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Charles Bukowski il nuovo libro di Francesco Amoruso in uscita giovedì

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Copertina Libro Charles Bukowski di Francesco Amoruso
Copertina Libro Charles Bukowski di Francesco Amoruso

L’autore indaga sullo stretto rapporto tra autobiografia e narrativa che ha contraddistinto l’opera di Charles Bukowski tra alcol e sconcerie

in questo tempo di particolare crisi per ogni settore culturale, molti spingono sull’acceleratore per cercare di combatterla.

Esce in questi giorni CHARLES BUKOWSKI La scrittura che esplode dal basso: l’America e il suo ubriacone di Francesco Amoruso, edito da Il Terebinto che verrà presentato Giovedì, all’interno del seminario Scritture in transito tra letteratura e cinema, guidato dalla professoressa Silvia Acocella, all’Università degli studi di Napoli, Federico II di Napoli.

In questo volume l’autore indaga sullo stretto rapporto tra autobiografia e narrativa che ha contraddistinto l’opera di Charles Bukowski, scrittore americano conosciuto ai più per la sua vita dissoluta, fatta di alcol e sconcerie.

Amoruso ha cercato di mettere in luce la sua sensibilità umana, l’inventiva e l’attaccamento alla scrittura, viaggiando tra le fessure di una ita letteraturizzata, spesso contraddistinta da narrazioni oscene, con protagonisti maniaci, ubriaconi, stupratori e giocatori incalliti; e provare, nonostante ciò, a toglierlo dalla gabbia di un’immagine stereotipata in cui, probabilmente, lui stesso si è lasciato rinchiudere.

Una scrittura in cui prosa e poesia, come già aveva capito Walt Whitman, non sono inconciliabili ma, anzi, diventano due modalita dello storytelling in cui non c’è confine: l’una influenza l’altra e viceversa.

Conosciamo l’autore

Francesco Amoruso è nato a Villaricca (NA) nel 1988. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne e la magistrale in Filologia Moderna. Cultore della materia, presso la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea, ha pubblicato il romanzo Il ciclo della vita (2010), la raccolta di racconti Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo (La Bottega delle Parole, 2017) e i saggi How I Met Your Mother. La narrazione ai tempi delle serie TV (Terebinto Edizioni, 2019). Cura l’antologia Stanze (Libreria Dante & Descartes 2020), col contributo del Dipartimento degli Studi Umanistici, prima raccolta di racconti inediti fuoriusciti dal laboratorio “Tra le Pagine e la Melodia”, da lui coordinato all’interno del seminario “Scritture in transito. Tra Letteratura e Cinema” all’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Cantautore, ha realizzato il disco Il Gallo Canterino (illimitarte, 2014).

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  1. Pingback: Charles Bukowski: 100 anni di ossessioni, disperazione e bellezza

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“Notizie dal mondo” il nuovo film di Tom Hanks

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Diretto da Paul Greengrass, “Notizie dal mondo” è l’adattamento cinematografico del romanzo del 2016 News of the World scritto da Paulette Jiles

Tom Hanks interpreta il capitano Jefferson Kyle Kidd, un ex soldato che ha combattuto la recente Guerra civile americana, alla fine della quale inizia a viaggiare tra i villaggi del West leggendo i giornali e raccontando ciò che accade in giro per il mondo.

Nel corso del viaggio, in seguito a una carneficina ai danni dei nativi dei Kiowa, incontra l’unica superstite, Johanna, una ragazzina di dieci anni, rapita sei anni prima dalla tribù e cresciuta come una di loro.

Il film è la storia del disperato tentativo di Jefferson di ricondurre Johanna a casa degli unici parenti superstiti al di là del paese.

Allora il viaggio si fa collante, ancora una volta, tra il passato, quel mondo circolare tutto terra-aria-acqua-fuoco cui è legata la tribù di Johanna, e il futuro, la linea dritta della strada, immagine di tutta una tradizionale narrazione occidentale, fatta di inizi, peripezie e lieti fini.

