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Charles Bukowski: 100 anni di ossessioni, disperazione e bellezza

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Henry Charles Bukowski nasce il 16 Agosto del 1920, ad Andernach, in Germania

Alcol, sesso e violenza, i protagonisti dei libri di Bukowski insieme a una disperazione senza fondo, sono protagonisti anche in questo spettacolo che segue i testi con rigorosa fedeltà, permettendo al protagonista di scatenarsi nel “suo” mondo fantastico, che è quello di Bukowski, ossessionato da tristezza e dolori anche più realistici del vomito e delle copulazioni ricorrenti.


Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle

Figlio unico di un sergente statunitense della Third United States Army, di origini polacche, e di una casalinga tedesca, Katharina Fett, a soli due anni attraversa l’oceano Atlantico per emigrare negli States.

E fin qui è tutto ok: notizie simili possiamo leggerle nelle quarte di copertina delle sue opere ma, tolte le burocrazie biografiche, il percorso è tutto in discesa.

In Charles Bukowski – Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle, libro-intervista di Fernanda Pivano a Charles Bukowski, pubblicato nel 1997, la celebre traduttrice dei più grandi scrittori americani – dopo aver presentato l’autore, più o meno come ho fatto poc’anzi – glissa così:

«Basta. Per sapere di più bisogna leggere le sue storie e le sue ormai numerose interviste […]».

Perché Henry Chinaski è il protagonista indiscusso della prosa bukowskiana, nei romanzi così come in molti racconti brevi.

A lui Bukowski dà vita, affida pensieri, modi di fare, la disperazione, la sua faccia tartassata da un violentissimo acne, le sue scommesse ai cavalli, vincite e sconfitte, le donne, l’alcol, che inizierà a bere a soli 13 anni e che nel 1955 lo condurrà in ospedale per un’ulcera perforante e quasi fatale.

Una volta uscito dal nosocomio, Bukowski darà in eredità al suo alter ego altri fiumi di birra e, soprattutto, le sue prime poesie.

Scompare parzialmente in Pulp. Una storia del XX secolo, l’ultimo romanzo:

qui il protagonista è Nick Belane, “l’investigatore più dritto di Los Angeles”, alle prese con l’assurda e surreale ricerca di Louis-Ferdinand Céline, l’autore del Viaggio al termine della notte, morto da ormai trent’anni, e dell’ambiguo Red Sparrow, per il ritrovamento del quale gli verranno garantiti cento dollari al mese per tutta la vita:

da un lato, c’è il chiaro riferimento a John Martin della Black Sparrow Press, che offrì a Bukowski un assegno mensile di cento dollari in cambio delle sue prestazioni artistiche;

ma dall’altro pare metafora di una vita trascorsa a inseguire l’arte, distraendosi, tra inganni e celebrazioni, prima di incontrare la morte.

«Quello che ho cercato di fare, se posso dire, è di registrare gli aspetti della vita degli operai… le urla delle mogli quando rientrano a casa dal lavoro. Le realtà che stanno alla base dell’esistenza di qualunque uomo… qualcosa che raramente viene menzionato nella poesia dei secoli»


S. Penn, Tough Guys Write Poetry. “Interview”, vol XII, no.19, Settembre 1987, p. 98.

Sporche di anime disperse, piscio e corruzione, le strade del realismo bukowskiano si caricano invece di un significato più crudo.

Non guarda né dal basso, né dall’alto, piuttosto muove i suoi passi dal di dentro e non può uscirne: figlio proprio di quel caos, fratello putativo di quegli esseri schiacciati dalla routine, è come se Bukowski esibisse pubblicamente i loro panni sporchi, che poi – in fin dei conti – sono anche i suoi.

Charles Bukowski è stato spesso criticato per la volgarità ma oggi, il più delle volte, resta incompreso attanagliato dai luoghi comuni e da qualche frase banale rubata dal web.

Negli studi condotti e nel lavoro pubblicato proprio quest’anno da Il Terebinto, ho cercato invece di raccontare altro:

l’anima gentile nascosta dalla maschera di un uomo che ha vissuto ai margini della società fin da piccolo quando veniva picchiato violentemente dal padre.

Perché è vero che a Bukowski o lo odi o lo ami, ma prima di tutto andrebbe capito.

Il lettore ideale di ogni scrittore riesce a mettersi nei panni di chi racconta e che in qualche modo subisce attivamente le manie di chi scrive.

Con questo ossimoro si vuole ipotizzare una lettura-tipo che non è quella onanistica e basta di chi pretende che una qualche aspettativa personale venga riflessa o rifratta dal testo;

piuttosto quella di chi chiede, a sé e all’autore, in ogni capoverso, in ogni storia o frase: cosa ci sta raccontando e perché?

Perché quella di Bukowski è stata una vita letteraturizzata, spesso contraddistinta da narrazioni oscene, con protagonisti maniaci, ubriaconi, stupratori e giocatori incalliti, verso i quali provava un senso di compassione e tanta voglia di gentilezza.

C’era qualcosa che mancava del tutto a quei poveretti e, solo per un attimo, sen- tii una stretta dentro e mi venne voglia di prenderli fra le braccia, di consolarli e di abbracciarli come un qualche Dostoevskij, ma sapevo che non avrebbe portato a niente, salvo al ridicolo e all’umiliazione, per me e per loro. Chissà come, il mondo si era allontanato troppo e mai più sarebbe stato così facile essere spontaneamente gentili.


C. Bukowski, Hollywood, Hollywood!, Feltrinelli, Milano, 1989, p. 50.

Non ci si può avvicinare a Bukowski, senza prima togliersi da dosso anni e anni di narrazione pregiudizievole e piena di luoghi comuni.

Insomma, nel giorno del suo centesimo compleanno, fatevi un regalo:

iniziate a conoscere Charles Bukowski, e poi datevi la possibilità di innamorarvene.

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