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Salvador Dalì è l’illustratore di Dante alla Casina Vanvitelliana di Bacoli: in mostra cento acquerelli surrealisti per la Divina Commedia
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Il Parco Borbonico del Fusaro ospita le tavole originali realizzate dal pittore surrealista per la Divina Commedia di Dante Alighieri
Per celebrare il 760° anniversario della nascita di Dante Alighieri (1265-1321), la Casina Vanvitelliana del Real Sito del Fusaro a Bacoli ospiterà la mostra “Salvador Dalì illustra Dante: La Divina Commedia”, un’iniziativa promossa e organizzata dal Centro Ittico Campano.
Il percorso espositivo, inaugurato lo scorso 20 luglio con la messa in scena di alcuni canti selezionati dal poema dantesco, raccoglie fino al 18 settembre 2025 i cento acquerelli realizzati dall’artista catalano tra il 1950 e il 1964 per illustrare la Divina Commedia.
Le tavole originali saranno suddivise in tre sezioni corrispondenti alle tre cantiche dell’opera – Inferno, Purgatorio e Paradiso – in un vero e proprio dialogo tra arte visiva e arte verbale, tra la potenza drammatica ed espressiva del sommo poeta italiano e la carica eversiva del Surrealismo daliniano.

Il Dante illustrato di Dalì
Le illustrazioni per i cento canti della Commedia furono commissionate a Salvador Dalì dal Governo italiano nel 1949, in vista del settecentesimo anniversario della nascita dell’Alighieri. Il pittore lavorò alla realizzazione di centodue acquerelli (di cui due sono rimasti inediti), preparati tra il 1950 e il 1952, che sarebbero stati pubblicati dall’Istituto Poligrafico dello Stato per comporre un’edizione nazionale completa. Tuttavia, il progetto fu sospeso a causa delle accese polemiche suscitate dalla decisione di affidare a un artista non italiano la trasposizione figurativa del poema dantesco.
Fu così che Dalì decise di cedere le immagini a un editore francese, Les Heures Claires, che le pubblico in sei volumi tra il 1959 e il 1963, disponendo le tavole secondo l’ordine in cui erano state presentate in una mostra parigina allestita nel 1960 dall’editore Joseph Foret e stabilito dallo stesso pittore nella prefazione al catalogo dell’esposizione. La pubblicazione italiana degli acquerelli avvenne, invece, soltanto verso la fine del 1963, quando le case editrici “Adriano Salani” di Firenze e “Arti e Scienze” di Roma approntarono un’edizione esemplata su quella francese e curata dallo studioso e vicepresidente della Società Dantesca Italiana Giovanni Nencioni, il quale apportò modifiche rilevanti alla sequenza delle tavole e alle didascalie loro apposte, stabilendo una maggiore congruenza fra l’apparato iconografico daliniano e i versi danteschi.

Ma, al di là delle diverse soluzioni editoriali e interpretative adottate, l’operazione figurativa di Dalì si rivelò fin da subito del tutto indipendente dal testo del poema dantesco: non si tratta, infatti, di una traduzione fedele del dettato poetico in immagini che alludono in maniera chiara e puntuale al loro referente testuale ma, al contrario, di una reinterpretazione in chiave psicoanalitica e surrealista del percorso del Dante pellegrino.
Piuttosto che seguire il racconto dantesco tappa dopo tappa, Dalì intendeva attraverso i suoi acquerelli prelevare da ogni canto singoli personaggi o eventi per lui più significativi con l’obiettivo di rivestirli di un significato simbolico, inserendoli in un’atmosfera metafisica, sospesa tra sogno e realtà. Le parole di Dante risultano così “traslitterate” in un linguaggio altro, il linguaggio surrealista, fatto di simboli di difficile decifrazione, come masse molli, corpi deformati o disgregati, oggetti accostati in maniera impensata.
Prendendo le distanze dalla precedente tradizione figurativa della Divina Commedia, insomma, Dalì ha finito per tradurre in immagini sé stesso e la propria concezione artistica, sostituendo al cammino di purificazione dantesco un itinerario tutto interiore, poiché soltanto la psicoanalisi disvela l’inconscio, consentendo all’io di raggiungere la piena conoscenza di sé e di liberarsi dai vincoli della società e della morale.

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