La piccola grande donna, Johanna, citando il film di Arthur Penn con Dustin Hoffman, e Jefferson arriveranno a riconoscersi, l’uno legato all’altra, nonostante le distanze culturali e comunicative.

L’auto, la carovana, un minivan (come in Little miss sunshine), le proprie scarpe sono da sempre veicolo e cursori di una metafora-viaggio riconoscibile e rassicurante.

Ancora una volta, infatti, il viaggio significa crescita, percorso formativo alla fine del quale ci si scopre a tenere insieme gli intrecci e i fili di vite opposte, diverse.

E come il cursore di una cerniera, attraversare l’America, on the road, una qualsiasi lunga strada, significa unire i denti di una zip-ferita e mettere insieme lembi distanti, trattenendo in un solo insieme, passato e presente, dolore e gioie.

Il viaggio da un lato, che diventa realmente ipotiposi di tutto.

Dall’altro, se “chi viaggia, ha molto da raccontare”, come scriveva Walter Benjamin, il filo del racconto è tenuto insieme da Jefferson che va riportando le notizie provenienti dal mondo, leggendo, interpretando, raccontando quanto scritto sui giornali, facendo ciò è che tipico dei narratori giusti che trovano nel giusto un motivo in più per viaggiare e mettere le cose a loro posto.

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Facciamo il Punto! con Davide Esposito

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Davide Esposito, direttore responsabile de “La Cooltura” è stato nostro prossimo ospite.

Lo scorso Lunedì 15 Febbraio, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Davide Esposito, direttore responsabile de “La Cooltura”, spesso ospite di RAI Cultura.

Con lui abbiamo potuto scoprire alcuni tecnicismi sulla divulgazione culturale ai tempi dei social e come cultura e diffusione del sapere dialoghino costantemente a favore della divulgazione stessa.

La realizzazione di una rivista spigliata, veloce, al passo coi tempi, con un linguaggio non destinato agli esperti ma a chi vuole poter informarsi e, magari, approfondire, deve necessariamente dialogare con le logiche di veicolazione contemporanee.

A tal proposito, interessante è stato l’approfondimento sui diversi modi comunicativo di Alberto e Piero Angela rispetto ad Alessandro Barbero.

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Ortiga: passato e futuro scritto sui muri del quartiere

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Foto: Maria Rosa Palma

Il racconto un quartiere storico della periferia Est di Milano dove il tempo sembra essersi fermato

Ortiga è un quartiere storico della periferia Est di Milano incastrato tra il cavalcavia Buccari, via Corelli, Lambrate e accerchiato da snodi ferroviari.

Questo quartiere, la cui origine risale tra l’800 e il 900, nasce come borgo agricolo. Infatti, il nome Ortiga deriva da “ortaglia”, cioè orti, molto diffusi in questa zona grazie alla vicinanza del fiume Lambro che rendeva fertile e coltivabili i terreni circostanti.

Successivamente, con la costruzione della ferrovia che da Milano conduceva a Treviglio, si trasforma in un borgo di operai frequentato ed abitato soprattutto da ferrovieri.

Nonostante si trovi a ridosso di una grande metropoli come Milano, ha mantenuto un’atmosfera paesana tale che Milano sembra essere molto lontana nel tempo e nello spazio.

La piazza principale ospita la chiesa dei Santi Faustino e Giovita, frutto di un importante evento storico. Quando Federico Barbarossa distrusse Milano nel 1162, molti abitanti dal centro della città trovarono rifugio in questa zona periferica. Nel frattempo, questi fedeli pregarono la Madonna a cui dedicarono un semplice graffito con la speranza di poter tornare alle loro case in città.

Questo desiderato ritorno si avverrò con la pace di Costanza nel 1182 con cui si riconosceva l’autonomia di Milano: i milanesi, così, tornarono in città ma prima di andarsene vollero ringraziare la Madonna dedicandole un affresco “Madonna delle Grazie” posto proprio sopra il graffito. Così, nel lontano 1182, fu fondato il santuario, allora denominato San Faustino di Cavriano.

