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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di social con Luca Cerasuolo

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Quella con Cerasuolo è stata una chiacchierata colta e profonda che ci ha permesso di toccare molteplici aspetti del mondo del web, da quelli che coinvolgono il mondo giornalistico fino alla tutela dei dati sensibili.

Esiste una responsabilità deontologica che, a causa dello svilimento della professione del giornalista, è stata messa in crisi.

Il click baiting, infatti, non è solo conseguenza del titolo sensazionalistico necessario per attirare un lettore non più abituato a comprare il giornale, ma anche una graduale perdita di responsabilità del giornalista.

Allo stesso tempo, però, Cerasuolo è ottimista, sinceramente attaccato al senso delle parole e alla possibilità che queste, alla fine, riescano a trovare un loro senso in questo mondo, in cui la tecnologia e la rete offrono opportunità infinite.

È necessario regolamentarne l’uso, promuovere un’educazione a scala nazionale, nelle scuole, perché fin da piccoli si impari, ad esempio, a riconoscere le fake news e a proteggere i dati sensibili.

Consigliamo di seguire il video dell’incontro per approfondire.

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“Facciamo il Punto! con l’ospite” parliamo di canzone con Achille Campanile

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A “Facciamo il Punto!” nostro ospite Achille Campanile, autore del disco “Port’Alba”

https://www.facebook.com/puntoredazione/videos/117764840204404

L’incontro con Achille Campanile ha messo in luce diversi aspetti creativi e ricreativi della canzone.

Dall’incontro con l’autore, è uscito fuori che la riscrittura di testi poetici o romanzeschi, come quelli con Saba, Montale e Calvino, può offrire agli artisti un appiglio creativo-culturale importante.

Achille Campanile, nel suo disco, ha lavorato di transcodificazione, cioè di trasmigrazione da un genere all’altro di temi importanti contenuti in Amai, di Saba, Nuove stanze di Montale e Le città invisibili di Calvino.

Dalla messa in musica di Amai, al sommario di Nuove Stanze, con sfumature di personalizzazione d’autore, passando alla riscrittura-reinterpretazione dei temi di Ipazia.

L’autore, durante la diretta, ci ha fatto ascoltare come la sua bellissima voce dialoghi bene con la cultura e la ricercatezza di un linguaggio colto ma, allo stesso tempo, capace di lasciarsi ascoltare.

Il binomio ricerca-divertimento, nei brani contenuti in “Port’Alba”, ma in generale nell’arte di Campanile, diventa una possibilità importante per chi vuole addentrarsi nella canzone d’autore.

Il video della diretta è disponibile sulla nostra pagina facebook.

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Facciamo il Punto! con Achille Campanile

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Prossimo ospite di “Facciamo il Punto! con l’autore”, il giovane cantautore Achille Campanile.

Il prossimo ospite ha 23 anni, è laureato in Lettere Moderne alla “Federico II” di Napoli ed è attualmente iscritto al corso magistrale in Filologia Moderna.

Da sempre appassionato di musica e letteratura, Achille Campanile sta costruendo i suoi primi passi nel cantautorato tenendo insieme proprio questi due mondi.

“Port’Alba”, il suo disco d’esordio, registrato negli studi di illimitarte, con la collaborazione di Raffaele Cardone, dimostra proprio come sia possibile ancora fare letteratura con la musica.

Recensione dell’album d’esordio di Achille Campanile

Il prossimo giovedì, 14 Gennaio, ore 19:00, in diretta sulla Pagina Facebook, è appunto di questo che parleremo con lui:

come letteratura e musica siano, di fatto, un tutt’uno, e di come lui riesca a raccontare l’attualità con un linguaggio che non cambia, che resta fedele a sé stesso, sempre contemporaneo e che non strizza l’occhio al mainstream.

