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Il clima è già cambiato: il vero rischio è continuare a chiamarlo “emergenza”

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cambiamenti climatici

L’estate finisce, ma caldo estremo, siccità, incendi e mari sempre più caldi raccontano una trasformazione che non può più essere considerata eccezionale. La sfida ora è adattare città e territori a una nuova normalità

Oggi è lunedì 31 agosto. Sul calendario l’estate continuerà ancora per qualche settimana, ma per la meteorologia questa giornata rappresenta simbolicamente la fine della stagione estiva.

È forse il momento giusto per fermarsi e guardare ciò che sta accadendo con una prospettiva diversa.

Perché da anni, davanti a temperature eccezionali, incendi, siccità, temporali violenti o mari insolitamente caldi utilizziamo sempre la stessa parola: emergenza.

Ma un’emergenza, per definizione, dovrebbe essere qualcosa di straordinario.

Quando invece determinati fenomeni si ripetono con frequenza crescente, la domanda cambia.

E se non fossimo più davanti a una serie di emergenze, ma a una nuova normalità climatica?

Un cambiamento che non appartiene più al futuro

Per molto tempo il cambiamento climatico è stato raccontato come qualcosa che avrebbe riguardato le generazioni future.

Scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, desertificazione, ondate di calore: immagini collocate mentalmente a diversi decenni di distanza.

Oggi quella distanza si è accorciata.

Il rapporto sullo stato del clima europeo pubblicato nel 2026 da Copernicus e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale ricorda che l’Europa è il continente che si sta riscaldando più velocemente.

Nel 2025 almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media e la temperatura superficiale dei mari europei ha raggiunto il valore annuale più elevato mai registrato. Nello stesso anno circa il 70% dei fiumi europei ha mostrato portate inferiori alla media.

Non sono numeri costruiti per impressionare.

Sono indicatori di un sistema che sta cambiando.

Anche il Mediterraneo ci sta parlando

Per l’Italia il mare rappresenta forse uno dei segnali più evidenti.

Secondo il rapporto SNPA sul clima italiano, nel 2025 la temperatura media annuale dei mari italiani ha raggiunto circa 20 gradi, con un’anomalia di +1,18 °C rispetto alla media 1991-2020. È stato il secondo valore più alto registrato dal 1982.

Sempre secondo ISPRA, dal 2000 in poi quasi tutti gli anni hanno registrato nel nostro Paese temperature atmosferiche superiori alla media.

Anche l’estate 2026 ha consegnato nuovi segnali.

Copernicus ha rilevato che giugno e luglio 2026, considerati insieme, sono stati i più caldi mai registrati nell’Europa occidentale dall’inizio della serie ERA5. Il caldo persistente si è inoltre combinato con terreni più secchi e maggiore rischio di incendi.

Significa che ogni estate sarà necessariamente più calda della precedente?

No.

Il clima non funziona in questo modo.

Ci saranno ancora settimane fresche, estati meno torride, piogge abbondanti e inverni freddi.

Ma è la tendenza di lungo periodo a essere cambiata.

Ed è questa la differenza tra meteo e clima che spesso perdiamo nel dibattito quotidiano.

Un temporale non dimostra il cambiamento climatico.

Una giornata fresca non lo smentisce.

Esattamente come una singola giornata di caldo record non può, da sola, dimostrarlo.

Sono le serie storiche, la frequenza e l’intensità dei fenomeni a raccontare la trasformazione.

Il problema non è soltanto il termometro

Ridurre tutto all’aumento delle temperature sarebbe però un errore.

Il cambiamento climatico significa anche modificare gli equilibri dell’acqua.

Piogge che possono diventare meno regolari, lunghi periodi asciutti alternati a precipitazioni molto intense, terreni incapaci di assorbire rapidamente grandi quantità d’acqua.

Ed è qui che il clima incontra un altro grande problema italiano: il modo in cui abbiamo costruito le nostre città.

Cemento, asfalto, pochi alberi, superfici impermeabili e corsi d’acqua modificati rendono molti territori più vulnerabili.

Lo vediamo soprattutto nelle grandi aree urbane.

