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Clara Reeve e Il vecchio barone inglese

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foto prodotta con l'AI

“Il Vecchio Barone Inglese”: Una Fusion Tra Gotico e Morale Borghese nel Romanzo di Clara Reeve

Questa storia è la progenie letteraria del Castello di Otranto”. Con queste parole Clara Reeve, nella prefazione della sua opera, Il vecchio barone inglese, riconosce nel Castello di Otranto il modello a cui ispirarsi per il suo racconto. Come Walpole, anche Clara Reeve chiama la sua opera “gothic story” e, come lui, ha l’obiettivo di unire i vari meriti del romanzo antico e di quello moderno. Come Walpole, anche Clara Reeve finge di aver scoperto un manoscritto ed aver avuto l’unico compito di presentarlo al pubblico. La storia, spiega, si svolge durante il periodo della minore età di Enrico VI, ma, in realtà, il lettore si rende ben conto che la Reeve riporta nella sua opera l’Inghilterra del XVIII secolo.

In realtà, nel Vecchio barone inglese di gotico c’è ben poco, forse appena l’ambientazione nel periodo medievale.

A ben guardare, infatti, è facile scorgere nei personaggi, nel loro vivere quotidiano, nel loro modo di agire e di pensare, una chiara impronta settecentesca ed un filone sentimentale e borghese che ha caratterizzato tutto il XVIII secolo e che ha avuto il suo massimo splendore in Samuel Richardson e in opere come Pamela o la Virtù ricompensata oppure Sir Charles Grandison.

Non a caso il titolo con cui l’opera della Reeve apparve per la prima volta era Il campione di virtù. Quindi, sebbene muova i primi passi a partire da Walpole, l’opera di Clara Reeve, in effetti, se ne discosta tanto per l’assetto del romanzo, quanto per il ruolo didattico che va ad assumere. Ruolo che tutti i romanzi borghesi del Settecento, o quasi, avevano come scopo fondamentale. Non dimentichiamo che la Reeve aveva passato i cinquant’anni e si sentiva, in un certo senso, investita dal compito di “edificare”, oltre che intrattenere, la nuova generazione.

La classe della nuova borghesia, infatti, aveva bisogno di rappresentare sé stessa in maniera completamente diversa dalla nobiltà, che fino ad allora aveva dominato la letteratura con il romanzo cavalleresco. Ecco, quindi, che, nel nuovo romanzo, essa si pone come una classe sociale virtuosa e laboriosa, timorata di Dio e accettatrice delle sue volontà, qualunque esse siano, con la convinzione che la Provvidenza saprà ricompensare i sacrifici compiuti al momento giusto.


Nell’ottica di fusione, operata da Walpole e continuata dalla Reeve, anche molti nobili “diventano” virtuosi: il cavaliere del Regno Sir Philip Harclay, il Barone Fitz-Owen ed i suoi figli, Lord Clifford e Lord Graham sono tutti personaggi che si dedicano al trionfo del bene, anche se questo vuol dire mettere a repentaglio la propria vita, l’onore ormai macchiato dei propri familiari, le proprie ricchezze. Inoltre, molto chiarificatrice è la conclusione del romanzo, con cui Clara Reeve compendia lo scopo ultimo della storia che è stata appena scritta: fornire “una straordinaria lezione ai posteri sulla predominante mano della Provvidenza e sulla certezza della punizione”.

Un romanzo didattico, dunque, che ha un leggero sapore gotico poiché alcuni elementi vi si possono ritrovare: c’è un malvagio che ha compiuto un delitto per impossessarsi di un titolo e dei beni che non gli spettano; c’è un eroe che deve superare diverse prove; c’è un castello in cui si svolge gran parte dell’azione; c’è l’intervento del soprannaturale, sebbene mitigato rispetto al Castello di Otranto, perché risulti almeno verosimile; c’è l’amore contrastato, che poi si risolverà in matrimonio; c’è l’agnizione finale ed il ristabilirsi delle cose naturali. Tuttavia, l’impronta schiettamente didattica, borghese e sentimentale si avverte con molta forza attraverso tutto il romanzo nella continua rassegnazione alla volontà divina, nell’affidamento a Dio e al suo sostegno, nella misericordia e nella clemenza, pur perseguendo le vie della giustizia, nei confronti nei nemici.


Rispetto a Walpole, però, la Reeve utilizza il soprannaturale in maniera diversa. Clara Reeve, infatti, obiettò a Walpole l’utilizzo, nel suo romanzo, degli eventi soprannaturali a scapito della verosimiglianza narrativa. La scrittrice, invece, per la prima volta presenta, nel corso della narrazione, un “soprannaturale spiegato”, come poi anche Ann Radcliffe farà nei suoi romanzi gotici.

La Reeve svela gli eventi soprannaturali in due modi: fa in maniera che solo il lettore possa capire che non si tratta di un evento soprannaturale reale, ma non il personaggio coinvolto, oppure costruisce l’evento in modo che sia il personaggio che il lettore ne siano all’oscuro, spiegandone i retroscena alla fine del romanzo.

Il soprannaturale, nel romanzo della Reeve, perde tutta la sua connotazione terrificante e diventa semplicemente una prova di superstizione. Lo scopo fondamentale dell’imitazione di Walpole da parte di Clara Reeve è essenzialmente quello di arricchire e dare un interesse narrativo ad un romanzo che altrimenti sarebbe stato puramente didattico.

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