguire:

1) Partendo dall’incipit, come un continuo passaggio di testimone, ogni autore nominerà di volta in volta il successivo che dovrà aggiungere uno stralcio narrativo al racconto per creare una storia collettiva.

2) La storia dovrà tener conto di quanto scritto precedentemente ma ogni nuova porzione potrà introdurre nuovi elementi, colpi di scena, personaggi anche fantasiosi, bizzarri e, anche se apparentemente slegati con testo, sempre utili a mantenere il filo del racconto.

3) La lunghezza massima di ogni stralcio dovrà essere di 500 battute (spazi esclusi) e bisognerà inviarlo come messaggio privato a La Bottega delle parole entro il giorno successivo a quello della nomination. La redazione si occuperà di arricchire la storia citando il nome dell’autore. Ogni autore potrà essere nominato per un massimo di tre volte.

L’incipit della storia:

www.facebook.com/labottega.delleparole/posts/2725967404299812

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Per Sant’Angelo il Paese delle Fiabe, il nuovo murale di Stefania Marchetto

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SteReal
Foto Nota Stampa

La Street Art è donna nel Paese delle Fiabe. Dal 29 giugno al 4 luglio 2020 a Sant’Angelo di Roccalvecce

Torna a Sant’Angelo di Roccalvecce, per il secondo anno consecutivo, la street artist Stefania Marchetto in arte SteReal, pronta ad animare, di nuovi personaggi fantastici, i muri del piccolo borgo della Tuscia conosciuto come il Paese delle Fiabe, rivitalizzato negli ultimi anni grazie all’omonimo progetto d’arte urbana dedicato al mondo fiabesco e alla letteratura fantastica.

Dopo il primo favoloso murale ispirato alla storia de La spada nella roccia, dipinto per l’edizione del 2019, SteReal ritorna quest’anno con una sognante Cenerentola che prenderà vita su un’enorme parete del centro e che la vedrà esibirsi, dal 29 giugno al 4 luglio, in qualità d’artista d’apertura della terza edizione del festival.

Inaugurato nel 2017 con il grande murale di Alice nel paese delle meraviglie, il progetto di Sant’Angelo il Paese delle Fiabe ha trasformato il paesino in provincia di Viterbo in un museo a cielo aperto, una vera e propria galleria d’arte ricca di opere e installazioni artistiche legate al racconto fantastico e leggendario.

A rendere ancor più caratteristico e speciale questo fatato posto, immerso tra le valli laziali, è la scelta di affidare la realizzazione dei lavori a un team di donne street artist, tra le più celebri della scena italiana.

Così, insieme ad Artù e Mago Merlino, e agli altri personaggi dipinti in questi anni dalle numerose artiste urbane che si sono succedute a Sant’Angelo, la Cenerentola di SteReal si fonderà col paese reale, in un gioco dove il vero e la fantasia si rincorrono e confondono continuamente.

Promosso dall’Associazione ACAS con l’organizzazione di Alessandro Chiovelli e Gianluca Chiovelli, Sant’Angelo il Paese delle Fiabe conta già 30 opere disseminate lungo le vie del borgo, a creare un itinerario magico e incantato, un percorso artistico aperto a tutti, grandi e piccini, turisti appassionati o semplici curiosi, che camminando per le strade del centro abitato potranno sorprendersi nell’incontrare Don Chisciotte o PinocchioIl piccolo Principe o Hansel e Gretel.

Una galleria tutta al femminile, dunque, a formare un ideale Paese delle Dame Artiste, un luogo immerso in un’atmosfera da sogno dipinta dalla mano di alcune tra le più importanti street artist del panorama nazionale.

Stefania Marchetto, Tina Loiodice, Alessandra Carloni, Daniela Lai, Lidia Scalzo, Isabella Modanese, Stefania Capati, Cecilia Tacconi, Lena Ortmann, Ginevra Giovannoni: ognuna, con la propria inconfondibile cifra stilistica, ha reso unico questo piccolissimo e prezioso borgo, contribuendo alla sua rinascita, in un moto di valorizzazione della Tuscia e del suo ricchissimo folclore locale.