Durante un’ondata di caldo un quartiere ricco di alberi e aree verdi non reagisce allo stesso modo di una zona interamente asfaltata.

Non è soltanto una questione estetica.

È una questione di temperatura, salute e qualità della vita.

Uno studio ISPRA pubblicato quest’estate ha mostrato, attraverso simulazioni effettuate a Roma e Firenze, che interventi di riforestazione urbana e depavimentazione possono produrre nelle ore più calde riduzioni locali della temperatura anche superiori a 4 gradi.

Quattro gradi possono rappresentare la differenza tra una strada vivibile e una strada quasi impraticabile nelle ore centrali di una giornata torrida.

Una questione che riguarda direttamente la Campania

La Campania non può considerarsi spettatrice.

Abbiamo una delle aree metropolitane più densamente popolate d’Europa, chilometri di costa, territori urbanizzati, aree vulcaniche, zone montane, agricoltura e un patrimonio naturalistico straordinario.

Ogni modifica degli equilibri climatici può quindi avere conseguenze molto concrete.

Significa ragionare sulla disponibilità d’acqua.

Significa proteggere le coste.

Significa aumentare il verde nelle città.

Significa ridurre il consumo di suolo.

Significa progettare sistemi capaci di gestire precipitazioni intense.

Significa adattare scuole, ospedali, abitazioni e luoghi di lavoro a estati potenzialmente più calde.

Non è ambientalismo ideologico.

È pianificazione del territorio.

Il dibattito sbagliato

Una parte della discussione pubblica continua invece a muoversi tra due estremi.

Da una parte chi attribuisce qualsiasi evento meteorologico al cambiamento climatico.

Dall’altra chi utilizza una giornata fredda o un’estate meno calda in una determinata località per sostenere che il problema non esista.

Entrambe le semplificazioni servono poco.

La scienza non dice che ogni alluvione, incendio o ondata di caldo sia provocata esclusivamente dal cambiamento climatico.

Dice qualcosa di più complesso: un’atmosfera e degli oceani più caldi modificano le probabilità e possono aumentare l’intensità di numerosi eventi estremi.

Il punto quindi non dovrebbe più essere stabilire ogni volta se credere o meno al cambiamento climatico.

La domanda utile è un’altra:

come vogliamo prepararci?

Mitigare, ma soprattutto adattarsi

Ridurre le emissioni resta fondamentale.

Ma anche nello scenario più favorevole una parte del riscaldamento già avvenuto continuerà ad avere conseguenze.

Per questo accanto alla mitigazione serve una parola che nei prossimi anni diventerà sempre più importante: adattamento.

Città con più alberi.

Edifici energeticamente efficienti.

Acqua utilizzata meglio.

Territori meno impermeabilizzati.

Sistemi di allerta più efficaci.

Protezione delle persone anziane durante le ondate di calore.

Prevenzione degli incendi.

Manutenzione di fiumi, canali e reti di drenaggio.

Sono interventi molto meno spettacolari delle grandi dichiarazioni internazionali, ma probabilmente saranno quelli che toccheranno più direttamente la nostra vita quotidiana.

La vera sfida comincia adesso

Il cambiamento climatico non significa che il mondo finirà domani.

Significa qualcosa di molto più concreto.

Il mondo nel quale abbiamo costruito le nostre città, progettato le infrastrutture e organizzato le nostre abitudini non ha più esattamente lo stesso clima di quando quelle scelte furono fatte.

Continuare a comportarsi come se nulla fosse cambiato può diventare il vero rischio.

Il 31 agosto chiude simbolicamente un’altra estate.

Tra poche ore inizierà settembre.

Presto parleremo di autunno, scuole che riaprono, piogge e primi freddi.

Poi arriverà un nuovo inverno e, dopo ancora, un’altra estate.

Ed è forse proprio questo il punto.

Il cambiamento climatico non arriva improvvisamente.

Arriva una stagione alla volta.

E quando una trasformazione avviene lentamente, il pericolo più grande è abituarsi a essa senza accorgersi di quanto sia diventata profonda.

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