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Case della Comunità, la sfida è garantire servizi e assistenza ai cittadini
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Oltre le nuove strutture: il futuro della sanità territoriale passa da medici, specialisti, diagnostica e servizi realmente accessibili.
La sanità del futuro non può vivere soltanto dentro gli ospedali. È questa una delle idee centrali della riforma dell’assistenza territoriale avviata con il PNRR e con il D.M. 77 del 2022. E le Case della Comunità dovrebbero rappresentarne uno dei pilastri.
In Campania il processo sta procedendo rapidamente. Secondo quanto comunicato dalla Regione, al 31 agosto 2026 sono 154 le Case della Comunità entrate in esercizio dall’inizio dell’investimento PNRR. Nello stesso periodo gli Ospedali di Comunità attivati sono arrivati a 31.
Numeri importanti. Ma adesso occorre porre una domanda ancora più importante: cosa trova realmente il cittadino quando entra in una Casa della Comunità?
Perché il rischio da evitare è quello di misurare la riforma soltanto contando gli edifici aperti.
Non un piccolo ospedale, ma una nuova porta d’ingresso alla sanità
La Casa della Comunità non è un pronto soccorso e non è un ospedale in miniatura. È pensata come un punto di riferimento territoriale nel quale diversi professionisti e servizi lavorano in maniera coordinata.
La stessa Regione Campania indica tra le attività che possono essere presenti visite specialistiche, diagnostica di base, punto prelievi e CUP, oltre alla possibilità di integrare le informazioni attraverso il Fascicolo Sanitario Elettronico. Le strutture sono organizzate secondo i modelli Hub e Spoke e dovrebbero assicurare una presa in carico continuativa della persona.
Il concetto fondamentale è proprio quello della presa in carico.
Pensiamo a un anziano con diabete, cardiopatia e difficoltà motorie. Oggi troppo spesso lui e la sua famiglia devono muoversi tra medico di medicina generale, ASL, CUP, ambulatori specialistici, ospedale e assistenza domiciliare.
La Casa della Comunità dovrebbe contribuire a ricomporre questi pezzi.
Non dovrebbe essere il cittadino a inseguire il sistema sanitario: dovrebbe essere il sistema sanitario ad accompagnare il cittadino nel percorso di cura.
Il problema decisivo sarà il personale
Ed è qui che si giocherà la vera partita. Possiamo costruire strutture moderne, acquistare apparecchiature e realizzare sistemi informatici avanzati. Ma senza medici, infermieri, specialisti, operatori sociosanitari e professionisti capaci di lavorare insieme, una struttura rischia di rimanere soltanto un contenitore.
Non a caso AGENAS ha dedicato specifiche linee di indirizzo proprio alle équipe multiprofessionali e multidisciplinari delle Case della Comunità. Il modello previsto dal D.M. 77 richiede infatti che le cure primarie siano erogate attraverso équipe di professionisti che collaborano e non operano come compartimenti separati.
La domanda che dovremo porci nei prossimi mesi, quindi, non sarà soltanto: quante Case della Comunità abbiamo aperto?
Dovremo chiedere: quante ore sono realmente aperte? Quali prestazioni offrono? Quanti professionisti vi lavorano? Quanto bisogna aspettare per una visita? Sono realmente collegate con medici di famiglia, ospedali e assistenza domiciliare?
Sono questi i numeri che interessano alle famiglie.
Una grande opportunità soprattutto per i fragili
Se realizzato pienamente, questo modello può rappresentare una svolta soprattutto per anziani, persone con disabilità, malati cronici e famiglie che ogni giorno affrontano la complessità della burocrazia sanitaria.
La sanità territoriale può inoltre contribuire a intercettare prima alcuni bisogni di salute, seguire meglio le patologie croniche e assicurare continuità dopo una dimissione ospedaliera.
AGENAS indica proprio le Case della Comunità come uno degli elementi centrali dell’attuazione del D.M. 77 e monitora non soltanto l’attivazione delle strutture, ma anche i servizi effettivamente erogati.
C’è poi un altro elemento che considero fondamentale: la partecipazione dei cittadini.
Nel settembre 2026 AGENAS ha pubblicato un documento specificamente dedicato alla partecipazione di pazienti, cittadini e comunità nelle Case della Comunità.
È un principio che dovrebbe diventare concreto.
Associazioni, caregiver, persone con disabilità, anziani e pazienti cronici conoscono spesso meglio di chiunque altro le difficoltà quotidiane nell’accesso alle cure. Ascoltarli significa progettare servizi più vicini ai bisogni reali.
Le 154 Case della Comunità attivate in Campania rappresentano quindi un punto di partenza importante. Ora arriva la fase più difficile: trasformare strutture, finanziamenti e sigle amministrative in medici disponibili, infermieri, esami, assistenza e tempi di risposta accettabili.
Perché una Casa della Comunità non diventa tale quando viene inaugurata.
Diventa davvero una Casa della Comunità quando un cittadino fragile entra con un problema e trova qualcuno capace di prenderlo in carico, senza lasciarlo solo a cercare la porta successiva.
Avvocato Lelio Mancino

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