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Livolsi: La Germania torna stato investitore. Francia in bilico, Italia tra prudenza e opportunità
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8 mesi fail

Germania svolta con 500 miliardi per investimenti pubblici: fine dell’austerità e nuova politica industriale europea. Francia in difficoltà, l’Italia intravede un margine di stabilità.
Roma. “Dopo anni di rigore e surplus, la Germania di Friedrich Merz (Cdu) riscopre il ruolo dello Stato imprenditore, segnando la fine dell’austerità tedesca. La stagnazione economica, la crisi dell’automotive e le tensioni geopolitiche hanno imposto un cambio di passo. Nel marzo 2025, sotto il governo di Olaf Scholz (Spd), il Bundestag aveva approvato una riforma costituzionale che ha allentato il freno al debito e creato un fondo da 500 miliardi di euro per difesa, infrastrutture e transizione energetica.
Merz, insediato a maggio, ne ha fatto il pilastro della propria politica economica, puntando su sicurezza, competitività e innovazione per rilanciare la crescita tedesca e riportare Berlino al centro della scena europea. Anche gli Stati Uniti, con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca, si muovono nella stessa direzione: un approccio industriale interventista fatto di dazi, incentivi e fondi federali per le filiere strategiche.
È un paradosso storico: le economie che per decenni hanno predicato il mercato puro tornano oggi a politiche pubbliche espansive”. Il quadro economico non solo europeo nell’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A..
“Per parte sua- continua- la Francia attraversa una fase di forte instabilità. Dopo le dimissioni del premier Sébastien Lecornu, nella serata di domenica è nato un nuovo esecutivo, guidato dallo stesso Lecornu e nuovamente incaricato dal presidente Emmanuel Macron: è il quarto governo in due anni.
Sullo sfondo restano le difficoltà economiche: il debito pubblico ha raggiunto 3.345 miliardi di euro (116% del Pil) e il deficit 168,6 miliardi (5,8%). Fitch ha declassato il rating sovrano francese e, per la prima volta, i rendimenti decennali d’oltralpe hanno eguagliato quelli italiani. Il rischio percepito dagli investitori si sposta così da Sud a Nord dell’Europa”.
“In questo quadro– spiega Livolsi- l’Italia si trova in una posizione inedita. I conti pubblici tengono meglio del previsto e il governo dispone di un margine – un ‘tesoretto’ stimato in 4/4,2 miliardi – sufficiente a evitare la procedura europea per disavanzo eccessivo. Ma la finestra di stabilità non va sprecata. Confindustria chiede un piano di rilancio coerente con la nuova fase europea: incentivi per innovazione e manifattura, semplificazione degli investimenti e un uso mirato del Pnrr per sostenere produttività e competitività”.
“La lezione che arriva da Berlino è chiara: senza investimenti pubblici strategici non c’è competitività privata duratura. Tuttavia, uno stimolo tedesco di tale portata può influenzare i tassi d’interesse nell’eurozona, mettendo pressione sui conti degli altri Paesi. La sfida, per Roma come per Bruxelles, sarà coordinare le politiche fiscali nazionali in modo che la spinta tedesca non crei nuove asimmetrie, ma diventi il primo passo verso una vera politica industriale europea” conclude Livolsi.

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