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Entertainment

Renato Carosone su RAI 1, una goduria per gli occhi e per le orecchie

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Su Rai 1 è andato in onda il biopic dedicato a Renato Carosone, interpretato dal trisnipote omonimo di Eduardo Scarpetta

È dagli anni ’60 che la fiction nazionale dedica sceneggiati alla vita dei grandi del passato, assumendo da subito un carattere pedagogico.

Se nei biopic cinematografici (per lo più stranieri) l’artista viene raccontato attraverso tutte le sfumature chiaroscurali possibili (si vedano i pur differenti Bohemian Rhapsody e Rocketman), spesso rimarcando il carattere ribelle, in crisi con i valori socioculturali a lui contemporanei, incapace di adattarsi e perciò incline al vizio, in quelli nostrani, sulla tv generalista per lo più, i protagonisti sembrano figure bibliche degne di essere paragonate a santi o giù di lì.

Mostrare la vita dei grandi connazionali, attraverso queste epiche agiografie, è da sempre una risorsa creativa che, da un lato, offre collante educativo nazionale e, dall’altro, permette alle reti generaliste di riproporre modelli educativi popolari.

le biografie non sono reali perché sono credibili […] ma perché sono credute reali da molti spettatori

George custen, Bio/pics, How Hollywood constructed public history, New Brunswick: Rutgers University, 1992, p. 7

Lo spettatore trova gusto a partecipare a quella che Ricoeur definiva «riattuazione del passato» e a incentivare costantemente questo «culto della memoria» (Emmanuel Kattan) in una operazione nostalgia che investe la produzione degli ultimi 20 anni, dal cinema alle serie tv, passando per la letteratura.

Una serie Tv come Stranger Things, ad esempio, ambientata negli anni ’80, sfrutta tutta la forza evocativa dei giochi, della merce e dei suoni che hanno caratterizzato l’epoca e l’adolescenza del fruitore medio di Netflix.

Tratto da “Carosonissimo”, libro del critico Federico Vacalebre, edito da “Arcana edizioni”, ciò che è andato ieri in tv è stato un capolavoro del genere che, però, ha fatto felici, non solo i suoi habitué ma anche chi soltanto ascolta da sempre le canzoni di Carosone, senza aver mai conosciuto le storie.

Ambienti, suoni e colori hanno rievocato un passato, forse in qualche modo edulcorato del brutto, della fame e delle difficoltà, ma che ha saputo mettere in risalto il genio di Carosone e il suo percorso nella musica.

Carosone, insieme anche a Nisa (Nicola Salerno, il papà di Alberto, anche lui famoso paroliere italiano), ha saputo raccontare, facendo in modo che la musica potesse divertire ed essere divertente, quell’Italia ritrovatasi, dopo la guerra, improvvisamente svuotata culturalmente e influenzata da ciò che veniva dall’estremo Occidente.

Non solo CantaNapoli!, ma Carosone, Gegè & co. hanno mostrato come poter rappresentare il disagio di una nazione per nulla unita, ancora decisamente a pezzi dopo il ventennio fascista e che necessitava di ritrovare le proprie radici, nel bel mezzo dei blu jeans, le Camel e il rhythm & blues.

Arrivare a portarla proprio in America, questa rivoluzione culturale, questa mescolanza creativa che da sempre passa per il mediterraneo, per le coste della Magna Grecia, ha significato ristabilire le gerarchie storiche e culturali, rimostrare da dov’è che si sono intrecciati i fili e cosa significhi, forse ancora oggi, essere nati tra le braccia di Partenope.

E allora, il miracolo è compiuto, l’agiorafia necessaria, la lacrimuccia tutta splendida splendente giustificata, l’applauso nazional popolare per nulla contestabile.

E allora “Viva Carosone”, Canta Napoli!

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