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Nulla è come sembra: l’ambiguità del soprannaturale
Pubblicato
9 mesi fail
Di
Gioia Nasti
Dal fascino dell’occulto alle profezie ingannevoli delle streghe in Macbeth: quando il desiderio di conoscere il futuro può condurre alla rovina.
La conoscenza del mistero è un elemento che affascina tanti: qualcuno legge l’oroscopo, qualcun altro le carte da una cartomante, qualcun altro le linee delle mani. Non è un caso che Nostradamus o Malachia siano ancora così intriganti e attirino tanti lettori ancora oggi dopo secoli e secoli.
Eppure, come ebbe a dire De Gregori in una sua famosa canzone, “ogni zingaro è un trucco”, cioè le profezie e le divinazioni lasciano il tempo che trovano e, a posteriori, ogni interpretazione può adattarsi a ciò che è stato predetto perché gli esseri soprannaturali, o quelli che dicono di avere poteri per scrutare nel futuro, parlano sempre in maniera piuttosto ambigua. Per mestiere o per celia.
Uno degli esempi letterari più emblematici è di certo il Macbeth di William Shakespeare, una tragedia intrisa di eventi soprannaturali, in cui l’ultraterreno, invece di facilitare la vita al protagonista, lo conduce per mano verso la perdizione e la follia.
L’opera si apre proprio con l’ingresso delle tre “sorelle fatali” che si accordano per incontrare Macbeth. Il loro dialogo si conclude con un verso ormai famosissimo: “Il bello è brutto e il brutto è bello”, sottolineando così immediatamente uno dei temi principali dell’opera: l’ambiguità dell’apparenza. Il verso sarà ripreso proprio dal protagonista nella brughiera dove lui e Banquo incontreranno le tre donne: “non ho mai visto un giorno così bello e così brutto”. Si capisce immediatamente la connessione di Macbeth con le tre Sorelle, una connessione che, iniziata in sordina, si evolverà verso un confronto da pari a pari dopo l’omicidio del re Duncan. A questa affermazione, si aggiunge poi l’esternazione di Banquo, suo amico, quando egli scorge le tre Sorelle.
In ciò che dice, Banquo compendia tutta la stranezza e l’ambiguità che suscitano le tre donne: non sembrano abitanti della Terra, eppure sono su di essa, sembrano capire ma non parlano ancora, sembrano donne eppure hanno delle barbe.
Queste premesse dovrebbero mettere i due in guardia, eppure, quando le tre donne salutano Macbeth con i nuovi titoli, l’attenzione dei due guerrieri viene immediatamente catturata. E mentre Macbeth, piacevolmente sconvolto dalla profezia di grandezza crescente, fino al trono, guarda l’amico, anche Banquo si lascia irretire dalla possibilità di conoscere il suo futuro. Quando stanno per salutarli, Macbeth cerca di trattenerle e le chiama “oratrici imperfette”, riconoscendo così, razionalmente, la loro ambiguità nel profetizzare. Quando viene a sapere di essere diventato Signore di Cawdor, comincia a sperare di diventare anche re: se due profezie su tre si sono avverate, perché non anche la terza? Eppure, da persona ancora leale e onesta, capisce che la regalità potrebbe arrivare anche senza il suo aiuto esterno. Ma non ha fatto i conti con la moglie, che lo spinge fortemente verso il raggiungimento della meta, scegliendo la strada più veloce.
Il delitto però cambia Macbeth totalmente; se prima era una persona titubante, scrupolosa, con tanti dubbi, dopo l’omicidio di Duncan diventa un criminale, fa da sé scelte delittuose, senza essere spinto dalla moglie, come avviene per l’omicidio di Banquo e il tentato assassinio del figlio Fleance. Ormai il diaframma che lo separava dal male è stato squarciato e Macbeth riesce a gestire le cose in autonomia. Salvo, poi, farsi rimordere la coscienza e farsi tormentare dal fantasma dell’amico assassinato fino quasi a farsi scoprire dai sudditi seduti a tavola con lui per il banchetto.
Ma il colpo maestro è senz’altro la confusione derivante dalla consultazione che Macbeth stesso chiede alle tre Sorelle per scoprire ciò che lo aspetta. Le Sorelle Fatali evocano la prima apparizione, che gli consiglia di fare attenzione a Macduff, ma senza specificare altro; la seconda apparizione gli suggerisce di essere coraggioso e sanguinario perché nessuno nato da donna può fargli del male; infine, la terza apparizione, un bambino coronato, ancora una volta gli raccomanda di essere coraggioso e di non curarsi di nulla perché non sarà sconfitto finché la foresta di Birnam non scenderà dalla collina di Dunsinane. Macbeth, dunque, va via soddisfatto: come può una foresta sradicarsi e scendere dalla collina? E chi sarà mai che non è nato da una donna?
Ma poiché “ogni zingaro è un trucco”, nel quinto ed ultimo atto della tragedia, Macbeth capirà quanto ingannevoli sono state le tre Sorelle Fatali e come si sono prese gioco di lui e della sua credulità. Dopo la morte di Lady Macbeth e dopo aver indossato l’armatura per la battaglia, infatti, proprio mentre Macbeth si vanta della sua invincibilità, un servo arriva a comunicargli che ha scorto da lontano una foresta muoversi. Egli non lo sa, ma sono gli uomini di Macduff e dei figli di Duncan, travestiti da alberi, che si muovono lentamente verso il castello. Macbeth comincia a vacillare, eppure crede ancora, VUOLE credere ancora che l’ultima profezia sia l’assicurazione della sua salvezza.
Soltanto quando affronterà Macduff corpo a corpo scoprirà quanto le tre Sorelle sia state menzognere; quando sbatte in faccia all’avversario che nessun uomo nato da donna può sconfiggerlo, Macduff non tentenna, non ha alcun dubbio: quell’uomo è lui, che è nato con taglio cesareo, anziché con parto naturale. Solo allora Macbeth capisce in pieno la portata della inattendibilità delle profezie e si affida alla sua forza e al suo coraggio, da eroe e guerriero.
Morale: non cercate di indovinare o prevedere il futuro; godetevi il presente, perché, come scriveva Lorenzo il Magnifico: “del doman non v’è certezza”.
Gioia Nasti

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