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Il giallo di Vincent
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I luoghi della Provenza che furono terapia e ispirazione per i capolavori di Van Gogh
In una calda sera di mezza estate, un uomo percorre una buia strada di campagna per rientrare alla locanda dove sta alloggiando. Ha una ferita di arma da fuoco al torace, ma nessuno, apparentemente, se ne accorge. Dopo due giorni di lenta agonia, l’uomo muore. Aveva solo 37 anni. E’ il 29 luglio del 1890.
Non è chiaro se si sia trattato di omicidio o di suicidio e, da oltre un secolo, il mistero rimane. Per l’enigma di quella morte, non esistono prove schiaccianti, mentre della sua intera esistenza, numerose e indelebili, sono le tracce lasciate dietro di sé.

No, non è la trama di uno dei gialli di Agatha Christie, ambientati nella campagna inglese di Miss Marple. Siamo a Auvers-sur-Oise, nei dintorni di Parigi, e i quelli descritti sono fatti realmente accaduti.
Quell’uomo era Vincent Van Gogh, il pittore olandese che ha realizzato le sue opere, mescolando i tormenti della sua anima all’impasto dei suoi colori.
La sua arte ha la potenza di valicare i confini dei musei nei quali sono custodite le sue opere, viaggiando per il mondo, attraverso le varie esposizioni sempre piene di visitatori, come quella della National Gallery di Londra (“ Van Gogh. Poeti e amanti”, di cui è stato realizzato un film che sarà al cinema in Italia il 04 e il 05 marzo).

Non è un caso dunque, che anche la mostra virtuale dedicata all’artista olandese, presente a Napoli presso l’Arena Flegrea dallo scorso dicembre, sia stata prolungata fino al prossimo 02 marzo: la realtà immersiva è una modalità diversa per “entrare” nelle opere di Van Gogh, fatte, come lui stesso scriveva, di “sole di zolfo e cielo di cobalto puro”.

“Entrare” nella sua mente, invece, è più complicato e lo è stato soprattutto al suo tempo, in cui la gestione delle patologie mentali non prevedeva molte alternative terapeutiche. L’ombra del fallimento, prima religiosa e poi “commerciale”, ha accompagnato la sua personalità complessa per tutta la sua breve vita: probabilmente, oggi sarebbe definito “neuro-divergente”, forse bipolare, un soggetto altamente sensibile, incapace di gestire autonomamente la mole di stimoli esterni e condizionamenti sociali.

L’indigenza e la conseguente malnutrizione, le abitudini malsane a cui era dedito (il fumo, l’assenzio e, probabilmente, qualche malattia venerea) insieme alle intossicazioni da trementina e da monossido di carbonio, dovuto all’illuminazione delle lampade a petrolio, fecero il resto, contribuendo a procurargli crisi convulsive e comportamenti violenti.
L’amore per la pittura, per la natura e per suo fratello Theo, furono per lui le uniche “funi” capaci di tenerlo ancorato alla realtà. Il viaggio, invece, è stato uno degli strumenti indispensabili nella sua ricerca continua di realizzazione, lasciando la natia Olanda per sfuggire al grigiore e alla nebbia, attraversando il Belgio, per arrivare in Francia. Dopo Parigi, si trasferì al sud.
La campagna francese, con il suo equilibrio fatto di campi coltivati in armonia con i suoi paesaggi naturali, diedero tridimensionalità alle ispirazioni dell’artista.

La cittadina di Arles è ancora oggi la meta prescelta dei tanti appassionati di per ripercorrere i passi di Van Gogh, in contemplazione dei luoghi resi immortali dal pittore nei quadri, realizzati durante la sua produttiva permanenza provenzale.

In Place Lamartine, anche se modificata nel corso del tempo, c’è ancora la “Maison Jaune”, dove c’era la famosa “Camera di Vincent ad Arles”: la casa gialla fu l’indirizzo condiviso con il pittore Paul Gauguin, con il quale progettava di formare una comunità di artisti.

In Place du Forum, la famosa ”Terrazza del caffè di sera” è ancora lì ed ha moltiplicato la sua luce attrattiva: dalle falene e i bevitori delle serate estive di fine ‘800 ai turisti, provenienti da tutto il mondo, che vogliono sentirsi parte di un capolavoro. Fu proprio dopo una delle serata trascorse in quel caffè con Gauguin, dopo l’ennesimo infuocato scontro, tutt’altro che raro nell’amicizia tra i due pittori, che Van Gogh si provocò la mutilazione dell’orecchio.

Dopo ogni crisi nervosa, ogni volta, ritornava alla pittura, come rimedio al suo “Maëlstrom”, quell’incessante vortice dell’anima che riproduceva di continuo anche sulle sue tele, come gli astri in movimento delle sue notti stellate: quella serena, che si apre sulla città di Arles, in una curva del fiume Rodano e quella, più cupa e profonda, con il cipresso-sentinella, dipinta durante il suo periodo di reclusione psichiatrica.

Nel territorio di Saint-Remy-de-Provence, villaggio incantato dai tipici tratti provenzali, fatto di case in pietra dagli stipiti pastello e di botteghe con le boiserie colorate incorniciate da rami di vite e glicine, un luogo il cui cielo stellato aveva già ispirato, più di tre secoli prima, l’astrologo e scrittore Nostradamus per le sue ”Profezie”, si trova il monastero di Saint-Paul-de-Mausole.

In questo luogo, parte del quale ancora oggi è destinato alla cura della salute mentale, Van Gogh trascorse un anno di clausura per ristabilire il suo equilibrio mentale.

La camera divenne il suo atelier temporaneo, dove dipingeva la serenità apparente di cipressi, ulivi, iris, la solitudine di sedie vuote e l’angoscia che rende vecchi e disperati: l’abuso di assenzio gli aveva provocato la xantopia, una visione giallastra degli oggetti che lo esasperava al punto tale da indurlo, pare, perfino a ingerire la vernice gialla, quasi ad allearsi con la sua ossessione.

Oggi, dalla finestra, c’è lo stesso panorama di allora sul giardino in cui, d’estate, ondeggiano le spighe odorose della lavanda e i girasoli.

In tantissimi, si fermano proprio nei campi intorno al monastero, stazionando per ore davanti ai loro cavalletti, forse con la speranza che lo spirito del pittore, visionario e geniale, pervada le loro mani e i loro pennelli, nel tentativo di riprodurre di qualche sua opera, prima di fare rientro in città, ad Arles.

L’obelisco di granito è il centro di Place de la Republique che, come in un abbraccio rassicurante, accoglie i visitatori, con il Municipio e la Cattedrale romanica di St Trophime. Gli antichi resti del teatro, i criptoportici e la poco distante necropoli sono le radici profonde, le testimonianze della fondazione della città di Arles, risalenti all’epoca epoca romana .

Maestosa è l’Arena, l’antico anfiteatro, dove avvenivano scontri terribili in cui i gladiatori affrontavano animali feroci, in una lotta per la sopravvivenza; proprio come farà, secoli più tardi, Van Gogh con la sua “bestia”, il suo lato oscuro, la sua ambizione divenuta prigione, come e più di un reparto psichiatrico, e che non gli ha consentito, in vita, di trovare il suo posto nel mondo.

Al mondo, ha lasciato l’infinito magnetismo della sua arte che, dopotutto, ha restituito a Vincent di compiere il destino che era scritto nel suo stesso nome. Perché sia accaduto solo dopo la sua morte, ciò, probabilmente, resterà il “giallo” che lo ha collocato “Sulla soglia dell’eternità”.

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