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Dalle canzoni al teatro: viaggio nella tradizione della sceneggiata napoletana

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mario merola

Nata tra teatro popolare e canzone napoletana, la sceneggiata ha raccontato per decenni drammi familiari, passioni e tradimenti, diventando uno dei simboli culturali più autentici di Napoli.

Genere tipicamente napoletano, la sceneggiata mescola sapientemente la musica con la recitazione di un soggetto con canoni ben definiti. Ciò che la caratterizza e la distingue da altri generi teatrali simili è che la musica non viene scritta per lo spettacolo, ma essa si basa sulla creazione di una sceneggiatura fondata su canzoni preesistenti e famose, ascoltate alla radio oppure per strada grazie ai posteggiatori. Si pensa che il genere sia nato nel primo dopoguerra, in seguito alla censura imposta dal regime fascista alle volgarità e trivialità del varietà, tassata eccessivamente per arginare la sua espansione. La tassa imponeva il 2% sugli spettacoli e le commedie musicali ma poiché la legge non veniva applicata al teatro recitato, gli autori trasformarono le canzoni in un’opera teatrale scritta, così bypassando la tassa.

Era il 1907 quando Aniello Califano e Salvatore Gambardella presentarono Surriento gentile, a cui Enzo Lucio Murolo si ispirò per portare in scena nel 1919 quella che viene considerata la prima “canzone sceneggiata”. Allo stesso periodo risale anche Pupatella del poeta libero Bovio, basata sui temi del tradimento e della malavita, che detta i canoni della futura sceneggiata come genere. Dopo pochi anni, la sceneggiata prese piede e forma grazie alla Compagnia Cafiero-Fumo, fondata dal comico Salvatore Cafiero e dall’attore drammatico Eugenio Fumo, nella quale lavorò anche Nino Taranto. Fu grazie a questa compagnia che furono codificate le regole alla base di questo genere popolare; la sceneggiata divisione in tre atti, con l’ultimo più breve degli altri due, l’ambientazione, di solito un vicolo o una piazzetta, la parte musicale, basata su tre o quattro canzoni, per definire l’atmosfera ed evidenziare le emozioni principali.

Dal punto di vista strettamente musicale, vengono utilizzati nuovi strumenti popolari, quali la tammorra, il putipù, la caccavella, il triccheballacche, mescolati negli arrangiamenti basati sul pianoforte e sulla sezione degli strumenti a corde.

La sceneggiata dà la supremazia alla voce del cantante come strumento particolare. La tecnica tradizionale è quella chiamata a fronna ‘e limone, costituita dal prolungamento delle vocali; il vibrato ricorrente alla fine di ogni verso creava un movimento ritmico che contribuiva all’apprezzamento da parte del pubblico.

La sceneggiata mette in scena essenzialmente il dramma dell’amore, della passione e del tradimento. Questi sono infatti i temi principali, sviluppati e integrati con altri temi secondari, quali la malavita, l’onore, i rapporti familiari e, talvolta, la lotta tra bene e male.

L’opera era divisa in tre atti: il primo atto forniva un’introduzione presentando lo sfondo, i personaggi, lo status sociale, il vissuto. Il secondo atto presentava un tono comico ed agiva come rottura temporanea della tensione tra primo e terzo atto.

L’atto finale reintroduceva il conflitto iniziale e culminava nel finale tragico, con l’interpretazione completa della canzone principale, che dava il titolo all’opera teatrale.

I personaggi principali erano essenzialmente tre: issoessa e ‘o malamente. Il primo è l’eroe positivo, il padre di famiglia, un uomo onesto e produttivo.

Lei è invece l’oggetto del desiderio, la donna contesa tra i due uomini. Infine, l’ultimo personaggio è l’antieroe, il cattivo della situazione; incarna tutti i lati negativi ed è caratterizzato da una particolare viltà che lo rende inviso al pubblico. Spesso, lui è in carcere e lei lo tradisce con un amico e quindi, quando torna in libertà, è costretto a farsi vendetta da solo per riacquistare l’onore e la rispettabilità davanti a tutta la comunità. Infatti, la sceneggiata può finire solo con uno scontro finale tra isso ‘o malamente.

Altri personaggi minori sempre presenti sono la mamma‘o nennillo, figlio della coppia protagonista, e un personaggio comico. Essi hanno un ruolo specifico all’interno della trama. Il personaggio comico è, ad esempio, la controparte divertente che può sovvertire le regole del vicolo senza incorrere nel giudizio morale; spesso è l’incarnazione di una mascolinità debole scamazzata dalla vaiassa. Il nennillo invece dà forza alla vena patetica della sceneggiata, in quanto o orfano, perché la madre muore e il padre va in galera, oppure in quanto muore per una malattia che in quel momento riunisce la famiglia attorno al suo capezzale. Infine, ‘a mamma è il personaggio che, per eccellenza, rappresenta la famiglia, gli antichi valori sani, il sacrificio, la dedizione; spesso muore appena prima che l’eroe riesca a darle l’ultimo saluto. Si contrappone fortemente alla malafemmina, caratterizzata invece dal tradimento e dall’indifferenza verso le esigenze della famiglia.

Durante l’epoca del cinema muto, la sceneggiata, portata sugli schermi, ebbe un grande successo, che però andò scemando verso gli anni Quaranta. Un nuovo revival si ebbe verso gli anni Settanta e Ottanta, grazie all’interpretazione di alcuni attori che diventarono sinonimo di questo genere: Pino Mauro, Mario Abbate, Mario Da Vinci, Mario Trevi e soprattutto Mario Merola, che verrà poi ricordato per sempre come ‘o rre d’ ‘a sceneggiata.

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