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Capaci, 33 anni dopo: il sacrificio di Giovanni Falcone e la sfida ancora aperta alla mafia

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Di fronte all’autostrada che ancora porta i segni della tragedia, l’Italia ricorda l’attentato che cambiò per sempre la sua storia giudiziaria e civile.

Capaci, 23 maggio 1992 – 23 maggio 2025. Trentatré anni dopo, la ferita è ancora aperta. Quella maledetta esplosione sotto il tratto autostradale che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo non spazzò via solo un’auto blindata e le vite che conteneva. Fu un colpo mortale al cuore dello Stato, un attacco alla sua giustizia, al suo coraggio, alla sua coscienza civile. Giovanni Falcone, simbolo della lotta a Cosa nostra, morì insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Quella strage, che uno degli esecutori, Gioacchino La Barbera, definì “l’attentatuni”, fu pianificata da Totò Riina e messa in atto da Giovanni Brusca con un telecomando. A dare il via all’azione fu Antonino Gioé, con quel “via via via” pronunciato tre volte. La carica piazzata sotto un tunnel dall’artificiere Pietro Rampulla fu tanto potente da far volare l’auto di Falcone per decine di metri.

Falcone non era solo un giudice: era l’uomo che aveva scardinato il mito dell’invincibilità di Cosa nostra. Con Paolo Borsellino, con il supporto di Antonino Caponnetto e dei primi collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Falcone aveva svelato la struttura gerarchica della mafia, delineando i legami tra criminalità e potere politico. Il maxiprocesso fu la risposta dello Stato, un processo epocale che vide alla sbarra 474 imputati e che resistette fino in Cassazione.

Ma la vittoria giudiziaria accese la miccia della vendetta mafiosa. Dopo l’uccisione di Salvo Lima, referente politico dei clan, la mafia decise di colpire direttamente lo Stato. E Falcone era il bersaglio più alto, più scomodo, più esposto.

Al momento dell’attentato, Giovanni Falcone era direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia. Aveva ideato la Direzione Nazionale Antimafia, che non vide mai realizzata. In quegli anni, però, non fu solo la mafia a ostacolarlo. Venne isolato, infangato, attaccato anche da dentro le istituzioni. Le lettere del “corvo”, il fallito attentato all’Addaura, la decisione del Csm di preferirgli Antonino Meli: tutti segnali di un clima avvelenato.

“Adesso viene il peggio”, aveva detto Falcone dopo la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso. Sapeva che la sua lotta aveva scatenato una reazione. E aveva ragione: 57 giorni dopo, toccò a Paolo Borsellino.

A distanza di oltre tre decenni, la memoria di Giovanni Falcone non si è affievolita. Ma ricordarlo non basta. Serve onorare il suo esempio ogni giorno, con leggi efficaci, giustizia trasparente, coraggio istituzionale. Serve un’Italia che non dimentica, ma che agisce.

“Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini.” Le parole di Falcone sono oggi un monito e un testamento. La battaglia contro la mafia non è finita. Ma c’è ancora chi sceglie di combatterla, ogni giorno. Anche nel suo nome.

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