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Il Santo e la città
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2 anni fail

La storia, il “Miracolo” e i Tesori di San Gennaro
A Napoli, il 19 settembre è un giorno speciale, in cui l’attenzione mediatica e turistica si sposta dalla geografia all’agiografia della città, in cui il protagonista indiscusso è San Gennaro. Il primo patrono di Napoli (città che oggi ne conta ben 56!) fu Vescovo di Benevento durante l’impero di Diocleziano e fu sottoposto a martirio perché non rinnegò mai la sua fede cristiana.
Uscito indenne dal fuoco e dall’incontro con i leoni, sorprendentemente ammansiti alla sua presenza, in seguito, trovò la morte per decapitazione presso la Solfatara di Pozzuoli nel 302, dove Eusebia, forse sua nutrice e di sicuro sua prima “parente”, raccolse il suo sangue.

Quel sangue portentoso che, a distanza di secoli, rinnova il suo prodigio di trasmutazione in pubblico per tre volte anno, cioè passa da uno stato solido ad uno stato “liquido”: nel sabato che precede la prima domenica di maggio, il 16 dicembre, in memoria dell’intervento durante l’eruzione del Vesuvio del 1631 e, appunto, a settembre. Il rituale comincia al mattino presto nel Duomo di Napoli.

Le “parenti”, anziane donne devote, si posizionano tra le prime file per iniziare le loro litanie, che nell’appellativo “Faccia gialla” utilizzano un tono piuttosto confidenziale, e terminano, tra gli applausi e la gioia della gente, delle autorità cittadine, dei rappresentanti della Deputazione, allo sventolare del fazzoletto bianco, segno dell’avvenuta trasmutazione.

Il tutto, da diversi anni, ripreso anche dalle telecamere per dare la possibilità a chiunque di partecipare in diretta alla celebrazione. Sebbene, come sentenziato dagli scienziati, “il fenomeno sfugge alle fondamentali leggi della fisica” e la Chiesa non attesta come miracoloso il fenomeno della liquefazione, il prodigio è chiamato comunemente “Il Miracolo” e rende Gennaro uno dei santi più venerati al mondo.

I suoi interventi miracolosi e la sua sagoma riconoscibilissima, che in un tratto continuo parte dalla pastorale per finire al mantello, passando per la mitra, ne delinea un’icona positiva universale che, pur travalicando talvolta la religione, non risulta mai sacrilega ne irrispettosa.
L’eco del prodigio attraversa i secoli, invade ogni campo dell’arte e, perfino, i confini geografici: ci sono comunità devote al Santo in tutto il mondo (dalle più famose città americane di New York, Chicago, Las Vegas, fino alle australiane Sidney e Melbourne e perfino in Madagascar), anche per i consistenti flussi migratori, partiti da Napoli e dalla Campania, in cerca di una vita dignitosa, spesso impossibile nei tempi passati.

Il Miracolo che si ripete è l’attestazione del rinnovamento dell’accordo di protezione del Santo sulla città e sul suo popolo di devoti. Tante volte in caso di eruzioni, terremoti, pestilenze e carestie, l’invocazione del popolo “San Gennà, pienzace tu” è stata accolta dallo “Spione” (perché, come si dice in napoletano “mette spia”, accende l’attenzione su questioni importanti, intercede) ed è stato siglato un vero e proprio documento che sancisce il legame profondo e sentito tra la città e il Santo, un “patto di sangue” che, questo sì, non si scioglie mai.

Una devozione intensa che si materializza nel patrimonio inestimabile del Tesoro, di cui il museo accanto al Duomo mette in mostra gli elementi più importanti per materiali, fattura e preziosità. Le teche di cristallo blindato sono sistemate al buio in sale dalle pareti in nerissima pietra lavica, sotto al livello stradale: seppur simbolicamente, è il ventre della città stessa a rappresentare il più sicuro dei caveau.

I fasci di luce lasciano emergere i chiaroscuri argentei dei busti dei santi, i ceselli precisi di calici e ostensori e puntano alle pietre della “Collana” e della “Mitra Gemmata” di San Gennaro: capolavori assoluti che lasciano senza fiato, creati da maestri orafi e incastonatori, con i doni delle grandi case reali e famiglie importanti.
Brillanti, smeraldi e rubini; ori, argenti e perle di ogni grandezza, così come lo spettacolare mosaico in corallo dell’artista Jan Fabre, belga di nascita e napoletano per “vocazione”, intitolato “Eusebia”.
Collegata al museo da un passaggio interno, la Cappella del Tesoro è il vero scrigno. Pur essendo situata nella navata laterale destra del Duomo è protetta da un cancello perché è amministrata dalla Deputazione, un organismo laico che ha come scopo la salvaguardia e la promozione del culto di San Gennaro, oltre che, ovviamente, la custodia delle reliquie del Santo: il busto e le ampolle del sangue, conservate nella cassaforte dietro l’altare.

La Cappella è quotidianamente il luogo dell’incontro più privato tra l’individuo e il santo: il raccoglimento, il racconto della propria vicenda umana, la richiesta di intercessione, la preghiera; il luogo in cui, anche chi non è credente, avverte comunque un’atmosfera particolare carica di emozione.
Nei giorni in cui è atteso (ma mai assicurato) il Miracolo, la cappella diventa inaccessibile e la commozione incontenibile, quando poi l’evento prodigioso si compie.

Perché per chiunque, credente o meno, in quel grumo che si fonde, è possibile assimilare quel nodo alla gola, quella stretta alla pancia e al cuore che, talvolta, è in ognuno di noi; quel blocco all’anima che, finalmente si scioglie, permettendo alla speranza di circolare nuovamente nella propria storia individuale, per le strade della città di Napoli e nei destini del mondo.
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