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Entertainment

Intervista al cantautore Francesco Lettieri

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Vincitore assoluto del Premio Musicultura nel 2019 con “La mia nuova età”, Francesco Lettieri continua a fare incetta di premi

Lettieri è un giovane cantautore di Giugliano in Campania che vive nei pressi del Lago Patria. È da un paio d’anni che riceve premi, l’ultimo lo scorso Settembre per Musica contro le mafie, vincitore assoluto, con menzione speciale del Club Tenco.

Lo abbiamo raggiunto per chiedergli di toglierci un po’ di curiosità sul suo percorso artistico.

Francesco, la tua produzione è fatta di tanta bella e buona musica. Parte dalla
composizione, da quanto le tue dita chiedono al pianoforte. Domanda forse scontata per chi è innanzitutto musicista, ma quante volte al giorno ci pensi alla musica? La mattina ti svegli e vai al pianoforte?

Sì, in effetti le giornate meglio riuscite iniziano proprio così, con me che dopo
colazione/doccia/caffè mi fiondo sul pianoforte. Non riesco, purtroppo, sempre a
mantenere questa routine, questo rituale, ma sarebbe importantissimo, il pianoforte
chiede in sacrificio un’enorme quantità di tempo per poter restituire le emozioni e i colori
che voglio trasmettere. Nelle giornate tipo sto sul pianoforte 7,8 ore almeno, anche perché
ho la pretesa di voler approfondire vari mondi, varie mie anime, quindi dopo due ore di
tecnica passo a studiare repertorio classico, poi repertorio jazz, e poi a esplorare la mia
creatività, a improvvisare, a cercare melodie e a ripetere le mie vecchie canzoni o lavorare
sulle nuove. Quanto tempo ci penso, poi, è tutt’altra storia perché, purtroppo o per
fortuna, ci penso sempre. Senza esagerazione. Perché oltre alle ore sul pianoforte, ci sono
poi quelle in studio a registrare, poi quelle a mixare, e anche quando sono lontano da tutto
questo e sono in auto e guido, ad esempio, continuo a pensare agli arrangiamenti, e mi
vengono idee che canticchio e registro sul cellulare, stessa cosa mentre faccio la spesa, o
sono al mare, o in qualunque luogo. Qualche tempo fa, dopo un concerto, io e i musicisti
della mia band abbiamo provato a fare un gioco: non parlare di musica. Fallito dopo un
minuto circa.

Collezioni premi e riconoscimenti dal pubblico e dalla critica. Abbiamo letto che
l’impossibilità anagrafica di partecipare a Sanremo ti ha spezzato un po’ le gambe, credi però che sia questo l’unico modo per far arrivare la tua musica al grande pubblico?

Bella domanda. C’è da dire innanzitutto che io sono molto affezionato a Sanremo, e alla
musica pop in generale, perché ci sono cresciuto, mi riporta al periodo dorato dell’infanzia,
mi riporta a casa, in famiglia. Perciò l’idea di essere troppo “vecchio” mi ha destabilizzato
emotivamente e non poco, all’inizio. Poi è passata. A parte questo, c’è un altro problema:
non sono solo “vecchio”, io sono proprio antico, sono lento, e per nulla multitasking. So fare bene una cosa alla volta, e lentamente. La prima volta che me ne sono accorto ero al
liceo, e il mio professore di matematica, che aveva grande stima di me, mi iscrisse alle
olimpiadi della matematica, alle quali risultai essere un fallimento totale, perché mi
intestardivo su uno solo dei quesiti finché non riuscivo a portarlo a termine, a differenza di
altri miei compagni che magari erano anche meno bravi a scuola e in matematica, però
erano velocissimi, se non riuscivano a risolvere un problema lo abbandonavano e
passavano al successivo. Io sono ancora così, e anche nella musica. Passo ore sui dettagli, sono lento, e non so fare altro che stare nella stanza a scrivere, a comporre, a suonare, a sognare, a immaginare palchi e concerti. Sono un pessimo manager di me stesso, non so farmi pubblicità, non so usare i social, e la mia lentezza mal si adegua al ritmo che gli algoritmi dei media
impongono, così come il modo in cui io uso i post, perché scrivo qualcosa solo quando,
effettivamente, nella realtà, c’è un avvenimento che secondo me è degno di nota, oppure
mi viene in mente un pensiero che ho voglia di condividere con gli altri, e invece le persone
a me care mi dicono che dovrei pubblicare sempre, che altrimenti in un certo senso
“smetto di esistere”. In un mondo fatto così, io, a un certo punto, dopo tanto studio e
tanta entusiastica attività di composizione, mi sono ritrovato con un mucchio di canzoni in
mano e col desiderio di farle conoscere al mondo, senza però sapere bene cosa fare, come
muovermi, senza nessuno che mi indicasse una strada da seguire. Non avevo e non ho un
manager, né nessuno che mi aiuti nella promozione, nella creazione di un piano strategico.
E così, una volta registrato il mio primo cd, alla fine del 2018, mi sono seduto alla scrivania
e ho cercato su google “concorso cantautori” e poi mi sono iscritto a tutti quelli che ho
trovato, pensando che a qualcuno con un po’ di fortuna sarei riuscito a passare, e che
quelle occasioni di visibilità sarebbero state opportunità per far conoscere la mia musica a
qualcuno. Con grande meraviglia – e lo dico senza retorica- ho avuto risposte positive alla
maggior parte delle mie domande, tant’è che ho dovuto rinunciare a tantissimi concorsi in
favore di quelli più importanti perché non avevo i soldi necessari a sostenere le spese di
viaggio per tutti gli spostamenti richiesti. Alcuni di quei concorsi, poi, li ho vinti, e mi hanno
portato ad altre occasioni, ad altri concerti, ad altre persone, ad altre avventure. Poi è
venuto il Covid, il lockdown, e allora, ancora una volta solo, mi sono chiesto: e ora che
faccio? Ed eccomi qui, ancora una volta, con la schermata del pc su google, di sera, e io che
scrivo “concorso cantautori”…


