Entertainment
I fantasmi della mente
Pubblicato
10 mesi fail
Di
Gioia Nasti
L’Horla: l’invisibile che devasta la mente – tra ossessione, alienazione e paura dell’ignoto
Quando pensiamo a Maupassant, ci viene in mente l’autore dei grandi romanzi, come il Bel Ami o Una vita. Ma c’è una storia, un racconto, per il quale l’autore è altrettanto noto, che, in un certo senso, si pone sulla scia della storia di paura, a metà tra il racconto dell’orrore e il fantascientifico. Si tratta di L’Horla, un racconto scritto e riscritto da Maupassant in ben tre versioni, quasi a stabilire quanto l’autore fosse ossessionato da un soggetto come quello che si dipana nella storia.
Per vicissitudini personali e per il grande interesse per ciò che in quel periodo si sviluppava nella mente umana e nelle sue alienazioni, da un lato, e per il fascino che il soprannaturale esercitava su di lui, Maupassant decise di mettere nero su bianco le elucubrazioni e le ossessioni di una mente visionaria, che si trovava a fronteggiare qualcosa di sconosciuto e di invisibile, eppure percepibile.
La prima versione fu pubblicata sotto il titolo di Lettera di un pazzo nel quotidiano Gil Blas nel 1885, un breve racconto epistolare, in cui il dispositivo narrativo è il caso clinico. C’è un narratore ed una commissione, formata da medici e studiosi, che analizzano il caso del protagonista, considerato dal punto di vista psichiatrico. Vi troviamo una sequenza ben definita cronologicamente: si presentano gli indizi, i primi esperimenti, l’insonnia, sintomo inequivocabile dell’angoscia che subentra, le allucinazioni, la certezza che l’essere invisibile sia presente tramite piccoli segni di cui il protagonista scorge in una rosa piegata, nella caraffa vuota, in una pagina sfogliata, e infine, la nominazione.
La seconda versione fu di nuovo pubblicata su Gil Blas l’anno dopo, ma ebbe una rivisitazione nella forma; il racconto, che questa volta ebbe già il titolo definitivo Le Horla, si presentò in forma di diario, con una trama a cornice ed una cronologia precisa, scandita da un ritmo sincopato che dà la sensazione dell’angoscia del protagonista. Ovviamente, il focus si sposta interamente dal caso clinico al crollo psichico del soggetto.
La terza versione, quella definitiva, fu pubblicata all’interno della raccolta di racconti omonima; come la precedente, si tratta di un diario scritto ovviamente in prima persona e interrotto bruscamente. Iniziato l’8 maggio di un anno imprecisato, dopo la registrazione di eventi quotidiani, il protagonista inizia ad avvertire una presenza, si sente osservato mentre è in giardino, nella stanza da letto, addirittura, talvolta, si sveglia sudato e ansimante, come se qualcuno avesse tentato di soffocarlo durante la notte. Cominciano allora gli esperimenti che egli mette in atto per accertarsi di questa presenza.
Trovando la caraffa da notte vuota e pensando di essere sonnambulo, decide di porvi sopra un panno bianco e sporcarsi mani e baffi con la limatura di piombo: l’indomani mattina la caraffa sarà vuota come sempre, ma la stoffa non avrà tracce di limatura. La conferma di questa presenza l’avrà quando, sentendo qualcuno alle sue spalle e voltandosi di scatto, non riuscirà a scorgere il suo riflesso nello specchio, come se qualcosa o qualcuno vi si frapponesse.
Di qui il tentativo di sopprimere quell’essere, dando fuoco alla sua casa, incurante della servitù che ancora vi si trova dentro. Tuttavia, nemmeno questa risoluzione è definitiva perché l’essere che lo tormenta è ancora lì ad aspettarlo e allora l’unica e risolutiva azione da intraprendere è quella del suicidio.
Ciò che si percepisce durante la storia è un senso di angoscia e disagio, che si attenua soltanto quando il protagonista non è in casa. Riprendendo il tema della casa infestata, Maupassant rende l’Horla un essere legato alle mura casalinghe, eppure la sensazione che tutto si svolga nella psiche del protagonista è sempre in agguato, rinforzata anche dal suo comportamento psicotico e ansioso, che lo spinge a commettere azioni riprovevoli semplicemente dettate dal terrore che egli ha dell’Horla.
Ma cos’è questo essere? Un fantasma? Un’entità perversa? Uno stato di doppio dell’anima? Non si sa. Anche il nome che il protagonista gli affibbia, Horla, contrazione di hors-là, là fuori, indica soltanto qualcosa che si trova al di fuori di ciò che conosciamo. Potrebbe finanche essere un semplice pensiero intrusivo, un’ossessione che prende forma e si nutre delle paure e dei pensieri opprimenti portando l’uomo all’unica e terribile via d’uscita: la morte.
Gioia Nasti

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