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Napoletano, robba ammiscata

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L’influenza delle dominazioni straniere sul dialetto napoletano: prestiti linguistici da spagnolo, francese e greco

Se vi fosse mai capitato di andare in vacanza in Spagna o in Francia, di certo vi sarete resi conto di quanti termini usuali in queste due lingue somiglino a quelli in uso nel napoletano. E questo non solo perché son tutti figli di un progenitore comune che è il latino, ma anche perché, durante le dominazioni che il Regno di Napoli ha subito, molte parole sono entrate a far parte, con le dovute storpiature, del lessico popolare.

Il contributo più grande è stato ovviamente quello dello spagnolo, a causa del periodo Aragonese e del vicereame spagnolo, che sono stati le parentesi più lunghe.

Ma una lingua è in continuo cambiamento e costante evoluzione, quindi i prestiti linguistici non si sono mai limitati solo a queste lingue.

Ad esempio, le parole puteca, caccavo, crisommola provengono direttamente dal greco: apotheke, caccabos e cruson melom sono esattamente i corrispettivi ed hanno lo stesso significato che hanno in napoletano.

Perfino l’antico gioco dello strummolo prende il nome dalla parola greca strobilos, che indicava un oggetto che ruota su sé stesso, proprio come la piccola trottola.

Non mi soffermerò sul latino perché la discussione prenderebbe troppo tempo e spazio, però, almeno per curiosità, vorrei dimostrarvi come dei termini che adoperiamo ogni giorno parlando in dialetto siano in realtà dei prestiti linguistici modificati e riutilizzati secondo regole tutte napoletane.

Per quanto riguarda il francese, le prime parole che mi vengono in mente sono buatta e butteglia. Entrambe sono state incluse quasi al naturale nella nostra lingua. Boîte, infatti, in francese significa proprio scatola; in napoletano indica normalmente la lattina di metallo in cui vi si possono trovare legumi cotti oppure conserve di pomodoro.

Per la bouteille, invece, il prestito si è integrato perfettamente: entrambi i termini vogliono indicare proprio la bottiglia, di vetro o di plastica che sia. Se avete mai offeso qualche donna chiamandola zantraglia sappiate che avete usato un francesismo.

Eh sì, al tempo degli Angioini, infatti, quando a corte si offrivano banchetti tutti i giorni, si era soliti donare al popolino gli scarti della cucina; il ciambellano, finito il banchetto, andava agli spalti del Maschio Angioino con gli avanzi e gridava “Les entrailles”, cioè le interiora degli animali, per richiamare il popolino.

Ed ecco che quel grido, per estensione, è andato ad identificare la gente, soprattutto le donne, di bassa estrazione sociale che facevano a capelli per potersi assicurare una parte di bottino.

E ancora, il canzo di fare qualcosa viene da chance, possibilità, il “gattò di patate” viene dal gateau, torta in francese, la cazetta da chaussette, ‘o ‘ntrattiene viene da entretien, cioè intrattenimento, sanfasò, cioè senza un metodo, viene direttamente da sans façon che vuol dire esattamente la stessa cosa, sciantosa da chanteuse, cantante.

Anche lo sciaraballo, mezzo di trasporto in voga ancora agli inizi del secolo scorso, deriva dal francese char à bancs, una carrozza a quattro ruote con panche per il trasporto delle persone, o ancora la sciassa, che indica un abito elegante, deriva da chasse, uniforme di caccia particolarmente raffinata, con giubba e pantalone attillato.

Perfino parole più prosaiche come sparatrappo, tirabusciò, scignò e tuppo vengono rispettivamente da sparadrap, tire-buchon, chignon e toupé che sono esattamente le loro relative traduzioni.

Quelli che chiamiamo i “nostri cugini d’Oltralpe”, quindi, ci hanno lasciato in eredità diversi termini, molti dei quali risalenti soprattutto al Settecento e legati all’ambito culinario, grazie al fatto che i Borbone ebbero la geniale idea di far arrivare i più grandi maestri di cucina francesi a corte per poterne gustare le delizie.

Continua…

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