I tuoi brani sono anche pieni di racconti. Le parole si piegano alle necessità melodiche.
Quanto conta per te raccontarti e, soprattutto, in che modo incastri le musiche alle parole?

Raccontare qualcosa è il motivo che mi spinge a fare quello che faccio. Inizialmente
credevo di poter bastare a me stesso, in particolar modo quand’ero più piccolo credevo
fosse sufficiente stare chiuso in camera a suonare, a comporre. Nulla di più sbagliato, e
presto me ne sono reso conto, ho capito che l’atto puramente estetico di creare una
canzone non mi interessa, che ho proprio bisogno di un pubblico con il quale dialogare, ho
bisogno di dirgli qualcosa, e ho bisogno che lui mi risponda. Per quanto riguarda come
nascono le canzoni, di solito succede in due maniere. Alle volte sono distratto, penso a
tutt’altro, spesso mentre guido o faccio la doccia, e mi viene in mente una frase, legata già
a una specifica melodia. Allora la canto, ossessivamente, fino ad “allargarla”, nelle tre
dimensioni, fino a capire cos’è che quella frase vuole dirmi, fino a capire di che cos’è che,
inconsciamente, voglio parlare. E’ capitato così con “La mia nuova età”, ero in tangenziale,
al casello di Pozzuoli, e mi è nata in testa “Sai, ci son volte in cui tu non sei altro che le
parole che hai paura di dire”, e l’ho cantata infinite volte, immaginandone l’armonia,
l’umore, il colore, quando sono arrivato a casa mi sono messo al piano e l’ho suonata e
cantata ancora e ancora. Facendo questo, nei giorni a seguire, ho capito che volevo parlare
della paura di perdere mio padre, e poi, per estensione, della paura della fine della vita. Altre volte invece parto da un’emozione già chiara, da un concetto già definito, e mi siedo
al piano e lascio andare le mani.

Sei di Giugliano e la tua arte niente sembra avere a che fare con questo territorio. Scrivi in italiano e la tua musica è molto poco localizzata. Pensi mai che “emigrare” possa essere un aiuto decisivo per la tua carriera?

A volte ci ho pensato, ma sono troppo innamorato di Napoli, e non ci ho mai riflettuto
seriamente. Però sì, lo so che sarebbe molto più facile, in altre città. E se prima era solo un
luogo comune, una cosa che sentivo dire in giro, poi l’ho visto, l’ho toccato con mano.
Grazie ai concorsi ho girato un po’ l’Italia, e fuori si respira un’altra aria. E anche per quello
che riguarda nello specifico me, io ho molto più pubblico fuori, per quanto strano possa
sembrare. E ci sono più spazi per suonare. Napoli e la Campania, negli ultimi anni, tendono
a valorizzare e a dare voce solo – o comunque soprattutto- a un certo tipo di cantautorato,
di solito in dialetto. Non che ci sia nulla di male, eh, c’è anche qualcosa che a me piace di
tutta questa roba che viene prodotta, però è un peccato che non sia rappresentata- o lo sia
molto poco- tutta un’altra anima di canzoni e cantautori che è viva e potente, e secondo
me, in certi casi, anche più potente, più proiettata verso scenari nazionali e a volte anche
internazionali. Mi fa strano, per esempio, che io sia dovuto andare a Cosenza, a Musica
Contro le Mafie, per conoscere gli Yosh Whale, di Salerno, che per me sono una forza della
natura, ascoltarli mi emoziona molto, sono sicuramente uno dei gruppi più promettenti
che abbiamo in Campania e in Italia. In conclusione: andarsene sarebbe più facile, forse.
Ma io amo Napoli, e mi piacerebbe essere messo in condizioni, qui, di vivere con la mia
musica.


Negli ultimi anni, grazie alle nuove piattaforme musicali, ma soprattutto grazie anche alla possibilità di autoproduzione low cost, c’è forse un esubero di musica, ce n’è tanta e spesso tutto gravita intorno agli algoritmi di ri-produzione. Come vedi la musica nel
prossimo futuro? Questa liquidità verrà prima o poi immessa in un contenitore che
permetterà nuovamente al musicista di guadagnare tramite la vendita degli album (digitali e non) o è necessario ripensare ad altro?

