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Quoziente familiare, una possibile risposta alla crisi delle nascite
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Denatalità e sostegno alle famiglie: il dibattito sul quoziente familiare torna centrale di fronte al calo record delle nascite in Italia.
L’Italia continua a perdere bambini. E ormai non si tratta più soltanto di un problema demografico, ma di una questione economica e sociale destinata a condizionare il futuro del Paese.
Secondo i dati Istat, nel 2025 le nascite sono scese a circa 355 mila, il 3,9% in meno rispetto al 2024, mentre i decessi sono stati circa 652 mila. Il saldo naturale è quindi negativo per circa 296 mila persone.
Il dato arriva dopo un 2024 già particolarmente critico: circa 370 mila nati e una fecondità scesa a 1,18 figli per donna, inferiore persino al precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995.
Dietro questi numeri ci sono giovani che rinviano la formazione di una famiglia, coppie che si fermano al primo figlio, precarietà lavorativa, difficoltà abitative, costo degli asili e, più in generale, la crescente percezione che avere un figlio comporti un importante aggravio economico.
In questo scenario torna periodicamente nel dibattito politico il tema del quoziente familiare.
Che cos’è il quoziente familiare?
Il principio è relativamente semplice: il fisco non dovrebbe guardare soltanto a quanto guadagna una persona, ma anche a quante persone vivono con quel reddito.
Una famiglia con due figli e un reddito complessivo di 50 mila euro non dispone, nella sostanza, della stessa capacità economica di una persona sola che guadagna 50 mila euro.
Un sistema pienamente fondato sul quoziente familiare divide il reddito complessivo della famiglia per un determinato numero di “parti”, attribuite in funzione della composizione del nucleo. Sul risultato viene applicata la tassazione progressiva e l’imposta così ottenuta viene poi rapportata alle parti.
L’esempio più conosciuto è quello francese. In Francia il numero delle parti fiscali aumenta in funzione della composizione familiare e della presenza dei figli, riducendo, entro determinati limiti, la pressione fiscale sulle famiglie.
Il principio politico che sta dietro questo sistema è chiaro: a parità di reddito, chi deve mantenere dei figli dispone di una capacità contributiva effettiva inferiore rispetto a chi non ha persone a carico.
E in Italia?
L’Italia dispone già di numerosi strumenti che tengono conto della situazione familiare: assegno unico, ISEE, detrazioni, bonus e agevolazioni. Ma non abbiamo oggi un sistema generale di tassazione dell’IRPEF costruito sul modello del quotient familial francese.
Il tema, tuttavia, non è nuovo. La progressiva introduzione del quoziente familiare compariva espressamente nel programma con cui la coalizione di centrodestra si è presentata alle elezioni politiche del 2022.
Negli ultimi anni sono stati introdotti interventi che attribuiscono maggiore rilevanza alla composizione della famiglia. Anche la disciplina dell’ISEE è stata modificata aumentando il peso riconosciuto ai nuclei con più figli.
Sul versante fiscale, nell’ambito della riforma appena completata nell’agosto 2026, il Governo è intervenuto anche sull’IRPEF e sui carichi familiari, riordinando alcune detrazioni e correggendo aspetti della disciplina dei familiari fiscalmente rilevanti. Ma questo non equivale ancora all’introduzione di un vero quoziente familiare generalizzato sul modello francese. Il dibattito, quindi, rimane aperto.
Un esempio semplice
Immaginiamo due situazioni. Da una parte una persona senza figli con un reddito familiare di 60.000 euro.
Dall’altra una famiglia con due genitori e tre figli che dispone complessivamente degli stessi 60.000 euro. Formalmente il reddito è identico.
Nella realtà economica, però, la situazione è profondamente diversa: quei 60.000 euro nel secondo caso devono sostenere cinque persone, pagando alimentazione, abbigliamento, scuola, trasporti, attività sportive, casa e tutte le altre spese necessarie alla crescita dei figli.
Il quoziente familiare cerca precisamente di riconoscere fiscalmente questa differenza.
Non sarebbe quindi necessariamente un nuovo “bonus”. Sarebbe soprattutto un diverso modo di calcolare quanto una famiglia è realmente in grado di contribuire attraverso le imposte.
Perché la questione diventa urgente
Con appena 355 mila nascite nel 2025, continuare a considerare la denatalità una delle tante questioni sociali sarebbe un errore.
Meno bambini oggi significa, nel medio e lungo periodo, meno studenti, meno lavoratori, meno contribuenti e una popolazione sempre più anziana.
Significa anche aumentare progressivamente la pressione sul sistema pensionistico, sanitario e assistenziale.
Naturalmente nessuna famiglia decide di avere un figlio esclusivamente perché paga meno IRPEF. Sarebbe semplicistico pensarlo.
La natalità dipende contemporaneamente da lavoro stabile, abitazioni accessibili, servizi per l’infanzia, asili nido, conciliazione tra lavoro e famiglia e prospettive economiche.
Ma anche la fiscalità può contribuire a creare un ambiente più favorevole alla genitorialità.
Dal sistema dei bonus a una politica strutturale
Il vero interrogativo dovrebbe allora essere un altro: vogliamo continuare con una successione di bonus e agevolazioni oppure costruire una politica fiscale stabile nella quale il numero dei figli diventi un elemento strutturale della capacità contributiva?
Il Family Act aveva già indicato tra i propri obiettivi il sostegno alla genitorialità e il contrasto della denatalità.
Oggi, alla luce dei nuovi dati demografici, il problema assume però una dimensione ancora maggiore.
L’introduzione di un quoziente familiare dovrebbe naturalmente essere progettata con attenzione, garantendo progressività, tutela delle famiglie con redditi bassi e medi e compatibilità con l’assegno unico, evitando che i maggiori benefici finiscano per concentrarsi esclusivamente sui redditi più elevati. Ma il principio merita di essere discusso seriamente.
Una famiglia che cresce tre figli non può essere considerata fiscalmente allo stesso modo di chi, a parità di reddito, deve sostenere soltanto se stesso.
La crisi demografica italiana richiede una strategia di almeno vent’anni, non interventi limitati a una legge di bilancio.
Il quoziente familiare, insieme ad asili, lavoro, casa e sostegno alla maternità e alla paternità, potrebbe diventare uno degli strumenti di questa strategia.
Perché 355 mila bambini nati in un anno non sono soltanto un minimo statistico. Sono un segnale sul futuro dell’Italia. E quel segnale non può più essere ignorato.
Avv. Lelio Mancino

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