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Il segreto di Pulcinella
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Da Acerra alla Luna, passando per Napoli
Il 25 febbraio si è celebrata la giornata mondiale della Commedia dell’Arte: quasi cinque secoli fa, 480 anni per l’esattezza, nel 1545 è notificata la nascita della prima compagnia teatrale di comici al mondo, legalmente costituita tramite atto ufficiale, stipulato nella città di Padova.
La commedia dell’arte era un genere teatrale in cui non si portavano in scena dei copioni precostituiti, ma si puntava sull’improvvisazione e sull’abilità degli attori: pur avendo concordato un “canovaccio”, un’idea di base delle trame da raccontare, i protagonisti inventavano intrecci diversi, interpretando più o meno gli stessi ruoli o gli stessi archetipi teatrali, tramite costumi e volti coperti o truccati.

Nascevano così le “Maschere” che attingevano alle tradizioni delle varie città e regioni, per delineare dei personaggi simbolici che rappresentavano tutta l’Italia sulle “tavole“ del palcoscenico oltre confine, anche se gli spazi completamente dedicati alle rappresentazioni arriveranno molto più tardi.
Le maschere regionali che mettevano in scena intrecci tra servi e padroni, tra ladri e imbroglioni, amori e tradimenti, tragedie e ingiustizie sono davvero tantissime, da nord a sud, e le sfilate di Carnevale è l’appuntamento annuale per rivederle in giro, attraverso i costumi più tradizionali.

Se Frappiglia, Sarachella, Mirandolina, Giangiurgolo e Capitan Spaventa non sono ancora così largamente ricordati, Rugantino, Brighella, Meneghino, Gianduia, Farinella, Il dott. Balanzone e Colombina sono ancora molto popolari; e, anche se la più famosa in assoluto è Arlecchino, il posto d’onore, per noi napoletani, è sicuramente Pulcinella.
Come Napoli, Pulcinella è intreccio, sovrapposizione, storia e leggenda, un intruglio in cui teatro e realtà non sono mai del tutto distinguibili. Alla faccia nera arsa dal sole dei campi e al corpo dalle forme abbondanti, avvolto in un ampio costume bianco, con casacca e pantaloni, insieme all’iconico copricapo a forma di corno, si uniscono Il naso a becco e la voce gracchiante da “piccolo pulcino”: è così che tradizionalmente viene rappresentato Pulcinella, tra l’invenzione dell’attore capuano Silvio Fiorillo nel ‘600 e l’evoluzione rappresentativa di Antonio Petito, l’attore che lo ha incarnato nell’800.

L’ispirazione pare arrivasse da un certo Puccio d’Aniello, un contadino acerrano che s’improvvisò buffone, per unirsi ad una compagnia itinerante di commedianti, pur di sfuggire al lavoro nei campi.
Ed è proprio nel natio Comune di Acerra, presso il Castello dei Conti, in alcuni locali (ospitanti anche il “Museo Del Folklore e della Civiltà Contadina”), che è possibile visitare il percorso museale ( su appuntamento e gratuitamente) per conoscere la storia e le rappresentazioni più svariate che hanno come protagonista la maschera adottata dai napoletani di tutto il mondo.

Pulcinella è la rappresentazione dell’ambivalenza di Napoli e dei Napoletani: è furbo e “fesso”, imbroglione, ma non subdolo; indolente e opportunista, pigro, impertinente, ma scaltro, concreto e impavido davanti alle ingiustizie. Soprattutto, è affamato: la sua pancia gonfia non mai piena; è vorace ed avido di “maccheroni”: la pasta, il cibo dei poveri, che rende sontuosa anche la tavola più umile.
Come scriveva Eduardo de Filippo, anch’egli interprete del personaggio, quella di Pulcinella è una fame atavica, “la fame di una città che non riesce a mettersi al passo “, avida di quelle certezze che, a certe condizioni, il domani non assicura mai.

Pino Daniele, invece, gli toglieva la maschera, lasciando “urlare”, all’uomo che la indossava, tutto il dolore e la rabbia contro guerra e tirannia che non rendono possibili i “Suonne d’ajere”, quei desideri senza tempo che dovrebbero definire l’essere “umano”.
Anche Massimo Troisi e il tenore Enrico Caruso hanno prestato corpo e voce alle gesta del personaggio e, prima che gli Americani compissero davvero l’impresa, prima ancora che Jules Verne scrivesse “dalla Terra alla Luna”, nel 1836 furono pubblicate alcune litografie che illustravano le meraviglie scoperte ( e inventate) da Pulcinella, raggiungendo la luna con la sua barca a vela volante.

Pulcinella marionetta, Pulcinella burattino; Pulcinella, il Presepe, il Diavolo e San Gennaro. Costumi, maschere, locandine, reperti rari, come copioni e spartiti: durante il percorso nelle otto sale del percorso espositivo sono numerose, diverse e incredibili le versioni delle storie che vuole raccontare; ma, si sa, Pulcinella è chiacchierone e incontenibile e le sue rappresentazioni vanno oltre le mura di un museo.

Controversa e originale, l’istallazione di Gaetano Pesce in piazza Municipio a Napoli lo scorso autunno; incredibili e spettacolari, gli affreschi di Ca’ Rezzonico, omaggio di Giandomenico Tiepolo a Venezia (patria eletta di Colombina e Arlecchino); eternamente iconici i Pulcinella di Lello Esposito, da Vico del Purgatorio in pieno centro storico alle mostre internazionali, in giro per il mondo.


Perché tutti amano Pulcinella? Perché è partito dal fondo, dalla terra fangosa, passando dalle tavole (da pranzo e del palcoscenico); perché è riuscito a risalire verso l’alto dei soffitti affrescati di saloni importanti, giungendo persino sulla luna del suo viaggio onirico e un po’ “pezzotto” (ingannevole, in italiano corretto), fino allo scudetto tricolore, la vetta più alta per il cuore azzurro dei partenopei.

Perché la sua è una storia di rivalsa, in cui è riuscito a raggiungere un’impensabile fama, senza mai aver perso la sua fame: un viaggio veramente fantastico


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