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Un giro a Jerez De La Fronteira, alla scoperta dell’Andalusia più autentica
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Cantine, Cavalli, Flamenco: le grandi passioni della città andalusa che profuma di zagara.
Un minuto, trentasei secondi e “spiccioli” di millesimo: è esattamente questo il tempo che basta per fare un giro a Jerez De La Fronteira. Ci si riferisce, ovviamente, al circuito di Moto G.P. “Angel Nieto” e all’eccezionale giro record stabilito dal pilota italiano Bagnaia in Ducati, nel 2022. Un giro nella cittadina della Spagna del sud, che ospita il circuito, invece, conterà un tempo più lungo e soprattutto più lento, perché quando arrivi ad Jerez, lo senti che questa cittadina è custode di un’identità particolare, non superficialmente afferrabile, un’essenza inspiegabile che, lentamente, ti attira a sé, ti rapisce, ma che non si lascia definire facilmente, come quei tesori preziosi, ma non vistosi, che per essere meglio preservati vengono nascosti proprio in bella vista. Come Jerez che, pur essendo parte della splendida regione dell’Andalusia, viene ingiustamente sottovalutata nella scelta turistica, in favore delle più altisonanti Siviglia, Granada, Cordoba.
Di origini antichissime risalenti ai fenici, ma così bella e importante per posizione da essere contesa da romani, arabi e gitani: Astra Regia, Xera, Sherish, città di confine, sempre aperta a nuove tradizioni. È una stratificazione di dominazioni e lasciti culturali differenti che ne hanno disegnato anche un’urbanistica particolare.

Dal reticolo gitano di stradine dall’ampiezza appena sufficiente al transito della singola auto, dei quartieri San Miguel e Santiago, da Calle Larga a Plaza de l’Arenal, area di “rappresentanza” de la cittadina, nei pressi della quale si trova il primo orologio da lampione di tutta la Spagna, avendo Jerez anche il primato di città spagnola illuminata da lampioni elettrici. Un centro storico piccolo, contorto, labirintico che gira e rigira ti riporta sempre negli stessi punti, quasi costringerti a tornare sui tuoi passi per non perdere i dettagli più belli. Sarà per via dei lievi saliscendi del fondo stradale, oppure per via dagli angoli più fotogenici che ti attirano, deviandoti dal percorso prestabilito, o ancora per gli effluvi degli onnipresenti alberi carichi di aranci e dei loro fiori, che spargono nell’aria un sentore dolce e agrumato che, sommandosi a quello intenso del mosto che proviene dalle cantine, producono in chi passeggia per le sue stradine assolate o lucide di pioggia, un andamento involontariamente barcollante. Sì, perché Jerez stordisce e ubriaca: con i suoi scorci poetici, con le sue attraenti tradizioni e, soprattutto, con i suoi sapori più intensi.
Le cantine di Sherry, il vino conosciuto in tutto il mondo che prende il nome proprio dalla città, non sono solo semplici aziende in cui si produce e si vende il vino. Le “Bodegas” sono luoghi incredibili da visitare, non solo per le degustazioni: dalle dimensioni e architetture degne di grandi edifici di culto, esse custodiscono, al buio e in un religioso silenzio, migliaia di piramidi di botti dal pregiato contenuto. Non è solo vino, ma il fermento di storie d’amore tra uomo e natura, tra vitigni e territorio, storie di famiglie allargate i cui membri, non sono solo i fondatori, ma anche i viticoltori e tutti coloro che vi lavorano, assicurando continuità alla tradizione, in maniera instancabile da secoli.

Legami di sangue e di tralci di vite. Storie di pura passione che diventa piacere liquido: sebbene assaporato lentamente svanisce comunque troppo in fretta. Rimane comunque un’esperienza inebriante che rincuora lo spirito e rende il passo più allegro ,ma anche un po’ incerto.

