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Epidemia Ebola Congo, quasi 5mila casi: cresce l’allarme OMS

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Epidemia Ebola Congo, il virus Bundibugyo continua a diffondersi nell’est del Paese: oltre 2.300 morti e risposta sanitaria sotto pressione

L’Epidemia Ebola Congo continua a rappresentare una delle più gravi emergenze sanitarie internazionali del 2026. La diffusione del virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo ha assunto in pochi mesi dimensioni eccezionali, mentre le autorità sanitarie cercano di interrompere le catene di trasmissione in un territorio segnato anche da conflitti, spostamenti di popolazione e difficoltà di accesso alle cure.

Secondo i dati riportati dall’ECDC il 16 agosto, riferiti alla situazione epidemiologica fino al 15 agosto, nella Repubblica Democratica del Congo erano stati registrati 4.945 casi confermati e 2.325 decessi, con 730 pazienti ricoverati in isolamento.

Il quadro continua però a evolvere rapidamente. Il 18 agosto il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità ha riferito che le persone contagiate erano ormai quasi 5mila, con oltre 2.300 morti, e che l’epidemia aveva raggiunto sei province e 55 zone sanitarie. Secondo l’OMS si tratta ormai della seconda più grande epidemia di Ebola mai registrata a livello mondiale e di quella con la progressione più rapida osservata finora.

L’epicentro resta nell’est della Repubblica Democratica del Congo

L’attuale epidemia è stata ufficialmente dichiarata dalle autorità congolesi il 15 maggio 2026 ed è la diciassettesima registrata nel Paese dalla scoperta del virus Ebola nel 1976. Il focolaio è stato inizialmente individuato nella provincia dell’Ituri e gli esami di laboratorio hanno identificato il responsabile nel Bundibugyo virus, appartenente alla famiglia degli ebolavirus.

L’Ituri rimane il territorio maggiormente colpito, ma nel corso delle settimane il contagio si è progressivamente esteso ad altre province. Il 12 agosto l’OMS documentava casi in Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé.

A rendere particolarmente difficile il contenimento dell’epidemia sono le caratteristiche delle aree interessate. Insicurezza, presenza di gruppi armati, spostamenti interni, attività minerarie e intensi movimenti lungo strade, fiumi e vie commerciali complicano il tracciamento dei contatti e l’accesso degli operatori sanitari alle comunità più isolate.

Perché il virus Bundibugyo preoccupa

Il Bundibugyo non è la stessa variante responsabile della grande epidemia di Ebola che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016. Appartiene però allo stesso gruppo di virus capaci di provocare una malattia grave e potenzialmente letale.

Un elemento particolarmente delicato riguarda gli strumenti disponibili per contrastarlo. Al momento non esistono vaccini autorizzati né terapie specifiche approvate contro la malattia provocata dal Bundibugyo virus, anche se l’assistenza precoce e le cure di supporto possono aumentare le possibilità di sopravvivenza.

La ricerca, tuttavia, sta accelerando. Il 18 agosto l’OMS ha comunicato che due vaccini progettati specificamente contro il Bundibugyo sono entrati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Parallelamente prosegue lo studio PARTNERS sui possibili trattamenti, che ha già coinvolto 100 pazienti.

Anche il Congo partecipa direttamente alla ricerca: il Ministero della Salute della RDC ha annunciato l’avvio della sperimentazione di due possibili terapie, basate sull’anticorpo monoclonale MBP134 e sull’antivirale remdesivir, utilizzati singolarmente o in combinazione.

Diagnosi più rapide per spezzare le catene di contagio

Uno dei punti decisivi nella risposta all’Epidemia Ebola Congo è la capacità di individuare rapidamente i nuovi casi.

All’inizio dell’emergenza soltanto due laboratori erano in grado di confermare le infezioni. Ad agosto il numero delle strutture diagnostiche abilitate era salito a 18. Nell’area di Kasenyi, al confine con l’Uganda, è stato inoltre installato un laboratorio mobile che ha ridotto a circa un’ora i tempi necessari per ottenere i risultati di alcuni test che in precedenza richiedevano diverse ore tra trasporto dei campioni e analisi.

Individuare velocemente un paziente infetto significa poterlo isolare, avviare le cure e ricostruire più rapidamente la rete delle persone con cui è entrato in contatto.

Ed è proprio il tracciamento uno dei punti più complessi dell’attuale emergenza. L’OMS ha segnalato la presenza di decessi avvenuti nelle comunità e al di fuori delle strutture di trattamento o delle liste dei contatti già conosciuti: un segnale che può indicare l’esistenza di catene di trasmissione non ancora individuate.

Ebola in Congo, qual è il rischio per l’Europa

La dimensione dell’epidemia non significa automaticamente che esista un rischio elevato per la popolazione europea.

L’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, considera attualmente molto bassa la probabilità di infezione per le persone che vivono nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo.

Durante l’attuale epidemia si sono comunque verificati alcuni casi importati legati direttamente alle aree colpite, compreso un caso diagnosticato in Francia e persone evacuate in Germania per ricevere assistenza. Non sono state documentate, in relazione a questi episodi, catene di trasmissione nella popolazione europea.

L’Uganda, inizialmente interessata sia da casi importati sia da trasmissioni secondarie, ha dichiarato concluso il proprio focolaio il 28 luglio, pur mantenendo alta la sorveglianza per il rischio di nuove introduzioni dalla confinante Repubblica Democratica del Congo.

Una corsa contro il tempo

La vera sfida dell’Epidemia Ebola Congo non riguarda soltanto il numero assoluto dei contagi. È la velocità con cui il virus riesce a trovare nuove occasioni di trasmissione in territori dove anche raggiungere un villaggio, effettuare un test o seguire tutti i contatti di una persona positiva può diventare estremamente difficile.

La risposta internazionale punta quindi contemporaneamente sull’aumento dei posti disponibili nei centri di trattamento, sulla sorveglianza nelle comunità, sulle diagnosi più rapide, sul tracciamento, sulle sepolture sicure e sul coinvolgimento diretto delle popolazioni locali.

A oltre tre mesi dalla dichiarazione dell’epidemia, il dato più rilevante resta però quello evidenziato dall’OMS: la trasmissione non è ancora sotto controllo.

La partita decisiva si gioca dunque sul tempo. Ogni contagio individuato precocemente può interrompere una catena; ogni caso che sfugge alla sorveglianza può invece crearne una nuova. Ed è su questa distanza, spesso di poche ore o di pochi chilometri, che si misura oggi la capacità di fermare una delle più importanti emergenze Ebola degli ultimi decenni.

Articolo elaborato sulla base dei dati ufficiali disponibili al 19 agosto 2026 diffusi da Organizzazione mondiale della sanità, ECDC e Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo. I dati epidemiologici sono soggetti a continuo aggiornamento.

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