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Napoli in verticale: dai tetti del Duomo al Cimitero delle Fontanelle
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Nuovi percorsi e antichi rituali per chi cerca la luce e per chi cerca la pace.
Navi da crociera nel porto, l’insegna al contrario di un noto marchio di caffè, la sagoma inconfondibile del vulcano, la verticale “Trinità pagana” dei volti (Maradona, Pino Daniele, Massimo Troisi), dipinti su uno dei grattacieli del centro direzionale.
Siete a Napoli, certo, ma dall’alto dei 40 metri del Duomo, la città si mostra in una prospettiva così insolita da riuscire ancora a sorprendere chiunque.
Da qui, i suoi “mille colori”, quelle “tinte” attrattive, riconoscibili e talvolta troppo forti, stingono, sfumano, si corrodono; perfino gli eccessivi volumi metropolitani si attenuano.

Una vertigine di panni stesi come festoni di primavera, fioriere di piante aromatiche e alberelli di limoni, tavolini e sedie sdraio, cumuli di oggetti di varia natura: i tetti si rivelano spazi malleabili di utilità e fantasia, trasformandosi in lavanderie casalinghe, in resilienti giardini pensili, in solarium improvvisati per un collaudo d’abbronzatura, in soffitte senza pareti per tutto ciò che non si usa più.
In questo panorama disordinato e spontaneo, dove i palazzi si contendono la luce, orientarsi diventa quasi un gioco difficile in cui però si viene accompagnati per poter rintracciare vecchi e nuovi riferimenti.

Napoli appare come un plastico imperfetto, ma autentico, modellato nei secoli dalla storia quotidiana e straordinaria e le cupole diverse per forma, dimensione e natura, fungono da segnaposti tridimensionali su una mappa urbana, inedita e familiare al tempo stesso: quelle delle chiese, a partire dalla cappella di S. Gennaro, riconoscibile dalle due ampolle sovrastanti, ma anche quella della Galleria Umberto.

La (ri)scoperta delle profonde radici di Napoli comincia individuando proprio le sue opposte estremità, quelle
“500 cupole sui tetti del Duomo” che sono tappe visive del nuovo percorso guidato, a cura del MUDD Museo Diocesano Diffuso, che regala un’immagine originale della città, non solo per i turisti, ma anche per chi la vive ogni giorno. Esattamente quegli “occhi nuovi” di proustiana memoria, fondamentali quando si parte per destinazioni inesplorate e quando si viaggia anche solo per (ri)scoprire ciò che crediamo di conoscere.

Il vallone del Rione Sanità è un po’ come la pancia di Napoli.
Dentro c’è un vuoto, un antro enorme, profondo, generato dall’asportazione del tufo con il quale, materialmente, la città è stata costruita sopra.
Il Cimitero delle Fontanelle è una cattedrale ipogea a tre navate che insiste su quella terra che, tutt’altro che lieve, grava ormai irrevocabilmente su strati di “spoglie mortali”.

Al suo interno, crani vuoti anch’essi e ossa integre, spezzate, porose come la pietra che li circonda.
La peste, il colera, l’assoluta povertà, insieme all’obbligo di traslazione delle “terre sante” delle chiese al di fuori delle mura cittadine, hanno accumulato nel tempo un numero incredibile di resti privi di identità e memoria, a cui è stata data sistemazione, cura e conforto come solo i napoletani sanno fare: dando per ottenere.

Una corona di rosario per ogni capo coronato di spine, cuori di cera che ardono per ogni fuoco nel petto, centrini ricamati per suturare ferite dolenti, piccoli cuscini per accomodare il riposo eterno. E’ “’o refrisco”, il ristoro, il rituale che, per immutata indole partenopea, spesso sfociava in idolatria.

Nella suggestione della penombra e del racconto, sembra di intravedere ombre femminili che, bisbigliando litanie e inudibili intrecci di lacrime e preghiere, sistemano le “capuzzelle” prodigiose nelle scarabattole, un dono “per grazia ricevuta”. E’ l’antico culto delle “pezzentelle”, quelle anime sospese nell’espiazione della propria pena.

Il dolore è un filo invisibile che lega gli animi dei vivi alle anime in pena nell’oltretomba: il Purgatorio è una condizione comune che genera mutuo soccorso, un’osmosi di carità che nel limbo del sonno si trasforma in contatto mistico con l’aldilà.
Il Cimitero delle Fontanelle non è una meta per viaggiatori in cerca dell’oscuro o del folklore del macabro.

È un sito di interesse, simbolo di identità e cultura restituito finalmente alla città e, prima ancora, resta un luogo di sepoltura meritevole di rispetto dove il ricordo è come l’eco di una goccia d’acqua che cade dall’alto: forse una traccia liquida di quelle sorgenti antiche di cui porta il nome o una timida lacrima di tufo commosso come chi lo attraversa.

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