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Bologna Sacra: la dimensione più spirituale e meno conosciuta dell’Emilia
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2 anni fail

Bologna Sacra. Un viaggio per scoprire un lato della città che in molti non conoscono del capo luogo emiliano
In ambito turistico, quando si tenta di descrivere con approssimazione una destinazione, spesso ci si trova davanti a definizioni superficiali che utilizzano le più belle città italiane per “identificare” le città all’estero.
Roma per la sua importanza storica, Firenze per il patrimonio artistico rinascimentale e l’unicità incomparabile di Venezia, messa in relazione ad ogni città che abbia una semplice intersezione di due canali d’acqua.

Pietre di paragone sprecate per dei paragoni impossibili, che non rendono giustizia all’identità di nessuna destinazione di viaggio. A questa regola didascalica, fa eccezione il capoluogo dell’Emilia-Romagna, simbolo assoluto di abbondanza, che si fregia di una qualifica multipla.
La “Dotta”, per il suo primato di città universitaria che, ancora oggi, sperimenta e persegue la conservazione e la fruizione pubblica della cultura: dalla Biblioteca storica del 1756 alla “Salaborsa”, spazio multimediale in cui mappe, riviste e video sono di gratuita fruizione, passando per l’importantissima Cineteca, che si occupa di conservazione e restauro di pellicole, della fotografia e del cinema.
La “Rossa”, per il colore dei suoi tetti, delle sue mura, dei suoi lunghissimi portici, Patrimonio Unesco, che, in circa 350 sfumature, esaltano il mattone locale, divenuto strumento fondamentale, dalla caduta dell’Impero Romano, per l’edilizia di buona parte della penisola; e rossa anche per l’inclinazione politica a sinistra, che ha fortemente caratterizzato gli ideali di questa città dal dopoguerra.
La “Grassa”, per l’abbondanza e la varietà produttiva dell’enogastronomia: i prodotti vitivinicoli, dell’agricoltura, dell’allevamento e della trasformazione alimentare, l’hanno eletta a dispensa e tavola della tradizione culinaria d’Italia, che in fornitissime gastronomie, famosi ristoranti o in semplici osterie, trovano ottime, seppur differenti, modalità espressive.
Bologna, la dotta, la rossa, la grassa: anche se molti non lo sanno, Bologna è anche sacra. Un legame simbolico e spirituale la unisce alla Terra Santa.

Il suo santo protettore, Petronio, vescovo della città dal V secolo d.C., fu ispirato, pare, da un sogno e dalla potenza mistica di Gerusalemme, che aveva visitato più volte: si prodigò per un progetto grandioso che oggi si concretizza nel complesso di Santo Stefano, in una delle piazze più suggestive della città, che fu inizialmente anche luogo di conservazione delle sue reliquie, prima che fossero definitivamente traslate della cattedrale a lui intitolata, simbolo, insieme alle due torri pendenti, di Bologna.


Partendo dai resti di un antico tempio pagano dedicato alla dea Iside, avviò, senza mai terminarla, la costruzione di un complesso di edifici che miravano a far rivivere ai fedeli le scene della “Passione” di Cristo. Ricreando di fatto, nella sua città, la sacralità di Gerusalemme, consentiva ai credenti che non potevano permettersi un pellegrinaggio in Terra Santa, di vivere un’esperienza di fede più immersiva.
La “Chiesa del Crocifisso”, la “Basilica del Sepolcro”, la “Chiesa di S. Vitale e S. Agricola”, il “Cortile di Pilato”, il “Chiostro Medievale”, la “Chiesa del Calvario” sono parte di quello che viene definito “il cammino delle 7 Chiese”, in cui la potenza mistica della riproduzione dei simboli originali, restituisce al viaggiatore moderno, come ai fedeli del tempo, una suggestione potente che travalica la fede.

È però nel Quadrilatero, in pieno centro della città di Bologna, che si può veramente assistere ad una delle scene più drammatiche che si celebrano alla fine del periodo quaresimale. Nella chiesa barocca di S. Maria della Vita, si trova il “Compianto sul Cristo morto” di Niccolò dell’Arca, datato tra il 1463 e 1490.
Si tratta di un gruppo scultoreo formato da sette statue in terracotta che immortalano il tempo del passaggio, dopo la deposizione dalla croce e prima di quella nel sepolcro, in cui il corpo di Gesù viene vegliato e pianto da chi lo aveva conosciuto e amato.

Stupore, incredulità, raccapriccio: tante le sfumature che i volti e i corpi, testimoni della tragedia, riescono a trasmettere e che si sublimano nella pena infinita della Madonna e della disperazione acuta della Maddalena.
Il “Compianto” impressiona e atterrisce: la testimonianza del dolore pietrifica i corpi di chi lo prova e l’anima di chi osserva. I sensi, normalmente adibiti ognuno alla propria funzione, sono qui alterati: l’udito è annullato, la vista è sovraccarica; l’anima sente, in un urlo afono, la gravità e lo strazio.

Il suono della disperazione più atroce è talmente sordo, da non poter essere tollerato da orecchio umano. Una suggestione perfetta, in occasione delle commemorazioni rituali del Venerdì Santo a Bologna.

Anche Napoli segue l’esempio di S. Petronio: grazie all’infinita varietà del suo patrimonio artistico e culturale, spesso ancora poco conosciuto, offre la possibilità di immergersi nell’atmosfera di preghiera, raccoglimento o di semplice impatto emozionale, anche a coloro che non riescono a raggiungere il capoluogo emiliano, attraverso la contemplazione del “Compianto sul Cristo morto” di Guido Mazzoni.

Custodito nella Chiesa di S. Anna dei Lombardi a Monteoliveto, il gruppo scultoreo di terracotta, datato intorno al 1492, pur rappresentando la medesima scena con altrettanto pathos, differisce per due particolari sostanziali: la posizione del corpo di Gesù, perpendicolare rispetto al punto focale e lo sguardo della Madonna che, seppur sconvolta dall’insopportabile pena di una madre che ha appena assistito alla morte del figlio, rivolge il suo sguardo al cielo, invocando l’intervento dell’Altissimo e testimoniando, di fatto, la fede più assoluta.


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