L’arte ad Ortiga

Non solo gli orti, ma anche l’arte ha sempre trovato qui terreno fertile: prima fu l’arte fatta di musica e canzoni grazie a vari artisti, da Enzo Jannacci (medico del quartiere) col suo personaggio che “faceva il palo, il palo, perché l’era, perché l’era il so mesté…”, a Nanni Svampa con “la Rita dell’Ortiga e la cantava la la la la la la”, che han fatto conoscere questo quartiere oltre i suoi stessi confini.

Questa tradizione artistica continua ancora oggi tanto che questo quartiere viene definito un museo a cielo aperto. Senza pagare nessun biglietto, senza fare file e a qualsiasi orario è possibile visitare un museo di arte urbana: qui i muri diventano gallerie che accolgono quadri sotto forma di murales.

Attraverso queste opere, presenti non solo su grandi muri ma anche su facciate, cavalcavia, sulle “clèr” dei negozi, i vari artisti coinvolti raccontano soprattutto il novecento milanese ma non mancano riferimenti ad un passato molto antico del borgo fino ad arrivare al 21 secolo.

I protagonisti del quartiere

Tra i tanti spicca, per i suoi colori appariscenti, il murale di via Ortica che, attraverso dei grandi fiori variopinti, rimanda ad un passato agricolo quando campi ed orti pullulavano questa zona.

Basta fare però solo poche centinaia di metri per essere catapultati in un passato più recente del borgo: i fiori e i campi scompaiono per far posto a fabbriche, industrie, snodi ferroviari e lotte dei lavoratori come narra il “muro” dedicato “Al lavoro e al movimento dei lavoratori”.

Continuando la camminata nel quartiere, si incontrano altri murales che raccontano il secolo scorso attraverso personaggi milanesi che, nel bene o nel male, si incontrarono o scontrarono con gli eventi storici del loro tempo facendone parte.

È un girovagare con la storia, che si visualizza sui muri, fatto di incontri con un passato sempre diverso che stimola il visitatore a ragionar, nel giro di pochi minuti, ora di sport, ora di legalità, ora della condizione dei lavoratori, ora di musica rap, ecc..

Infatti, qui i personaggi importanti “non se la tirano” ma sono sempre in giro per il quartiere e, passeggiando qua e là , è possibile incontrarli e farsi … è proprio il caso di dirlo … una di quelle “ chiacchierate storiche”: ecco che ora incontriamo “Il muro delle donne”, poi “Il muro della legalità”, quello “Agli antifascisti e ai deportati politici”, “Al movimento cooperativo Milanese”, “Alla musica popolare”, “Al Partigiano e al vescovo”, “Allo sport”, fino all’ultimo arrivato “Dialoghi: Rap a Milano”, opera che vuole celebrare i rapper dal 2000 ad oggi. La particolarità di quest’ultima creazione è la volontà di creare una relazione tra il “mural” e chi osserva in base alla posizione dell’osservatore.

La vita ad Ortiga

È così strano pensare che a Milano, la città dove tutto scorre così velocemente e che è lì a pochi chilometri, possa essersi conservato ancora oggi un quartiere dove il tempo sembra essersi fermato a riposare sui muri, quasi a difesa di quell’atmosfera di una volta fatta di piccole botteghe, osterie e case di ringhiera.

Quest’aria “paesana” la si respira non solo per le strade, ma anche nelle tradizionali trattorie di quartiere dove si possono gustare i sapori autentici della tradizionale cucina milanese.

Si può fare un salto alla “Balera di Ortiga”, locale storico nato nel 1896 che negli anni 60 riscosse tanto successo tra i lavoratori del quartiere diventando il loro principale posto di ritrovo.

Ancora oggi è possibile “ritrovarsi” alla balera che, nonostante siano passati tanti anni, è ancora sinonimo di aggregazione, tradizione, casa: qui tra una mangiata ed una bevuta, una ballata ed una partita a bocce, è possibile farsi delle belle chiacchierate e quattro risate in piacevole compagnia di persone appena conosciute ma già oramai di famiglia.