Nota Stampa

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Hollywood, “cosa sarebbe successo se…”

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Mentre HBO ritira “Via col vento” dal catalogo, su Netflix si racconta la vera storia di Hollywoood

Gli autori di Hollywood, Ryan Murphy e Ian Brennan, raccontano le ambigue e oscure macchinazioni, non solo dello star system degli anni ’30 ’50, ma di tutta la menzogna del sogno americano.

E fanno di più: ricostruiscono e riparano, recuperano e premiamo chi non veniva premiato.

Si riprendono e offrono rivincite.

Hollywood è la storia di speranze, sogni e ferite che si allargano mettendo il dito nel desiderio, mentre gli occhi guardano lontano e il naso si occupa di non badare agli odori della realtà nascosta sotto al mento.

Gerarchizzazione narrativa, codice Hays, la segregazione e la caccia al comunista spingono le produzioni a raccontare la patina, la polvere dorata che nasconde il tappeto su cui un po’ tutti ripulivano le suole delle proprie scarpe.

Il divismo non è altro che il potere esercitato da un’immagine che non appartiene più al soggetto che l’ha generata.

Cristina Jandelli – Breve Storia del divismo cinematografico

La star strategy trasformava gli attori in manichini in cui fisico, carattere e stile erano di proprietà della compagnia, del cast, dell’intera produzione.

Edgar Morin, in Les Stars, scriveva “i divi del cinema sono i miti della modernità, cioè la rivisitazione del culto classico greco-latino” mentre, secondo Metz, lo spettatore si identifica con l’attore in quanto star invece che col ruolo.

Rock Hudson, pseudonimo di Roy Harold Fitzgerald, per esempio, ha dovuto nascondere per anni la sua omosessualità, invece nota nell’ambiente.

Rivelarla avrebbe distrutto l’immagine virile e vigorosa con cui lo spettatore si identificava.

E così, di fronte al pubblico, Roy Harold Fitzgerald moriva per lasciar vivere Rock Hudson.

In Hollywood – che mescola continuamente realtà e finzione – l’attore dichiara invece la sua omosessualità, si presenta alle premiazioni dell’Oscar tenendo la mano a Archie Coleman, omosessuale e – per giunta – afroamericano sceneggiatore del film Meg.

Film che non esiste, ma che trae spunto dalla vera storia di Peg Entwistle, giovane attrice che si suicidò gettandosi dalla scritta Hollywood, al tempo ancora Hollywoodland.

Che è un po’ come dire Dreamland, parola in codice usata in una pompa di benzina dietro cui si cela un giro di prostituzione, un ulteriore micromondo che spiega bene la landa sconsolata del mondo dello star system.

E allora ci sembra forse più chiaro che l’andare verso il sogno poteva significare due cose: che se non arrivavi a morire realmente come Peg, lo facevi ogni giorno, come Roy Harold Fitzgerald.

In entrambi i casi, la Serie TV riscrive i finali.

E Meg diventa un pretesto per mostrare un fiume carsico che avrebbe dovuto esplodere allora, per mostrare e riparare da subito soprusi e ingiustizie, come quelli ai danni di Anna May Wong, attrice asiatica cui venivano offerti solo ruoli stereotipati e che in Hollywood vince invece addirittura un Oscar come migliore attrice non protagonista.

E mentre HBO ritira Via col vento dal catalogo, per ripubblicarlo con un video contestualizzante, e la questione razziale continua a fare su e giù senza mai risolversi, su Netflix si racconta sul serio come sarebbe stato se lo star system avesse da subito lottato per ripulire le sue storie da stereotipi ed emarginazioni.

In “Hollywood”, Hattie McDaniel ha già vinto il suo Oscar come attrice non protagonista proprio per l’interpretazione in Via col vento; ma mentre ancora oggi si contesta il suo silenzio nei confronti degli studios che continuavano, proprio come avevano fatto con lei, a relegare i neri a ruoli di servi spesso pigri, ottusi e violenti, nella serie TV è redenta, spiega i suoi errori, l’assurdità del suo silenzio e spinge Camille Washington, attrice nera protagonista di Meg, a prendersi tutto ciò che le spetta.

