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Parola d’ordine: Misericordia. Lo straordinario, seppur breve, pontificato di Francesco I
Pubblicato
1 anno fail
Di
Gioia Nasti
Francesco, il papa venuto dalla fine del mondo: umiltà, misericordia e coraggio al servizio degli ultimi
Era il marzo del 2013 quando, dopo quattro fumare nere, finalmente il popolo cattolico ebbe la sua nuova guida, dopo le dimissioni a sorpresa di Benedetto XVI. Un nuovo papa che, come egli stesso ebbe a dire, i cardinali del conclave erano andati a prendere “alla fine del mondo”. Jorge Mario Bergoglio viene eletto nel momento in cui la Chiesa di Roma attraversa un momento di crisi dovuto alla serie di scandali che l’avevano interessata da un anno, concernenti le indiscrezioni sulle lotte di potere e sulla Banca Vaticana.
Bergoglio si pose immediatamente come elemento di rottura con i precedenti pontefici: non aveva studiato in università pontificie, non era un diplomatico del Vaticano, né aveva mai avuto incarichi in curia; aveva, invece, cominciato come docente di letteratura e psicologia in Argentina, fino alla sua nomina prima a vescovo, poi a cardinale nel 2001. Le sue preferenze erano tutte per il popolo di Dio e la scelta del suo nome da papa fu il primo evidente segnale: Francesco, in onore di San Francesco d’Assisi, era un richiamo alla povertà e alla vicinanza agli ultimi.
Francesco ha scelto di rinunciare all’appartamento papale in Vaticano, preferendo rimanere ala Casa Santa Marta, dove normalmente alloggiano i cardinali in previsione del conclave, ha voluto una croce in argento rappresentante il Buon Pastore, per indicare la via da percorrere per essere veri discepoli di Cristo, ha aperto al dialogo interreligioso, ha preferito gli umili, gli ultimi, i diseredati, quelli che tutti disdegnavano e disprezzavano. Ne è segno tangibile la volontà di celebrare, ad esempio, la messa In Coena Domini tra i detenuti di Regina Coeli, ai quali, nel testamento, ha perfino lasciato i suoi ultimi averi, oppure l’apertura verso gli omosessuali e i divorziati, che gli è valsa numerose critiche, neanche troppo velate, da parte degli integralisti.
Il tutto rientrava nella sua visione di Dio misericordioso. Non è un caso che il suo pontificato sia stato interamente fondato sulla parola “misericordia”. È così che ha attirato alla Chiesa tanti che se ne erano allontanati e perfino chi si dichiarava ateo senza speranza. Ha sottolineato la grandezza della misericordia di Dio verso gli uomini, un Dio che perdona senza riserve e senza chiedere nulla del precedente peccato, ma semplicemente facendo sentire il peccatore amato e perdonato. Anche l’indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, proclamato nel 2015, in occasione del cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, è stato un segno forte del pontificato di Francesco. Durante l’anno giubilare il papa, ogni mese, scelse di far visita a comunità di persone particolarmente provate dalla vita: malati in stato vegetativo, tossicodipendenti, profughi, ragazze madri, anziani.
E per coniugare l’importanza della misericordia con la sua naturale allegrezza e ironia (perché il papa era una persona allegra e divertente), si inventò la Misericordina, una scatolina, del tutto simile alla confezione di un medicamento farmacologico, ma contenente un’immagine di Gesù Misericordioso ed una corona del Rosario, con la quale poter recitare la Coroncina della Divina Misericordia.
Ma forse l’immagine più potente, rimasta nella memoria di tutti fu quella della messa in una piazza San Pietro deserta, sotto la pioggia battente il 27 marzo 2020, in piena epidemia di Covid, eppure seguito in TV da milioni di fedeli, mentre pregava intensamente per la fine della pandemia davanti due icone particolarmente significative per Roma: l’icona della Madonna Salus populi romani, così cara al pontefice, e il crocifisso ligneo della Chiesa di San Marcello al Corso, che protesse la città dalla grande peste. Un’immagine potente, resa ancora più significativa dalla pioggia scrosciante sul crocifisso, che dava la sensazione di un Gesù piangente per la sofferenza umana.
Francesco ci ha lasciato in eredità un pontificato all’insegna dell’umiltà, della predilezione per gli ultimi, per la verità a tutti i costi, senza compromessi e senza paura di scontrarsi con i potenti del mondo sulle questioni più spinose, quali il cambiamento climatico, l’accoglienza dei migranti, la guerra. L’ultima immagine del suo passaggio a capo della Chiesa Cattolica Romana sarà non solo la sobrietà del suo funerale ma soprattutto le scarpe con cui ha voluto essere sepolto, quelle scarpe nere ortopediche che portava tutti i giorni, che hanno macinato migliaia di chilometri per raggiungere i più fragili instancabilmente, lise e consunte, che sono il simbolo più esplicito della sua missione di pastore mite e umile.

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