Sicuramente, dopo un’esperienza al quartiere Ortiga, quando sentiremo l’espressione “parlare al muro” ci scapperà un sorriso ricordando come a volte, parlare al muro, possa essere così piacevole, stimolante … e perchè no?… anche divertente!

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Facciamo il Punto! con Davide Esposito

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Davide Esposito, direttore responsabile de “La Cooltura” e caporedattore della redazione “Storia”, sarà il nostro prossimo ospite.

Il prossimo Lunedì 15 Febbraio, alle ore 19:00, sulla Pagina Facebook de Il Punto!, scambieremo quattro chiacchiere con Davide Esposito, direttore responsabile de “La Cooltura” e caporedattore della redazione “Storia”.

Come si veicola la cultura? E cosa si intende per cultura? E che importanza hanno, nell’ambito della ricerca o della diffusione culturale, riviste come La COOLtura?

L’incontro ci offrirà la possibilità di scoprire il successo della rivista di cui Davide Esposito è direttore ma anche di conoscere da vicino le sue esperienze didattiche, accademiche e di ospite per RAI Cultura.

Direttore responsabile de “La Cooltura” e caporedattore della redazione “Storia”, si occupa di articoli di storiografia e storia della musica. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel 2019. Approdato nel mondo del giornalismo nel 2010, ha collaborato in passato per Wikipedia, Nuova Stagione, Road TV Italia, Federico TV e Libero Pensiero News. Collabora saltuariamente per la trasmissione televisiva “Passato e Presente” prodotta da Rai Cultura. Ha pubblicato il suo primo libro di storiografia nel 2015 dal titolo “Il mito di Carlo Magno: Alle origini dell’identità francese” (Il Terebinto Edizioni)

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La vita davanti a sé, il libro sì.

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“La vita davanti a sé” è tutto ciò che è possibile se ci trasciniamo quanto c’è alle spalle, smarginando le differenze, e tenendosele tutte addosso, come i chili di Madame Rose.

C’è sempre, tra i lettori, questo dibattito la cui vis polemica, forse, tra i meno avvezzi, non si spegnerà mai:

MEGLIO IL FILM O IL LIBRO?

Un ring dal quale, i meno avvezzi al concetto di transcodificazione, che vuole che da un mezzo all’altro qualcosa necessariamente si perda, ne escono con le ossa rotte.

Non c’è da farne paragoni.

Sono, semplicemente, due opere diverse.

E però, ci sono opere come “Revolutionary Road”, per esempio, in cui film e libro dialogano benissimo, al punto che la perdita è solo nella funzione fàtica.

E però, “La vita davanti a sé” di Romain Gary, autore che per anni ha usato lo pseudonimo Èmile Ajar, è un libro che avrebbe richiesto cura e attenzione, in particolar modo rispetto per la leggerezza con cui certi temi sono stati trattati.

Per chi ha già visto il film, nel libro, Momò, il ragazzino, affidato alle cure di Madame Rose, ex prostituta che fa da orfanotrofio illegale per figli di altrettante prostitute, non arriva mai a spacciare, come nel film.

L’adattamento, contestualizzando la storia ai giorni nostri, ha creato questo link in cui, un bambino nero di colore, orgoglioso e anche un po’ viziato, nel 2020, debba spacciare droga, con conseguente redenzione, crescita collodiana.

Il massimo che fa Momò, nel libro, però, è andare con Arthur, una marionetta costruita con un palloncino e un ombrello, a fare spettacoli elemosinanti.

Di che parla però veramente “La vita davanti a sé”?

La storia è una storia di prostituzione, abbandoni, diritto all’eutanasia e libertà mancate, crescite improvvise e di relazioni impossibili, tra bambini e anziani, israeliti e palestinesi, di sogni che si fanno incubi «quando i sogni invecchiano».

