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Boccaccio e Chaucer: l’arte di raccontare storie
Pubblicato
1 anno fail
Di
Gioia Nasti
L’arte del raccontare storie: la maestria di Boccaccio e Chaucer nella letteratura medievale
Raccontare storie è un’arte particolare; lo dimostra la longevità con cui, prima che prendessero forma scritta, anche le fiabe si sono tramandate oralmente per secoli. Per costruire una buona storia, che intrighi, appassioni e duri nel tempo, bisogna saper catturare l’attenzione del lettore con dettagli ed elementi che riescano a produrre un racconto ben congegnato e unico nel suo genere. In Italia, quando si parla di raccontare una storia immediatamente viene in mente Giovanni Boccaccio, l’emblema del racconto, un virtuoso di questo genere, con il suo Decameron. Il suo omologo anglofono, invece, si chiamava Geoffrey Chaucer e, a suo modo, anche lui seppe lasciare una traccia indelebile nella letteratura di quel periodo.
Giovanni Boccaccio scrisse la sua opera poco tempo dopo l’epidemia di peste che nel Trecento devastò l’Europa.
Ed è proprio questo drammatico evento che farà da cornice all’opera. Questo espediente, estremamente diffuso nell’epoca medievale, è la situazione di partenza ed il motivo fondante per l’esistenza stessa dei racconti. La cornice, quindi, presenta dieci giovani aristocratici, sette ragazze e tre ragazzi, che si incontrano nella chiesa di S. Maria Novella a Firenze e, per sfuggire al contagio, decidono di abbandonare la città e ritirarsi in una villa di campagna, circondata dalla natura.
Per intrattenersi, ognuno di loro racconterà una storia; a decidere il tema sarà il re o la regina della giornata. I protagonisti delle novelle boccaccesche sono personaggi di ogni tipo ed estrazione sociale; si parla, infatti, di realismo in Boccaccio, proprio perché l’autore è capace di rendere reali nobili, onesti, santi, malvagi, ingenui, sciocchi, arguti e tutta una serie di personaggi con caratteristiche peculiari ma verosimili. Inoltre, ad ogni personaggio viene associato un registro stilistico e linguistico a seconda del ceto sociale e/o del livello di cultura del personaggio che parla.
Sicuramente scritta dopo il 1380, The Canterbury Tales è una raccolta di novelle in versi del poeta inglese Geoffrey Chaucer, considerato il padre della lingua inglese, visto che, in un periodo in cui a corte si usava il francese e per le opere scritte si utilizzava ancora il latino, egli fu il primo a decidere di utilizzare il vernacolo, ossia il Middle English. Chaucer volle adoperare il pentametro giambico, un verso formato da dieci sillabe, che alterna una sillaba non accentata ad una accentata, in rima baciata. Questo verso sarà poi adoperato e reso famoso da William Shakespeare, che lo utilizzerà nei suoi sonetti.
Il poema può essere considerato, dal punto di vista linguistico, un esperimento che porterà l’inglese ad assumere la dignità di lingua, un po’ come era avvenuto per il volgare fiorentino con Dante in Italia.
La raccolta di storie in versi si pone all’interno di una cornice narrativa: un pellegrinaggio sulla tomba di S. Thomas Becket, a Canterbury. Il progetto era di far raccontare a 30 pellegrini due storie sulla strada per Canterbury e due storie al ritorno, ma in realtà ci restano il prologo dell’opera circa 25 storie in frammenti.
L’inizio del prologo pone il tempo in cui la storia si svolge, cioè ad aprile; il narratore si trova alla taverna Tabard Inn, pronto a partire per il pellegrinaggio all’alba; a lui si aggiungono gli altri 29 pellegrini di diversa estrazione sociale, ai quali viene proposto, per far trascorrere il tempo del pellegrinaggio in allegria, di raccontare delle storie. Chi avrà raccontato la più bella, vincerà un pasto gratis alla taverna al suo ritorno.
Nella sua descrizione dei personaggi, Chaucer presenta una descrizione fedele della società del tempo, suddividendo i pellegrini in tre parti: la gente di chiesa, coloro che combattono e i lavoratori. Tutti i pellegrini possono ulteriormente essere concentrati in quattro gruppi: l’aristocrazia, il clero, i lavoratori, e un quarto gruppo, in cui Chaucer stesso si inserisce e che potrebbe essere quello della borghesia.
L’ordine di apparizione dei personaggi non è casuale, ma segue una scala di valori morali e sociali che gli stessi posseggono: all’inizio viene presentato il Cavaliere, con una levatura sociale e morale alta, fino all’Indulgenziere, che si trova in fondo alla scala morale e rappresenta la corruzione della Chiesa. I personaggi, benché fittizi, si ispirano fortemente a personaggi reali che lo stesso Chaucer, in quanto spia al servizio della corona, aveva avuto occasione di conoscere personalmente. Molti di essi appartengono ad una borghesia in crescita, che fonda il proprio potere non più sulla condizione sociale che l’aristocrazia garantiva, bensì sul benessere e sul denaro.
Alcuni temi e personaggi si ritrovano in maniera molto simile nelle due opere; è il caso, ad esempio, della storia di Griselda oppure delle storie sull’infedeltà matrimoniale. Questo è essenzialmente dovuto al fatto che Chaucer conobbe l’opera di Boccaccio attraverso Petrarca e ne prese spunto, ma anche all’esistenza di personaggi stereotipati che si ritrovavano nella società dell’epoca e che, quindi, erano alla ribalta sotto gli occhi di tutti.
Anche il fatto di aver utilizzato una lingua diversa dal latino, nonostante le opere fossero l’una in prosa e l’atra in versi, accomunano i due autori al di là delle differenze nazionali e li rendono immortali ed attuali ancora oggi. Perché l’animo umano, nonostante il passare dei secoli, alla fine è sempre lo stesso.
Gioia Nasti
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