Secondo me bisogna accettare il cambiamento avvenuto negli ultimi anni e imparare non
solo a conviverci ma a cavalcarlo, bisogna farselo piacere. E lo dico da “antico”, eh, da
persona che vorrebbe starsene solo al pianoforte, però, secondo me, bisogna capire una
cosa: non si vende più la propria musica. Si vende la propria passione, riguardo quella
musica. Non si può più pensare di caricare un album online e aspettarsi che la gente lo
compri perché è interessata a quell’album, a quelle canzoni. Secondo me, non è così. La
gente, come in fondo è sempre stato, si affeziona a una storia, alla tua storia, alla tua
passione. E’ così che si crea una “community”, termine che può far storcere il naso a
qualcuno ma che è diventato di importanza vitale, bisogna far appassionare chi guarda un
tuo video non solo alla canzone, ma al percorso per arrivare a quella canzone, alla storia
che c’è intorno, bisogna mettere tanto di se stessi in ogni cosa che si fa. Bisogna essere
veri, e raccontare quella verità. Da questo, poi, nasce tutto il resto. Se hai mille, dico per
dire, persone che si sono appassionate alla tua storia, a quello che hai da dire, avrai mille
persone per i tuoi concerti, mille persone per l’uscita dei tuoi singoli, e così via. E’ fin
troppo superata la concezione dell’artista che, dall’alto del suo piedistallo, lancia la sua
arte verso il basso dove i fan attendono grati. Oggi l’artista deve essere tra la gente,
raccontare la sua storia, dialogare con le persone.

L’anno pandemico ha spezzato le gambe a molti. Come hai vissuto tu questo periodo di
clausura?


Il quadro generale emotivo in cui ho vissuto il periodo pandemico ( e in cui forse sto
vivendo ancora, chissà, credo che gli effetti di tutto questo sulla psiche li capiremo solo tra
molti anni) è stato di grande angoscia, di grande tristezza e rabbia per tutto quello che
stava succedendo e che succede tuttora alle persone, a volte anche persone a me care e a
me vicine. In questo quadro, però, devo distinguere due fasi. Infatti, all’inizio, nel tentativo
di distrarmi, di allontanare da me la realtà e confinarla a una sorta di incubo, sono riuscito ,
grazie ai soldi del premio di Musicultura, a concentrarmi sulla mia musica, sul progetto di
costruirmi un piccolo studio di home recording. Le prime due settimane le ho passate a
scegliere la scheda audio, le casse, le cuffie, a svuotare una stanza, a pulirla, a cambiare le
luci, a incollare i pannelli fonoassorbenti. Poi mi sono comprato dei corsi online per il
missaggio, mi sono iscritto al patreon di un mix engineer che mi piaceva, e ho cominciato a
sperimentare, a imparare come registrare in maniera efficace ( una cosa che tuttora sto facendo e in cui giorno dopo giorno spero di migliorare un po’). In questa prima fase sono
stato anche tanto ispirato, ho composto molte canzoni, e queste cose, insieme, mi hanno
aiutato a distrarmi, a evadere dall’angoscia. Poi, però, con il passare dei giorni, mi sono
perso. All’improvviso, tutto mi sembrava inutile, avevo perso la prospettiva, non vedevo
più l’obiettivo davanti a me come invece sempre ho fatto nella vita. E’ stato un momento
molto brutto, in cui ho abbandonato, per la prima volta nella vita, il rapporto quotidiano
con il pianoforte. Per fortuna è finito, e sono stato investito nuovamente dall’entusiasmo.
Dato che sei uno scrittore, ne approfitto per raccontarti la mia “genesi” come cantautore,
perché c’entra un romanzo. Perché da piccolo, in realtà, non volevo fare il cantautore, ma
lo scrittore. Da bambino passavo un sacco di tempo a esplorare il mio mondo interiore
(oltre che a giocare ai videogiochi e a giochi inventati da me ) e, a 9 anni, lessi un libro, che
si chiamava “un ponte sull’eternità” di Richard Bach. Ricordo ancora, se ci penso, tutta
l’emozione che mi causò quella lettura. Mentre chiudevo le ultime pagine pensai una cosa
piccola e semplicissima, che mi è rimasta impressa nella mente: “è questo quello che voglio
fare, nella vita, voglio far sentire qualcun altro così come questo libro ha fatto sentire me,
voglio riuscire ad emozionare le persone “. Da lì è nato tutto, e infatti il mio primo sogno
era di scrivere un romanzo. Fin dalle scuole elementari ho scritto racconti, e all’ultimo anno
di liceo ho iniziato un romanzo, che non ho mai finito, ma che spero un giorno di
continuare. La musica è nata dalla stessa radice, dallo stesso desideri di comunicare
qualcosa, di emozionare gli altri.
Tutto quello che faccio, nella vita, dipende da quel minuscolo istante della mia infanzia, in
cui, per la prima volta credo, ho percepito quella che Aristotele chiama εὐδαιμονία, la
“buona riuscita del proprio demone interiore”, nella traduzione che ne dà Galimberti.


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