Insomma, Hollywood fa Hollywood.
Ricostruisce i finali, mostra la luce in fondo al tunnel, di fianco alla rabbia, in mezzo alla morte, circondato dalle sue ambiguità e mostra come per far nascere una stella bisogna tenere accesso a lungo il buio.

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“Nessuna Città”: Francesco Amoruso presenta il suo nuovo libro a Palazzo Fondi

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Locandina presentazione libro "Nessuna Città” di Francesco Amoruso
Foto Nota Stampa

Domani, sabato 20 giugno alle ore 17.30 a Palazzo Fondi, verrà presentato “Nessuna Città” il nuovo romanzo di Francesco Amoruso

Napoli – Esce in libreria “Nessuna Città”, il nuovo romanzo di Francesco Amoruso pubblicato dalla casa editrice Scatole Parlanti (collana Mondi, pp. 136, euro 14), che verrà presentato sabato 20 giugno alle ore 17.30 a Palazzo Fondi, progetto di valorizzazione temporanea dell’Agenzia del Demanio a cura di Urban Value by Ninetynine.
Con l’autore interverrà Silvia Acocella, docente presso l’Università di Napoli “Federico II”.

Mario e Dana, i protagonisti, s’incontrano in un punto improprio dopo aver discrostato il tempo dalla ruggine e dalle rese. Sulle spalle, sotto ai piedi e negli occhi hanno visto il mondo da zaini, scarpe e panorami diversi e la maniera con cui vivono il perduto e il ritrovato trova il suo intersecarsi in Nessuna Città.

Qui la vita si muove al di sotto di una cupola che prima di essere architettonica è, innanzitutto, sociale e catastroficamente emotiva. Un inferno “accucchiaiato” su se stesso, in cui l’indicibile prende il sopravvento attraverso gli occhi di Sabrina, la pelle di pane della vecchia Laura, la pagina in rilievo di Mica, l’ansia patologica di Gennaro, la libertà di raccontare i Liberato di tutti i nonluoghi. Una città che esiste ma che, tira e tira, è riuscita a scomparire, a nascondersi in un’ampolla di incontri sfasati nel tempo e nello spazio.

«È un romanzo di pretesti, racconti e incontri» spiega Amoruso, cantautore, autore di saggi e racconti. «Dana e Mario si portano dietro storie e chi si trascina il passato, inevitabilmente incontra altre storie. La città in cui le vicende sono ambientate è chiara, ma ho deciso di nasconderla. Solo una volta è scritto il nome, ma è nascosto. Forse al lettore potrà piacere trovarla, tra vicoli e bestemmie».

In una città affacciata su un golfo dal mare non più mare, di cui ormai è una blasfemia pure pronunciarne il nome, rinchiusa dalla legge al di sotto di una cupola di diamantite over potentium, tutto è da cercare nei non detti, nell’esasperazione di un’umanità che si incaponisce a resistere sull’orlo del precipizio.

Francesco Amoruso è nato a Villaricca nel 1988. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne e la magistrale in Filologia Moderna.

Ha pubblicato il romanzo “Il ciclo della vita” (2010), la raccolta di racconti “Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo” (La Bottega delle Parole, 2017) e i saggi “How I Met Your Mother. La narrazione ai tempi delle serie tv” (Terebinto Edizioni, 2019) e “Charles Bukowski. La scrittura che esplode dal basso. L’America e i suoi ubriaconi” (Terebinto Edizioni, 2020). Cura l’antologia “Stanze” (Libreria Dante & Descartes 2020) col contributo del Dipartimento degli Studi Umanistici, prima raccolta di racconti inediti fuoriusciti dal laboratorio “Tra le Pagine e la Melodia”, da lui coordinato all’interno del seminario “Scritture in transito. Tra Letteratura e Cinema” all’Università degli studi di Napoli “Federico II”.

Cantautore, ha realizzato il disco “Il Gallo Canterino” (illimitarte, 2014).

Comunicato Stampa Scatole Parlanti

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