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Vivere in una caldera
Pubblicato
9 mesi fail
Di
Gioia Nasti
Vivere nella caldera dei Campi Flegrei: tra bellezza, bradisismo e paura. Dalla Solfatara alle scosse del 2025, il racconto di chi abita in una terra fragile e affascinante
Negli ultimi due anni, è notevolmente aumentata l’attenzione sui Campi Flegrei, una zona che si estende da Pozzuoli e Quarto fino a Cuma, da un lato, e che arriva ai Camaldoli, dall’altro, includendo anche le aree di Agnano e Pianura e le isole del golfo, Ischia, Procida e Vivara. In particolare, l’ultima scossa notevole, di 4.0, in ordine di tempo, si è verificata lo scorso lunedì, di mattina presto, all’interno di uno sciame di più di cento scosse, cominciate nella serata precedente e terminate nella giornata dello stesso lunedì.
Ma vi siete mai chiesti com’è vivere in una caldera? Vivo a Pozzuoli da quasi un quarto di secolo ed il primo segno che mi ha fatto capire di trovarmi in area vulcanica è stata la puzza di uova marce. La mattina o la sera sul tardi, arrivava alle mie narici un odore sconosciuto e molesto, che ho poi imparato a conoscere: era l’odore proveniente dalla vicina Solfatara, un miscuglio di vapore acqueo, anidride carbonica e idrogeno solforato. Il secondo segno fu la scoperta delle fumarole a bordo strada scendendo per via Antiniana: la terra, ma anche i tombini, letteralmente fumavano ed io, che non avevo mai visto una cosa del genere, mi fermai a fotografare questo stranissimo evento naturale che, ogni volta, mi lasciava perplessa e a bocca aperta.
La caldera dei Campi Flegrei, come è stato detto, è una caldera piuttosto estesa che, dal punto di vista morfologico, presenta ancora tracce evidenti dei vari vulcani che la caratterizzavano. Le prime grandi eruzioni risalirebbero a circa 60.000 anni fa, mentre l’ultimo evento ebbe luogo nel 1538, con la creazione del Monte Nuovo.
Le eruzioni però hanno anche lasciato conseguenze positive: materiali utilizzati poi nella costruzione, quali tufo, piperno e pozzolana, la presenza di sorgenti termali, un mare pescoso e, non da ultimo, un suolo incredibilmente fertile, su cui si producono vitigni di fama mondiale
. Altrettanto famoso è il vulcano ancora oggi fortemente attivo ma quiescente, la Solfatara appunto. Vi si trovano forti attività di fumarole di anidride solforosa, getti di fango bollente e alte temperature del suolo. La Solfatara ha una forma ellittica e la sua formazione risale a circa 4000 anni fa. Strabone la descriveva come ingresso agli Inferi e dimora del dio Vulcano. Durante il Grand Tour divenne una tappa obbligata per i giovani rampolli della nobiltà e nel XX secolo le visite guidate al cratere la fecero diventare una meta, oltre che scientifica, anche didattica.
Purtroppo, nel 2017, un incidente accadde durante una visita, che distrusse un’intera famiglia: un bambino, sfuggendo allo sguardo dei genitori, superò la corda di limitazione dell’area visitabile e fu inghiottito da una voragine apertasi all’improvviso sotto i suoi piedi, complici le abbondanti acque piovane dei giorni precedenti. Nel tentativo di salvarlo, anche i genitori morirono, sopraffatti dalle esalazioni di gas. Da allora, la Solfatara è stata chiusa a tempo indeterminato.
Direttamente collegato al vulcanesimo della caldera è l’ormai noto fenomeno del bradisismo, un lento periodico abbassamento e innalzamento del suolo nell’area che va da Capo Miseno a Baia, fino a Posillipo, accompagnato, nella sua fase di risalita, da terremoti sussultori brevi e di intensità variabile. Due sono state le grandi crisi bradisismiche della zona in era moderna: quella del 1970 e quella del 1982. Durante la prima crisi, il Rione Terra, il borgo originario della Puteoli romana, fu completamente evacuato il 1° marzo 1970, dopo uno sciame con epicentro nel porto. Nel 1972 il livello di sollevamento del suolo aveva raggiunto i 170 centimetri. La crisi degli anni Ottanta fu più intensa.
Il suolo si sollevò di 185 centimetri alla fine del 1984. La situazione, però, fu considerata grave soltanto dopo una scossa di 3.5 gradi, che fece scattare una sorveglianza più stretta dell’area. Ma fu soltanto a settembre, con una scossa di 5.0 gradi, che cominciò l’evacuazione totale della città: prima l’ospedale civile, poi la casa circondariale femminile, infine tutti gli abitanti man mano, temendo un’imminente eruzione nel golfo. Verso la fine dello stesso mese, la popolazione fu interamente sgomberata e indirizzata verso altre destinazioni vicine.
Dal 2006, i Campi Flegrei stanno attraversando una nuova, lunga crisi bradisismica, culminata nella scossa di 4.4 gradi il 20 maggio 2024 e, da allora, la vigilanza è cresciuta e la Protezione Civile è sempre pronta ad intervenire per garantire un minimo di assistenza alla popolazione. Il 30 giugno 2025, una nuova scossa più forte ha colpito i Campi Flegrei verso l’ora di pranzo, con epicentro in mare, tra Pozzuoli e Bacoli. La scossa, lunga e forte, è stata avvertita anche a Napoli e nei comuni limitrofi.
Il segno più evidente, questa volta, è la secca della darsena dei pescatori, proprio sotto il Rione Terra e l’apparizione di metri di spiaggia sul lungomare, che non si vedeva da almeno trent’anni. Alcuni edifici sono stati sgomberati in attesa di effettuare le dovute riparazioni, alcuni abitanti hanno volontariamente lasciato le proprie abitazioni perché non sono riusciti a reggere l’ansia di continue ed imminenti scosse. La maggior parte dei cittadini, però, è rimasta, nonostante il timore, perché certamente non è facile abbandonare una terra bella, florida e baciata dal sole e dal mare.
Gioia Nasti

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