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Politica

Epimeleia koinè: la politica come arte della cura comune

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Riscoprire l’“Epimeleia koinè”: Platone e la politica come arte di tessere comunità

C’è una parola che Platone usa per definire la politica. Una parola antica, limpida e dimenticata, che oggi potremmo riscoprire come bussola in tempi di disorientamento e sfiducia: ἐπιμέλεια κοινή (epimeleia koinè), la cura comune.

Nell’opera il “Politico”, Platone scrive che la vera arte del governare è “ἐπιμελεῖσθαι πάντων τῶν ἀνθρώπων”, cioè “avere cura di tutti gli uomini”.

Non comandare, non dominare, non esercitare potere, ma prendersi cura. Una distinzione radicale, che cambia il senso stesso della politica. Per Platone, il buon politico non è un sovrano che impone, ma un tessitore che intreccia.

Come nel lavoro del telaio, l’arte del governare consiste nel tenere insieme fili diversi — il forte e il debole, il ricco e il povero, il sapiente e l’inesperto — per creare un tessuto armonioso e resistente: la comunità.

Questa è la vera “epimeleia”: la cura che unisce, non il comando che divide. Oggi, quella parola sembra scomparsa dal nostro linguaggio pubblico.

Abbiamo trasformato la politica in gestione amministrativa, la scuola in burocrazia, la leadership in controllo.

Ci siamo abituati a un potere che decide, pianifica, misura — ma raramente si prende cura. Eppure, senza epimeleia, senza la tenerezza della cura, la polis si svuota. Resta solo un insieme di individui che convivono senza sentirsi parte di qualcosa. E quando la comunità smette di essere un tessuto condiviso, comincia a sfilacciarsi.

Forse dovremmo tornare lì, a Platone, e riscoprire la sua lezione semplice e rivoluzionaria: governare significa prendersi cura.

Chi guida una città, un Paese, una scuola o un’impresa non esercita un potere sugli altri, ma un dovere verso gli altri.

Il politico, il dirigente, l’educatore sono — o dovrebbero essere — custodi di comunità, non amministratori di interessi.

La cura non è debolezza, ma responsabilità. È la capacità di vedere nell’altro non un ostacolo o un numero, ma una persona.

Significa accogliere la fragilità come parte della forza collettiva, e mettere al centro del vivere civile non la competizione, ma la relazione. Forse la rinascita della politica, e della società intera, passerà proprio da qui:

dal tornare a considerare la comunità non come un territorio da amministrare, ma come un organismo da accudire.

Avv. Lelio Mancino

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