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Routine Activity Theory: perché spiega casi di cronaca nera

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Scopri cos’è la Routine Activity Theory, come funziona e perché è utile per analizzare e prevenire crimini come l’omicidio di Yara Gambirasio.

Ogni crimine non nasce solo da una mente deviante, ma anche da un contesto favorevole. È proprio questo il cuore della Routine Activity Theory, una delle teorie più influenti in criminologia. Formulata nel 1979 da Lawrence Cohen e Marcus Felson, questa teoria ci invita a guardare al crimine non solo come frutto delle intenzioni del singolo, ma come il risultato di una combinazione di fattori presenti nella vita di tutti i giorni.

Secondo questa teoria, perché un crimine possa accadere devono verificarsi tre condizioni simultaneamente: deve esserci una persona motivata a commettere un reato, un obiettivo vulnerabile (una persona, un bene o anche un’informazione), e l’assenza di un “guardiano capace”, ossia qualcuno o qualcosa in grado di fermare l’azione criminale. È una chiave di lettura che sposta il focus dal “perché” al “come” e “quando” accade il crimine.

Il caso Yara Gambirasio, quando la routine espone al pericolo

Un esempio tragico e tristemente noto è quello di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa nel novembre 2010 e ritrovata senza vita tre mesi dopo. Quella sera, Yara aveva lasciato la palestra per fare pochi passi verso casa, come faceva spesso. Un tragitto breve, familiare, che rientrava perfettamente nella sua routine quotidiana. E proprio quella routine, prevedibile e apparentemente sicura, è diventata il punto debole.

Con gli occhi della Routine Activity Theory, possiamo leggere l’omicidio di Yara come il risultato della presenza simultanea dei tre elementi chiave: un autore motivato (Massimo Bossetti, condannato in via definitiva), un bersaglio vulnerabile (una giovane ragazza da sola, in un’area isolata e buia), e l’assenza di un guardiano capace. In quel momento, non c’era nessuno a sorvegliare il tragitto, nessuna telecamera, nessun passante. Il crimine è potuto avvenire in uno spazio interstiziale, tra la normalità e il vuoto di protezione.

Come prevenire il crimine secondo la Routine Activity Theory

La forza di questa teoria non sta solo nella capacità di spiegare un reato, ma anche nel suggerire come prevenirlo. Se sappiamo che il crimine si manifesta quando le condizioni si allineano, allora possiamo agire per spezzare questo equilibrio.

Nel caso di Yara, per esempio, alcune misure ambientali o comunitarie avrebbero potuto ridurre il rischio: migliore illuminazione pubblica, presenza di videocamere nei pressi della palestra, o anche una maggiore cultura della sicurezza condivisa tra genitori, istruttori e residenti. Nulla garantisce l’impossibilità del crimine, ma ogni piccolo cambiamento nel contesto può fare una grande differenza.

Perché la Routine Activity Theory è ancora attuale

In un’epoca in cui la nostra vita è scandita da abitudini fisse – dagli spostamenti al lavoro fino alla navigazione online – la Routine Activity Theory è più attuale che mai. Anche nel mondo digitale, bastano un utente distratto, un hacker motivato e l’assenza di difese per generare un attacco informatico. Che si tratti di violenza urbana, reati domestici o crimini informatici, questa teoria ci offre strumenti pratici per comprendere, ma soprattutto per intervenire prima che sia troppo tardi.

Se desideri saperne di più seguimi al link https://letiziadilaurocriminologa.wordpress.com/2025/04/07/routine-activity-theory/

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