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Death to 2020, il racconto ironico degli ideatori di Black Mirror

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Death to 2020, ideato da Charlie Brooker e Annabel Jones è stato pubblicato su Netflix il 27 dicembre 2020

Tecnicamente un mockumentary, cioè un documentario serio di temi dal sapore fantascientifico, Death to 2020 si mostra piuttosto come un ironico, sarcastico e polemico racconto dei fatti realmente accaduti.

E in tanti hanno pensato che il 2020 – tra incendi in Australia, risposte violente del movimento Black Lives Matter all’assasinio di George Floyd per mano della polizia americana e il Covid 19 – potesse diventare soggetto perfetto per un episodio della serie antologica Black Mirror o di qualsiasi romanzo film distopico.

E però, in un anno che ha visto anche androidi ballanti in tutto e per tutto speculari a quelli visti proprio in Black Mirror, sarebbe stato scontato se non autolesionista, da parte di Charlie Brooker e Annabel Jones, fare la bella copia di uno spavento vissuto e ancora sofferto.

Così la satira sfrontata, per nulla velata, diventa antidoto a un anno che ha dato poco spazio al riso e, soprattutto, a quello dianoetico, cioè anche pronto a riflettere sugli eventi e sulla risposta dei cittadini a certe restrizioni.

Così, Hugh Grant veste i panni di un vecchio esperto di storia, Tennyson Foss, che, ad esempio, dopo aver saputo della notizia su Boris Johnson, trovato positivo al corona virus, confessa preoccupato di non saper trovare qualcuno peggiore di lui che possa sostituirlo.

Cristin Milioti, già protagonista di un episodio di Black Mirror, Uss Callister, interpreta Kathy Flowers, una “mamma informata” – di quelle che cercano la verità su siti improbabili, come www.leveritàchenoncidicono.com.

Così come Gemma Nerrick, interpretata da Diane Morganuna, che crede a quanto le viene detto da social e tv, ma in maniera più passiva, quasi innocente, senza la spinta di proselitismo che caratterizza il personaggio della Milioti.

In Death to 2020, tutti mantengono posizioni inverosimili e, tra il serio e il faceto, mettono in piedi una satira vorticosa che trascina presidenti, politici di ogni tipo, virologi, esperti e uomini medi.

Solo Dash Bracket, giornalista del New Yorkerly News, interpretato da Samuel L. Jackson, soprattutto quando si parla della triste morte di George Floyd, affonda le unghie nella carne viva e attacca la polizia, accusata di essere tanto attenta con chi spaccia denaro falso e meno con i colleghi che uccidono impunemente.

«Ci sono voluti pochi minuti per uccidere Floyd e 4 giorni per imprigionare i suoi uccisori», dice Bracket-Jackson.

Roba che, se un solo artista o intellettuale italiano si fosse permesso di polemizzare con le forze dell’ordine, denunciando soprusi e abusi di potere, sarebbe stato mandato in esilio.

Death to 2020 non è Black Mirror, ma è quanto accade a certa satira distopica se la distopia si fa reale ed è necessario riderne per passarci sopra, per indorare la pillola e tenersi aggrappato a un briciolo di energia per buttarsi alle spalle questo anno davvero orribile.

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Facciamo il Punto! con Luca Cerasuolo

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Il secondo appuntamento della nuova rubrica culturale avrà come ospite Luca Cerasuolo, esperto di social media e digital marketing

Luca Cerasuolo vive con le parole e durante l’intervista cercheremo di capire come è cambiato il nostro modo di comunicare.

Nato nel ’92, è giornalista professionista dal 2015 e studia i social media dal 2012.

Seguitissimo sui social, in particolar modo su twitter, Luca Cerasuolo è laureato in comunicazione con una tesi dal titolo “Semiotica mafiosa, simboli e comunicazione”.

Il lavoro, poi pubblicato su Repubblica.it, gli è valso il il premio “Giancarlo Siani”.

Nel corso degli anni, ha affinato le conoscenze sulle reti sociali digitali attraverso i master con “Up Level” e la “Business School” de “Il Sole 24 Ore”.

