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Napoli Millenaria
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6 mesi fail

Auguri e promesse per la città che compie 2500 anni
Cosa accadrebbe se un giorno ci svegliassimo e Napoli non esistesse più? Cosa accadrebbe se, nel mattino del primo giorno di inverno, per una diabolica anonima fattura, ci accorgessimo che l’ombra del Vesuvio e la sagoma di Castel dell’Ovo non disegnano più quell’immagine conosciuta in tutto il mondo? Niente più Piazza del Plebiscito, né Maschio Angioino, né Castel Sant’Elmo.
Nessuna traccia di Parthenope, sparita dalla mappa senza che nessun Corniciello o Uovo Virgiliano, né tantomeno Monacielli e ‘Mbriane, abbiano potuto fare nulla, svanendo anch’essi, nell’arco di una notte.
Provate ad immaginare che, al posto dell’intreccio di cardi e decumani del centro antico, lì dove Spaccanapoli taglia la città, ci sarebbero solo strade pulite, ma comuni, piazze ordinate e sicure, mezzi pubblici capaci di raggiungere qualsiasi punto della città in perfetto orario, ma in stazioni grigie tutte uguali.

Sparita la delinquenza, la sopraffazione, le furberie, la violenza, l’insicurezza, la disoccupazione, la malasanità, l’incuria, la burocrazia contorta, l’abusivismo e le ingiustizie di ogni tipo. Al suo posto, ci sarebbe una città ideale, perfetta, abitata da persone con un lavoro, una casa decorosa, una vita serena e sicura di giorno e di notte.
Certo, ci sarebbe ancora il mare, ma non avrebbe più quelle splendidi cornici di Posillipo, Mergellina o di Nisida al tramonto. Quel vuoto sotterraneo un tempo prestato alle catacombe, ai percorsi d’acqua, alle cripte, (divenuto rifugio durante la guerra come la Galleria Borbonica o luogo di riposo eterno per sconosciuti diventati “di famiglia” dopo la loro morte, come nel Cimitero delle Fontanelle), risulterebbe ovunque semplice terra, priva di alcuna memoria stratificata del passato greco, romano, normanno, angioino, aragonese, borbonico.
Scomparsi sarebbero i luoghi iconici, i tesori dell’arte, tutto il patrimonio di riti, tradizioni, di folklore e svaniti anche tutti i primati: quello del San Carlo come primo teatro d’Europa, la prima ferrovia e la prima nave da crociera, il primo osservatorio astronomico e quello sismico ed altri ancora.

Chissà se gli abitanti sentissero una mancanza di identità tale da organizzarsi in una caccia al tesoro, magari sulle tracce ematiche di S. Gennaro e sulle briciole di Pulcinella, pur di ritrovare la saggezza perduta della Biblioteca dei Girolamini, le maioliche dipinte del Chiostro di S. Chiara, i diamanti di piperno pieni di segreti delle facciate del Gesù Nuovo; per rivivere anche solo per una volta, l’incantesimo inspiegabile di cui si era vittime volontarie ogni volta che, varcata la soglia della Cappella Sansevero, circondati dalle presenze marmoree, si restava al cospetto dell’inarrivabile enigma del Cristo Velato.
Certo, il caffè e la pizza esisterebbero ancora, ma il gusto non potrebbe più scegliere tra le alchimie culinarie di babà e sfogliatelle, di pastiera e struffoli, tra ragù o genovese. Senza le melodie napoletane di tutti i tempi, senza le note e le voci, delle poesie e delle leggende, senza il teatro e la teatralità ci si sentirebbe completamente orfani e non “lazzari felici”. A queste coordinate geografiche, un cielo senza Napoli sarebbe di certo meno azzurro.
Tranquilli, è solo un incubo (o forse un sogno per qualcuno!), ma davvero saremmo disposti a scendere al compromesso inimmaginabile di perdere tutta l’identità napoletana per un’utopica perfezione, senza invece impegnarsi nel quotidiano per un’evoluzione possibile?
Dopo 2500 anni, Napoli è ancora sulla mappa, con le sue meraviglie e i suoi problemi, al centro non solo del Mediterraneo, ma anche dei desideri di viaggio di tanti che stanno (ri)scoprendo da qualche anno, per merito o colpa della tv e del cinema, il potere ammaliante della città-sirena, incostante nel tempo come il moto ondoso delle maree. Sirena che, pur mostrando un corpo sinuoso, spesso ritoccato per mettersi in mostra, continua a cantare il suo antico pianto d’appucundria senza che nessuno la senta.
“Troppa folla, troppo disordine, troppo rumore. Non pioveva, ma le strade erano bagnate e umide peggio che in campagna e dappertutto bucce e cartacce, semi di zucca, scheletri di pesci, valve di cozze, banchi di pizzaiuoli di paste cresciute esposte alla polvere in un acre fetor d’olio fritto.”
Così la descriveva lo scrittore napoletano Domenico Rea negli anni ’80. Napoli che cambia dunque, ma solo quel tanto che basta a non cambiare mai: esagerata, contraddittoria, incapace di qualsiasi misura se non nell’accontentarsi, nel far fa finta di non vedere, compiacendosi nell’oblio e nel piacere che qui, entrambi, sono di breve durata.
Il compleanno del “posto al sole” non poteva che cadere (seppur pare per convenzione) nel solstizio d’inverno, nel giorno più buio dell’anno in un varco metaforico verso un nuovo risveglio. Immaginando un’esagerata torta di compleanno con 2500 candeline, ci vorrebbe un soffio così potente da spegnere, in un solo tentativo, tutte le fiamme che anneriscono la sua essenza, lasciando ardere solo ciò che la illumina.

Per le celebrazioni dei 2500 anni, che si avveri il Destino che è nell’origine del suo nome, Neapolis, quella rinascita che ne faccia presto città nuova, lasciando nel passato l’irrisolto ed entrare nel prossimo millennio con qualche crepa in meno e qualche certezza in più.
Che sia questo non solo un augurio collettivo, ma anche un impegno quotidiano globale: l’unico dono possibile da parte di tutti, napoletani e non.

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