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Francesco Boccia presente all’IC Don Bosco-Verdi di Qualiano
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2 mesi fail

Il cantautore, autore di “Grande Amore” presenta il suo romanzo
«Nella vita bisogna lottare per i propri sogni, sempre. Mai arrendersi, anche quando tutto sembra andare nella direzione contraria a quello che ti aspetti». Esordisce così Francesco Boccia, intervistato nella cornice dell’Istituto comprensivo Don Bosco-Verdi.
Classe ’77 Boccia è tra i volti (meglio ancora le voci) noti dello show business italiano già da diversi lustri. Ha fatto battere i cuori di quante erano teenagers alla fine degli anni ’90 con quel “Turuturu” che da Sanremo giovani è rimasto un po’ nella testa di tutti. Una parabola musicale la sua che, come racconta lui stesso, «è stata una montagna russa costante».
«Ho iniziato a cantare da piccolo– ha raccontato alla Dirigente dell’Istituto, la prof.ssa Tiziana D’Aniello- perché in casa avevamo il pianoforte di mia madre e la musica è sempre stata il mio ossigeno. Quando ero alle superiori è arrivata la televisione con Mara Venier e la sua Domenica In. Poi un primo stop. E quindi il successo all’improvviso con ‘Turuturu’ a Sanremo. Pensate-prosegue Boccia- che non potevamo neppure uscire dall’albergo senza body guard». Quella di Sanremo è però una sbornia che ha vita breve e dopo un anno è tutto finito. Come se ci si fosse dimenticati di quel ragazzo sorridente che sul palco dell’Ariston aveva portato i suoi sogni impastati di musica e parole. Ma lui non ha mai mollato e ha caparbiamente continuato a sognare qualcosa di grande per sé. Un grande amore.
«Ci sono stati momenti molto bui, momenti in cui pensavo di farla finita convinto che la vita non avesse nulla più da darmi. Ma non ho avuto il coraggio». Per fortuna, aggiungo, anche perché la vita poi ha restituito i tanti debiti che aveva maturato con Francesco Boccia che intanto scriveva canzoni per Orietta Berti, passava serate a casa di Francesco Nuti, chiacchierava di musica con Enzo Gragnaniello. In punta di piedi, con una disarmante umiltà (che è una delle caratteristiche che più colpiscono chi lo incontra), ha saputo aspettare e attendere che il tempo fosse maturo per il suo “Grande Amore”.
«Quella canzone ha aspettato per tredici anni nel cassetto. All’inizio me ne dispiacevo, ci restavo male ma né io né Ciro Tommy Esposito abbiamo mai smesso di crederci. E il tempo ci ha premiati. Carlo Conti era direttore artistico del Festival di Sanremo nel 2015 e si innamorò di “Grande Amore” tanto da proporla al trio de Il Volo che l’ha portata alla vittoria. Per me una gioia incontenibile». E quella gioia si vede ancora oggi nei suoi occhi quando canta, quando racconta di sé, quando risponde alle domande curiose dei ragazzi che hanno affollato l’androne dell’Istituto di via Silvio Pellico.
«Il messaggio chiaro– ha chiosato- che voglio resti ai ragazzi è che spesso bisogna anche vivere le emozioni negative: la paura, l’ansia, il dolore, attraversarli fino in fondo per poi rinascere, senza mai smettere di credere in sé stessi e nei propri sogni». E questo messaggio resta oggi come eredità a tutte le generazioni future grazie alla Armando De Nigris editore che ha pubblicato il primo romanzo autobiografico di Boccia “Da Sanremo al Grande Amore”, in cui sapientemente si alternano poesia e prosa in un ritmo che si può definire scherzosamente ‘Allegro ma non troppo’ e che ricorda a chi lo legge che «bisogna sempre restare autentici, veri» proprio come ha fatto lui che è sempre stato solo Francesco Boccia che non ha mai smesso di «vivere di musica».

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