Lavora a “Radio Kiss Kiss” come social media expert e digital marketer, dal 2013, periodo durante il quale ha condotto trasmissioni giornalistiche e realizzato format per la radiofonia.

L’incontro con Luca Cerasuolo sarà un’occasione per conoscere più a fondo un mondo in cui la stragrande maggioranza di noi – tra fake news, click baiting, assuefazione e dipendenza – partecipa al gioco senza conoscerne pienamente le regole.

L’intervista sarà disponibile in diretta sulla nostra Pagina Facebook , mercoledì alle ore 19:00

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Quando un’anima si perde ma non resta “Soul”

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La nuova produzione della Pixar, scritta e diretta da Pete Docter, è disponibile su Disney+

Con Soul, Pete Docter prosegue la strada di educazione sentimentale iniziata con Toy Story e che ha toccato i vertici con la sceneggiatura di Wall-e e il capolavoro di Inside-out del 2015.

Soul è la storia di Joe Gardner, insegnante di musica alla scuola pubblica che ancora non ha visto sbiadito il sogno di esibirsi con importanti nomi della musica jazz.

E proprio il giorno in cui, durante una prova combinata da un suo ex allievo, finalmente impressiona una leggenda del sax come Dorothea Williams, che gli propone di esibirsi quella sera stessa, Joe precipita e muore in un tombino.

Diretto verso una sole accecante, ipostasi di un Uno che ingloba a sé le anime [1], Joe scappa, si rifiuta di accettare di essere morto, e cerca una via per ritornare sulla terra e così cogliere la più grande occasione dopo anni di frustrazioni e fallimenti.

Finisce in un aldilà, un ante-mondo che Pete Docter sembra plasmare con teorie platoniche, trasformando l’iperuranio in Io-seminari in cui le anime studiano per essere poi trasferiti in un corpo e così darsi alla vita.

Qui, Joe incontra Ventidue, un’anima che, nonostante abbia avuto tutor del calibro di Madre Teresa di Calcutta e Abramo Lincoln, non riesce a trovare nulla che la appassioni al punto da desiderare di nascere.

Ingannando i seminaristi, entità astratte in qualche modo assimilabili a demiurghi che trasferiscono le anime nei corpi, e che ricordano i personaggi-linea di Osvaldo Cavandoli, Joe si finge suo insegnante ma, come i suoi predecessori, fallisce.

Solo grazie all’aiuto di Spargivento, traduzione di Moonwind, anima momentaneamente nell’aldilà perché in trance euforica, Joe e Ventidue arrivano sulla terra, con il risultato, però, che il primo torna nel corpo di un gatto ingaggiato per fare pet therapy a un Joe in coma, nel cui corpo entra proprio Ventidue.

Una volta confuse e mischiate le anime, destabilizzate le appetenze empiriche del corpo e dello spirito, i due protagonisti imparano a cogliere ciò che uno aveva perso e che l’altro ancora non aveva imparato ad assaggiare.

Con Soul, come in Inside-out, Pete Docter semplifica, per mostrare quanto siano più complesse le cose della vita.

E mentre con Inside-out le emozioni tracciano linee di collegamento interno ed esterno, l’astrattismo di Soul è raccontato attraverso la carnalità delle anime di un fuori mondo.

La storia di Joe non è semplicemente quella di un musicista frustrato ingabbiato da una quotidianità che pare non appartenergli.

Soul racconta come dietro a una vita passata ad esaudire un sogno ci sia il gesto semplice dell’esistenza – mangiare, sentire il vento tra i capelli, passeggiare, ridere – senza il quale nemmeno il desiderio appagato è percepito più.

L’io-seminario non induce le anime a imparare un talento per sopravvivere alla vita ma, semmai, cerca di offrire la possibilità di poter ricordare la scintilla che c’è dentro alle cose.

C’è un certo gioco linguistico che Docter imprime al film e che aiuta a comprendere le dinamiche dei personaggi.

