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Strage di Capaci, 34 anni dopo: il sacrificio di Falcone resta una lezione di legalità per l’Italia

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anniversario strage capaci 23 maggio 2026

Il 23 maggio 1992 Cosa Nostra uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Una ferita ancora aperta che ogni anno richiama il Paese al dovere della memoria e dell’impegno civile

Il 23 maggio non è una data qualsiasi per l’Italia. È il giorno in cui la memoria torna sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, dove il 23 maggio 1992 la mafia fece esplodere un tratto di strada per colpire il giudice Giovanni Falcone, simbolo della lotta a Cosa Nostra. Nell’attentato morirono anche la moglie Francesca Morvillo, magistrata, e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

A 34 anni dalla strage di Capaci, il ricordo non può ridursi a una semplice commemorazione. Falcone non appartiene soltanto alla storia giudiziaria italiana, ma alla coscienza civile del Paese. La sua vita professionale ha dimostrato che la mafia non è invincibile, non è folklore, non è destino. È un sistema criminale, economico e culturale che può essere combattuto con metodo, competenza, coraggio istituzionale e responsabilità collettiva.

Quel pomeriggio del 1992, Falcone stava rientrando da Roma verso Palermo. L’esplosione, di enorme potenza, investì le auto del corteo lungo il tragitto dall’aeroporto di Punta Raisi verso il capoluogo siciliano. Fu un attacco allo Stato, ma anche un messaggio brutale rivolto a tutti coloro che avevano scelto di non piegarsi al potere mafioso.

La strage di Capaci segnò uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana. Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, la mafia avrebbe colpito ancora in via D’Amelio, uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Due attentati che aprirono una ferita profonda, ma che contribuirono anche a risvegliare una parte importante del Paese, spingendo cittadini, scuole, istituzioni e associazioni a una nuova consapevolezza antimafia.

Il lascito di Giovanni Falcone è ancora attuale. La sua idea di contrasto alla criminalità organizzata non era fondata sugli slogan, ma sul lavoro investigativo, sulla conoscenza dei flussi economici, sulla collaborazione tra magistratura, forze dell’ordine e istituzioni. Falcone aveva compreso prima di molti altri che la mafia andava seguita nei suoi patrimoni, nei suoi interessi finanziari, nelle sue reti di potere.

Per questo il 23 maggio deve parlare soprattutto ai giovani. Ricordare Capaci significa spiegare nelle scuole che la legalità non è una parola astratta, ma una scelta quotidiana. Significa insegnare che lo Stato vive quando ci sono donne e uomini disposti a servirlo anche nei momenti più difficili. Significa ribadire che l’antimafia non è soltanto repressione, ma cultura, educazione, partecipazione, rifiuto dell’indifferenza.

La Fondazione Falcone continua a promuovere memoria, formazione e sensibilizzazione, con particolare attenzione al ruolo della scuola e alla costruzione di una coscienza antimafiosa condivisa. È proprio da qui che bisogna ripartire: dalla conoscenza, dalla responsabilità e dalla capacità di trasformare il ricordo in impegno concreto.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro non sono soltanto vittime della mafia. Sono nomi che rappresentano il prezzo pagato da chi ha difeso la democrazia, la giustizia e la libertà di tutti.

A 34 anni dalla strage di Capaci, l’Italia ha ancora il dovere di ricordare. Ma soprattutto ha il dovere di continuare.

Perché la memoria, senza impegno, rischia di diventare rito.
E Falcone ci ha insegnato che contro la mafia non bastano le parole: servono coraggio, metodo e responsabilità.

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