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Chefchaouen: stupefacente immersione dove non c’è il mare

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Chefchaouen

Chefchaouen: un tuffo nel blu dove il mare non c’è. Alla scoperta di una delle città più suggestive del Marocco

Il kif, molti di certo lo sapranno, è un derivato dell’hashish, la cui produzione nel Mediterraneo è localizzata nell’assonante Rif marocchino, una zona montuosa ricca di boschi, nel nord del paese magrebino.

Lì, tra montagne a forma di corna, dal cui nome “Accawen” deriverebbe quello attuale, si localizza la cittadina di Chefchaouen.

Fondata dai berberi e poi occupata da profughi musulmani ed ebrei del regno di Al Andalous (all’epoca nel sud della Spagna), la città, un tempo proibita ai cristiani, è, da poco più di un secolo, un “segreto” ormai sotto l’occhio di tutti.

In particolare, quello delle fotocamere dei turisti che, da tutto il mondo, arrivano tra queste montagne per immergersi, senza alcun mare, totalmente nel blu.

Dalla valle alla montagna, in risalita e poi, in discesa, verso le sorgenti di Ras al Ma, ci si inerpica nelle stradine acciottolate che ricordano, per “urbanistica” i candidi villaggi della Andalusia.

Tanti gli elementi architettonici in comune: i cortili dalle bellissime porte, le piccole finestre adornate di ringhiere, i vasi di terracotta, gli archi di pietra e scale di gradini e gradoni, tutto molto simile non fosse per il fatto che qui è (quasi) tutto blu.

L’impatto della luce e delle ombre sulle superfici e negli incavi, trasforma un unico spettro di colore in infinite tonalità e realizza un’atmosfera surreale.

Nonostante sia destinazione turistica consolidata (chi vi giunge trova tutti i servizi necessari ad un soggiorno, in genere, breve), Chefchaouen mantiene comunque un’identità che conquista perché ancora autentica, come direbbero gli inglesi appunto, “true blue”!

Non di rado, infatti, capita di assistere a scene di vita quotidiana: alterchi tra uomini in djellaba e fez (il tradizionale abito-tunica col cappuccio e il tipico copricapo rosso), che litigano per aver ingombrato un passaggio oppure a signore in caftano e hijab che “benedicono” i turisti a suon di “maledizioni”, quando si vedono invadere case e cortili per una foto ricordo, senza riguardo.

Tutto qui ha forma di intreccio: le trame annodate dei tappeti, le fibre naturali usate per le coperture ombreggianti dei piccoli bazar, le tessere di ceramica dei mosaici, l’intarsio di legni, le stringhe di pelle sui sandali artigianali.

Così come le vite di chi, in vacanza, cerca un’ombra blu per ripararsi dal caldo e di chi, sotto al sole, lavora senza sosta, con vernice e pennelli per preservarlo, quel blu.

Non esiste un percorso guidato, piuttosto si passeggia tra le stradine, assorbendo l’atmosfera vivace e, allo stesso tempo rilassata, proprio come fanno qui i gatti, che si azzuffano, si rincorrono, si riposano e si lasciano egocentricamente fotografare.

Tra il lapislazzulo e l’oltremare, e un tocco di azzurro Napoli, il senso dell’orientamento conduce alla fontana pubblica di place El Hauta, decorata con arabeschi di zellige (la tecnica di mosaico in ceramica che si realizza al contrario) e, anche qui, tanto blu.

Nata forse come esigenza materiale per limitare l’aggressione di mosche e zanzare, la pratica di ricoprire tutte le superfici di questo colore ha molteplici significati simbolici. Il più importante è la trascendenza: avvicinare, la terra o, meglio, gli uomini coi loro vizi terreni, al cielo.

Quei vizi che rimangono radicati nella cultura locale, e talvolta, visibili proprio nella grande piazza Uta el Hamman.

Circondata da un lato, dalla grande moschea con il minareto ottagonale e la Kasbah merlata in pietra chiara, la piazza è il fulcro della cittadina.

Al centro, sotto l’ombra del grande albero, artisti marocchini, in improvvisati atelier all’aperto, espongono quadri che catturano angoli della città, mentre i bambini fanno a gara per vendere cartoline e piccoli souvenir.

Infine, dal lato opposto, una vista spettacolare fatta di digradanti case sfumate di blu, fa da quinta ai tavolini dei bar, dove siedono stranieri accaldati e, illegalmente tollerato, qualche locale intento a fumare kif.

Lo scrittore francese Baudelaire, fruitore di questa sostanza per scopi “artistici”, ha nobilitato il termine Kif, grazie ai suoi effetti, rendendolo sinonimo di leggerezza e piacere.

Altro tipo di beatitudine, accessibile a tutti (e sicuramente legale!) è la sensazione di poter sorvolare, anche solo temporaneamente, oltre le (proprie) nuvole, grazie alla stupefacente esperienza immersiva nel blu di questa città.

Un pericolo, però, si corre ugualmente (soprattutto per chi ha già il cuore azzurro): ritrovarsi attaccata addosso, come la vernice fresca appoggiandosi alle pareti, quella nostalgica voglia di autenticità, che, come cantava Pino Daniele, ti fa ripetere nella testa “I’ve got the blues on me…”

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