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Primati borbonici: le seterie di San Leucio
Pubblicato
1 anno fail
Di
Gioia Nasti
San Leucio: l’utopia borbonica della seta che ha vestito i palazzi del potere nel mondo
La lavorazione della seta nacque in Cina verso il 3000 a.C. e l’allevamento dei bachi fu portato in Italia dall’imperatore Giustiniano nel VII secolo a.C. ma l’eccellenza campana è essenzialmente legata ad un nome ormai famoso in tutto il mondo: San Leucio. In origine, San Leucio era un feudo dei conti Acquaviva, diventati poi Caetani di Sermoneta. È solo nel 1750 che il feudo passa sotto la proprietà dei Borbone.
Vista la salubrità del luogo e la vicinanza del Volturno, Ferdinando IV decise di costruirvi un casino di caccia, dove andare a riposare dagli impegni di corte. Nel 1778, il primogenito di Ferdinando ed erede al trono, Carlo Tito, morì di vaiolo ed il re ne rimase talmente sconvolto da decidere di creare un ospizio per i poveri della provincia. Perché non rimanessero inattivi, accanto all’ospizio, volle creare un opificio, dando il via alla costruzione alla cosiddetta Real Colonia di San Leucio.
L’incarico fu affidato all’architetto Francesco Collecini e fu creato un Codice Leuciano per la vita giornaliera della colonia. Furono garantite una parrocchia, delle case per gli operai, nuovi padiglioni per i macchinari, degli alloggi per gli educatori, un’istruzione gratuita per i figli degli operai, ai quali venivano insegnate la geografia, la letteratura, il catechismo, la matematica, l’economia domestica per le ragazze e gli esercizi ginnici per i ragazzi. I figli potevano cominciare a lavorare a quindici anni, con turni regolari e con orari di lavoro ridotti rispetto al resto dell’Europa.
Nel casino baronale, diventato l’edificio centrale, trovarono posto le case, la scuola, le stanze per la trattura, la filatura e la tintura della seta; al secondo piano furono posti i telai. Il re voleva una vera e propria città industriale, sulla scia dei fermenti e delle nuove idee europee. Nonostante le commesse, anche dall’estero, e la prosperità della colonia, dal punto di vista economico le seterie non riuscirono mai a prosperare perché industria al servizio della collettività e quindi lontana dal concetto di industria per profitto. Tuttavia, le richieste ed il prestigio delle sete di San Leucio imperarono per circa due secoli e si arricchirono sempre più di nuovi modelli e tessiture, producendo damaschi, taffetà, broccati d’oro e d’argento, scialli, fazzoletti e merletti, corpetti e tessuti per l’abbigliamento.
L’unico periodo veramente grandioso fu quello iniziale. Nelle fasi successive, nonostante l’introduzione di nuovi macchinari, come il telaio Jacquard e quello per il lisage, non si riuscì a portare in attivo le seterie di San Leucio. Il colpo di grazia arrivò poi con l’unità d’Italia nel 1861, quando il setificio fu concesso nelle mani di privati e lo statuto divenne carta straccia. Il setificio continuò a rimanere aperto e a produrre sete spettacolari grazie ad un gruppo di famiglie private, ma non riuscì a mantenere lo splendore dell’epoca borbonica.
Oggi, si possono trovare le sete di San Leucio in Vaticano, al Quirinale, perfino nello Studio Ovale della Casa Bianca, così come nelle bandiere degli Stati Uniti alla Casa Bianca e in quella britannica a Buckingham Palace. Dal 2015, la famiglia di imprenditori casertani che si occupa ora del setificio ha affermato che riporteranno le seterie di San Leucio all’antico splendore.
Gioia Nasti

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