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“Ter(r)apeutica”, la nuovo opera di Luca Chendi

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Chendi-Copertina Ter(r)apeutica

Ter(r)apeutica è l’esordio poetico di Luca Chendi. L’autore affronta il tema del lutto e della forza della vita

Casa Editrice: Ronzani Editore
Collana: Lietocolle
Genere: Poesia
Pagine: 100
Prezzo: 15,00 €

“Ter(r)apeutica” è l’esordio poetico del giovane scrittore Luca Chendi, affermatosi nel 2020 come una delle voci poetiche italiane under 30 più interessanti.

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La sua prima raccolta di poesie è infatti notevole e matura, ed è incentrata sul sentimento del lutto ma anche sulla forza della vita, che alla fine ci fa emergere perfino dalle tenebre più oscure.

L’autore ci trasporta tra le nebbie del lutto, ci fa sperimentare il dolore della sua elaborazione e poi ci guida verso la luce che debolmente si intravede da lontano, facendoci riconnettere infine con la vita e con l’amore.

Luca Chendi evoca immagini forti e vivide, che rimangono impresse nella mente; a volte, ad esempio, ci troviamo davanti a pareti che stanno perdendo l’intonaco, che sono ormai vecchie e consunte: un potente simbolo della vita che inesorabilmente ci lascia, eppure, in alcune liriche, possiamo sperimentare ancora l’odore della vernice fresca appena stesa, che ha reso la parete di nuovo integra.

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L’autore vuole simboleggiare la forza dell’esistenza che sa rigenerare l’anima del sofferente, anche dopo un doloroso colpo, come può essere la morte di una persona cara. Dalla prefazione all’opera di Fabio Prestifilippo Colombrino: «L’elemento letterario non si esaurisce nell’esperienza dolorante della perdita: vi è un momento in cui l’autore, riappropriandosi del proprio corpo e dei suoi ingombri, compie un movimento verso il ricordo di quella che è stata la sua rappresentazione del mondo: Ho la profondità dell’abbandono nel cognome. | L’usura della pelle è così dura che | non può riconsegnare il corpo. Le gambe sono un lento riprendersi la vita».

Nella prima parte della raccolta, intitolata “Repost | Dolore”, sperimentiamo questo dolore senza scampo, questo lento annientarsi nel lutto; come però afferma il prefatore, nella seconda sezione dell’opera, intitolata “Miele”, il corpo sembra rispondere a un desiderio di riprendere vita, di tornare a respirare e a confrontarsi con il mondo. La possibilità di relazione con l’altro dona linfa al cuore straziato, e lo fa aprire all’amore: «Sono barbarie le troppe precauzioni si resta per ore a guardare.

È la natura che ci concede il luogo ma non sappiamo come abitarla. E così siamo capiti nella ferita in questo tendere all’incontro dell’amore puro. Ti giuro è indecifrabile ma lasci visioni private nel cuore». Nella terza e conclusiva parte del libro, intitolata “Tra i corti di Moretti”, si sancisce questo incontro salvifico, e si dimostra come, tornando presenti a sé stessi, si può sublimare il dolore: ciò che si è perso non si dimenticherà mai, ma si può partire da quel vuoto per ricostruirsi

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