La voce di Momò è resa, da Gary, in modo che, ogni frase, ti taglia dentro, fin dalla prima pagina.

La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volte ne sento la mancanza

E quando si lega a un cane, Super, e si rende conto che non può dargli la felicità che lui stesso avrebbe voluto dalla vita, lo dà via, lo mette in vendita, forse non credendo di riuscirci così in fretta.

“Quando Super ha incominciato a crescere per me dal punto di vista sentimentale, ho voluto dargli una sistemazione; è la stessa cosa che avrei fatto per me, se fosse stato possibile”.

I soldi guadagnati li butterà poi via.

Un bambino, ci dicevo, più o meno sopra, per niente uguale a quello del film.

Come se, nel passaggio avesse, dovuto perdere di ingenuità matura e vestirsi di una retorica che non dialoga né con il libro, né con i personaggi stessi.

È Momò a raccontare la storia e lo fa, a volte, sbagliando gli avverbi, usandoli male al posto giusto, regalando, così, dei giochi e delle conseguenzialità tutte nuove, capaci di stupire il lettore che ama strabuzzare gli occhi quando parlano i bambini.

A me non piace la gente che ha la faccia che cambia in continuazione e sfugge da tutte le parti e non ha mai lo stesso muso due volte di seguito. Uno di quelli che chiamano moneta falsa, e certo lui doveva avere le sue ragioni, chi non ne ha, tutti hanno voglia di nascondersi…

Momò non conosce bene l’età che ha, nemmeno è convinto di essere un buon musulmano, va oltre la sua religione, impara l’ebraico per amore, ma anche per osmosi d’amore, di Madame Rose che, sempre più vecchia, sempre più grassa, sempre più malata, darà a Momò l’occasione di amarla fino e oltre la morte.

Non bisognava disturbarla quando piangeva, perché erano i suoi momenti migliori

È un libro che si gioca proprio sulle assenze e sui legami nati su un’identità in costruzione.
Momò non ha famiglia se non quella costruite nella grassezza di Madame Rose e su qualche bella parola del Vecchio Hamil.

Entrambi, Madame Rose e Hamil, perderanno lentamente la memoria.
È sulla dimenticanza, sull’incertezza, sulle scoperte improvvise, come quelle che i bambini fanno giorno dopo giorno, e se sono bambini intelligenti, di ora in ora, che Momò racconta e lo fa col piglio degli scrittori.

Ad un certo punto, dice una cosa bellissima.

Il signor Hamil, un venditore di tappeti, ha un libro che confonde, fonde, unisce, al Corano.

È “I miserabili” di Victor Hugo.

Momò capisce così perché Hamil, spesso, ormai un po’ rimbambito per la vecchiaia, lo chiami Victor e non Momò.
Qualche pagina più avanti, Momò si trova a parlare con due persone tagliate dal film: una è una doppiatrice; c’è una bella immagine metacinematografica sul tempo che non può tornare indietro, proprio come quando si realizzano doppiaggi, a quando Madame Rose era giovane e bella. L’altro è una specie di psicologo che presta molta attenzione e serietà al suo racconto.

E nel raccontare a loro la sua vita, la tragedia della salute pessima di Madame Rose, mentre parla, capisce di avere molte cose da dire, e allora dice, così, come se non ci fosse alcun senso:

“Il signor Hamil ha un Libro del signor Victor Hugo con sé e quando sarà grande scriverò anch’io i miserabili perché è quello che si scrive sempre quando si ha qualcosa da dire”.

Ecco la differenza tra il film e il libro, da un punto di vista, non tanto tecnico, quanto di sentimento: la storia di Momò e Madame Rose è una storia fatta su impalcature di storie su storie, dando schiaffi e carezze, precipitando e risalendo, senza una morale, senza per forza offrire una qualche retorica da incelofanare nella pellicola.

“La vita davanti a sé” è tutto ciò che è possibile se ci trasciniamo quanto c’è alle spalle, smarginando le differenze, e tenendosele tutte addosso, come i chili di Madame Rose.

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