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Sfruttamento minorile tra Verga e Dickens

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L’infanzia negata tra sfruttamento, povertà e letteratura sociale

Gli unici strumenti che i bambini dovrebbero usare sono la penna e il libro: sono questi gli strumenti della libertà”. Questa frase così incisiva, pur nella sua semplicità, fu pronunciata da Iqbal Masih, un ragazzino pakistano, simbolo della lotta per i diritti dell’infanzia, venduto dal padre a cinque anni per poter pagare i debiti e costretto a lavorare in una fabbrica di tappeti, legato ad un telaio, finché non riuscì a scappare. Divenuto famoso, e temibile per questo, fu ucciso nel 1995 dalla polizia pakistana. Aveva solo tredici anni.


Secondo i dati UNICEF, sono circa 200 milioni i bambini sfruttati in miniere, lavoro agricolo o altre tipologie di impiego massivo, per non parlare di quelli arruolati a forza e costretti a combattere o, peggio ancora, quelli diventati schiavi sessuali. La povertà è ovviamente la causa principale e le conseguenze sono nefaste non soltanto per i bambini direttamente coinvolti, ma per l’intera società, che vede privarsi di futuri adulti che sappiano leggere e scrivere, che abbiano coscienza dei propri diritti e che possano scegliersi un lavoro adeguato e non accontentarsi di “lavoretti” umili, degradanti e mal pagati.


Sebbene lo sfruttamento del lavoro minorile ci sia sempre stato, fin dalla schiavitù imposta dai Romani, e sia, in qualche modo, peggiorato ai giorni nostri, probabilmente dovuto al fatto che se ne ha ora maggiore consapevolezza, si tende a guardare il periodo post-rivoluzione industriale come quello in cui questa pratica ha avuto una diffusione capillare. La rivoluzione industriale, infatti, provocò un cambiamento profondo nella società occidentale, portando ad una crescita della popolazione e al trasferimento massiccio dalle campagne alle città in cerca di lavoro. Il romanzo sociale, che, in quel periodo, nacque e raccontò questa trasformazione, fu la prima grande manifestazione del cambiamento. I due più grandi rappresentanti del nuovo tipo di romanzo furono Charles Dickens e Giovanni Verga.


Charles Dickens dovette purtroppo sperimentare sulla propria pelle i disagi dello sfruttamento minorile, in quanto egli stesso fu vittima del sistema a causa di problemi economici familiari, ai quali dovette sopperire con il lavoro duro in fabbrica. Questa sua esperienza segnerà tutte le opere, in vario modo, che scriverà, di cui David Copperfield e soprattutto Oliver Twist sono il compendio più evidente. L’obiettivo di Dickens, nonostante il lieto fine dei romanzi, è quello di sottolineare lo sfruttamento di bambini, le vessazioni a cui sono costretti, la paga insufficiente e il rischio, a cui sono esposti, di finire ad ingrossare le fila della malavita cittadina.

Oliver, infatti, orfano inviato come apprendista presso un becchino, viene maltrattato dal suo datore di lavoro e, per questo motivo, fugge; ingenuamente, si associa ad una banda di criminali coetanei, credendo che lo vogliano aiutare. Finalmente, viene accolto in una famiglia perbene, dove scopre di essere l’erede di una grossa fortuna.


Dickens utilizza il personaggio di Oliver per sfidare la convinzione vittoriana che i delinquenti nascano già predisposti alla criminalità, mostrando, invece, come un ambiente corrotto e le vicissitudini, alle quali un essere umano è sottoposto durante la sua vita, possano indirizzare la sua condotta. Oliver viene trattato con crudeltà e cattiveria gratuita, sfruttato, circondato da corruzione e criminalità e tuttavia resta onesto e giusto. In un periodo in cui i proprietari delle fabbriche erano in costante e continua ricerca di manodopera a buon mercato, i bambini poveri rappresentavano un bacino a cui attingere a salari ridotti e per ore maggiori di lavoro.


Diversamente da Dickens, Giovanni Verga ci presenta una situazione molto più cupa e pessimistica. Il punto da cui egli parte è praticamente lo stesso: presentare ai lettori la condizione terribile dei bambini sfruttati per lavorare. In Rosso Malpelo, l’autore presenta un ragazzino siciliano, che lavora in miniera con il padre. Il bambino è rosso di capelli e, per questo motivo, vessato e maltrattato da tutti; l’unico che veramente gli vuole bene è il padre.

A causa di un crollo, però, il padre muore e Malpelo diventa ancora più cinico; perfino sua madre e sua sorella non riescono a dargli affetto e sono interessate solo ai soldi che porta a casa. Alla fine, Malpelo si affeziona ad un ragazzino malaticcio chiamato Ranocchio, che però muore dopo poco tempo a causa della tubercolosi. La novella termina con la sparizione di Malpelo in una galleria della miniera ancora inesplorata, un lavoro che il ragazzino aveva accettato sapendo che, se fosse morto, nessuno lo avrebbe cercato né pianto.


Pubblicata nel 1880, questa novella inaugura la fase verista di Verga, caratterizzata non soltanto da una fotografia vera della realtà circostante, ma dalla presenza di credenze e pregiudizi tipici della Sicilia di quel periodo, che ne condizionarono la vita e la società. Malpelo viene maltrattato e tenuto ai margini perché il pregiudizio insegna alla gente che le persone con i capelli rossi sono cattive di natura, pertanto non hanno possibilità di essere diversi da come si crede che siano.

Non ci può essere, quindi, speranza di una vita migliore, come in Dickens; i personaggi di Verga sono a tutti gli effetti dei “vinti” della vita e possono soltanto adeguarsi a ciò che la società pensa e si aspetta da loro.

Gioia Nasti

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