Gardner non è solo uno dei surname più diffusi in America, molti dei quali musicisti Jazz, ma suona simile a gardener, giardiniere, lavoratore instancabile della terra, che coltiva sogni, speranze, futuri possibili, incespicamenti della terra.

Joe finisce per parlare solo di Jazz. È l’unica cosa che gli importa.

Non sente le esigenze degli altri e nemmeno più sente le sue, quelle semplici, elementari, finendo per scordare che, nell’orchestra dell’esistenza – mi si passi questa facile retorica, ma la metafora grida tra le dita – ogni singolo strumento, suono, ritmo, rumore, pausa serve per comporre la melodia-vita.

E da jazzista, pur diventando questa parola, nel corso del film, sinonimo di sentire la vita, Joe Gardner non riesce più a improvvisare, inchiodato nel suo solo soul.

Non è un caso, forse, stando anche al percorso di implicazioni ultraterrene e significanti-significati fin qui fatto, che il nome della sassofonista che lo ingaggia, Dorothea, è composta dalle parole greche δωρον (doron, “dono”) e θεος (theos, “dio”), quindi letteralmente “dono di Dio”.

Un dono che Joe non coglie, isolandosi nel suo mood durante le prove, e che comprende solo quando capisce cosa si rischia a perdere tutto il resto.

Perché allora Ventidue? È un numero maestro che ha a che fare con la consapevolezza ai problemi di ordine pratico e che sviluppa, nelle persone influenzate da questo numero, una particolare passione per la metafisica.

Legato al numero quattro, rappresentazione della concretezza delle idee tangibili, ci aiuta a capire perché, tra tutte le anime platonicamente perfette e immutabili, proprio Ventidue è destinata a correlarsi-innestarsi con Joe Gardner che di pratico non ha nulla.

La praticità però di Ventidue non è quella della madre di Joe che lo vorrebbe lontano dalla musica e più predisposto a lavori con contratti certi e sicuri, ma quella più prossima della vita.

Una volta fattasi “vita”, infatti, Ventidue, col corpo di Joe, del quale conserva le memorie, sente e apprezza fino in fondo odori, sapori e tatto, tutto ciò che nell’ante-mondo è negato alle anime, perché private di esperienza.

È così che Joe e Ventidue trovano il coraggio di vivere realmente, oltre l’inconsistenza delle corse che ci obblighiamo a fare per dare un senso alla nostra vita.

I due mondi, materiali e immateriali – correlati di immaginari noti al grande pubblico, tra zone oltre-mondo, buchi spazio-temporali, sciacquature d’anime in Eunoè o Lete che dir si voglia – vivono di una separazione cromatica necessaria per il filone metafisico richiesto, dove solo Joe possiede un’anima già contornata e adattata esteticamente alla gabbia corporea della vita (anche gli occhiali restano nell’anima-animo miope di Joe), ma che alla lunga pare quasi di stare a guadare due film d’animazione differenti.

Le anime, che a qualche affezionato delle sorprese Kinder anni 90-2000 potranno ricordare quelle catarifrangenti al buio che uscivano dall’ovetto, peccano, forse proprio perché ancora non hanno subito i segni della vita, fin troppo di personalizzazione.

Prima di nascere, prima della vita, le anime sono tutte uguali solo esteticamente: i demiurghi-seminaristi le dividono tra egocentrici e insicuri, dando maggiore spazio, con un tocco di geniale sarcasmo dell’autore, alle prime.

Soul si mostra con complessità che, a differenza dei precedenti lavori di Docter, ma anche in generale della Pixar (si veda Coco), non sembrano essere fatte per un pubblico di bambini.

Ma può appassionare uno spettatore più smaliziato e predisposto al sentire, che necessita di storie in grado di raccontare la necessità di essere prima ancora di apparire e diventare.

[1] riferimenti alla Dottrina neoplatonica di Plotino.

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