Tutt’altro che barcollante, ma deciso e, al contempo, elegante è l’andamento cadenzato e danzante degli splendidi esemplari di cavallo andaluso che è possibile vedere in tutta la loro bellezza e abilità coreografica, visitando la sede della “Fundaciòn de la Real Escuela Andaluza del Arte Ecuestre”. Oltre al Palazzo di rappresentanza, si visitano la “Guarnicioneria” per la lavorazione e la manutenzione degli attrezzi in cuoio della selleria ( tenuti a temperatura e umidità controllata, per evitarne l’alterazione) e le scuderie con guide preparate a fornire tutte le informazioni più interessanti circa l’allevamento, la nutrizione e l’allenamento dei cavalli oltre che della preparazione di altissimo livello, riguardante gli allievi fantini e il personale di cura degli stessi animali.

La sezione più spettacolare è senza dubbio il “Picadero”, una sorta di arena con gli spalti dove si assiste agli allenamenti o si prende parte allo spettacolo (richiestissimo e da prenotare con anticipo) del dressage, dove la magia resta quella di assistere sinergia possibile tra esseri viventi di specie diverse. Un legame che sa di cuoio e amore.
Il segreto di una città come Jerez, spagnola e dunque profondamente cattolica, forse è proprio nel suo essere anche “de la Frontera”, cioè al confine e dunque esposta e disposta anche alle dominazioni islamiche, che hanno lasciato tracce magnifiche. Il Casco Antiguo, con i suoi vicoli, il tour delle sue chiese, tra cui spiccano la Cattedrale di S. Salvador e la Chiesa di San Michele, dagli interni gotici e il Retablo (altare) dorato, trova il suo massimo splendore panoramico dall’alto della terrazza dei giardini dell’Alameda Vieja, dove le pareti perimetrali delle cantine più importanti della città si mettono in competizione con le mura merlate dell’Alcazar, l’antica fortezza moresca.

Al suo interno, pavoni esibizionisti fanno da guida ai giardini dalle altissime palme ondeggianti, con fontane zampillanti e patii con percorsi d’acqua; ai resti di un’antica moschea completa di ambivalente campanile/minareto e di Mirhab (la nicchia sacra); ad un suggestivo Hammam, un complesso di bagni arabi, in cui i vari ambienti silenziosi sono sormontati da archi a sesto acuto, la cui forma è in grado di far risalire verso l’alto l’eco delle gocce cadenti, mentre i soffitti spettacolari si rivelano capaci di attenuare la penombra, trasformando in luce di stella anche i raggi del sole.

E’invece, proprio quando la luce del sole comincia a calare, sui vicoli più stretti del cuore di Jerez, che si aprono le porte di locali storici più famosi, sempre affollatissimi, non solo per le dimensioni contenute. Sono i “Tabancos”, minuscoli bar-taverna, dove si conserva la tradizione e si distribuisce la cultura più autentica di Jerez. Un’offerta gastronomica mai estesa, fatta di salumi, formaggi, pesce lavorato ( tipo acciughe o tonno) e qualche verdura di contorno, costituiscono solo un accompagnamento per equilibrare la degustazione di “Fino”, “Cortado”, “Oloroso”, “Amontillado” e altri vini, direttamente serviti dalle botti in bella vista. Un bancone, pochissimi tavoli e un palco ridotto che ospita “el Cante”, “el Toque” “el Baile”, i tre elementi fondamentali dell’arte del Flamenco.

Come testimonia un importante museo, Jerez De la Fronteira è culla e custode del Flamenco che viene vissuto con calda partecipazione e assolutamente liberato da quella accezione folkloristica che, troppo spesso, viene associata all’intrattenimento spagnolo dal turista più superficiale.

A Jerez, si è al cospetto del “Cante Jondo”, quel canto profondo dalle origini gitane, in grado però di attraversare l’animo di tutti, cantando di drammi universali dell’uomo, del rapporto con il suo prossimo, con la terra in cui vive o nel modo di concepire la vita. Poco importa, infatti, se non si comprendono le parole, il messaggio della musica, del canto e dei movimenti sinuosi dal ritmo incalzante riescono, in un giro armonico, nell’intento di toccare e far vibrare le corde dell’anima.

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