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Il Pittore Campano Fernando Mangone trasforma Paestum in pittura: la sabbia e il mare diventano linguaggio dell’antico
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La Presidente della Fondazione Arte Mangone ETS: “Paestum non è un luogo da rappresentare, ma una materia viva che continua a generare immagini”
È nel punto esatto in cui la terra si dissolve nell’acqua che prende forma il nuovo lavoro del pittore campano Fernando Mangone: un’indagine pittorica su Paestum in cui la sabbia e il mare non sono sfondo, ma sostanza stessa dell’opera.
L’artista si confronta con l’eredità arcaica della Heraion del Sele e con il patrimonio delle metope custodite nel Museo Archeologico di Paestum, uno dei nuclei più alti dell’arte della Magna Grecia. In queste sculture del VI secolo a.C. si condensano miti fondativi e visioni epiche: Eracle e le sue fatiche, il dramma troiano, la lotta tra uomini e centauri, e una narrazione del mondo antico in cui il mito non è racconto, ma realtà simbolica.
Mangone non illustra né reinterpreta in senso tradizionale: lascia che sia il paesaggio stesso a diventare pittura. La sabbia, raccolta e stratificata sulla superficie dell’opera, conserva la memoria fisica del luogo; il mare, evocato come presenza costante, agisce come forza che consuma e rigenera l’immagine.
Ne nasce un linguaggio essenziale e primitivo, dove il segno pittorico sembra emergere come impronta più che come disegno, come traccia lasciata da un tempo che continua a scorrere sotto la superficie del presente.
Paestum, in questo ciclo, non è rappresentata: si manifesta. Non è soggetto, ma agente. È una terra che continua a produrre mito attraverso la sua stessa materia.
“Non ho voluto raccontare Paestum dall’esterno, ma ascoltarla dall’interno”, afferma Mangone. “La sabbia e il mare non sono elementi simbolici: sono la voce stessa del luogo. In essi ho riconosciuto la continuità con il mondo arcaico”.
A sottolineare la portata del progetto è la Presidente della Fondazione Arte Mangone ETS, Anna Coralluzzo, che dichiara: “L’opera di Mangone apre uno spazio nuovo di lettura del territorio. Non si tratta di rappresentazione, ma di rivelazione. Paestum emerge come organismo vivo, in cui l’antico non è passato ma permanenza attiva, capace di generare ancora oggi forme e visioni”.

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