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San Paolo a Puteoli: il racconto che unisce storia e identità
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Il 30 maggio il ricordo dell’approdo di San Paolo a Puteoli: memoria storica, identità e il ruolo del porto come crocevia di culture
Ci sono giorni che appartengono al calendario. E ci sono giorni che appartengono alla memoria. Il 30 maggio è uno di questi.
Per raccontarne il significato ho incontrato il Maestro Antonio Isabettini, custode appassionato della storia puteolana, tra libri consumati dal tempo, antiche stampe e racconti che sembrano affiorare dalle pietre del Rione Terra.
Sul tavolo, quasi ad accoglierci, c’era una suggestiva illustrazione raffigurante San Paolo all’approdo a Puteoli. Lo sguardo dell’apostolo rivolto verso la città sembrava attraversare i secoli.
«Vede, Avvocato», mi dice il Maestro Isabettini indicando il disegno, «questa non è soltanto un’immagine religiosa. È il simbolo di un incontro che ha cambiato la storia.»
E da quel momento il racconto prende vita.
È l’anno 61 dopo Cristo.
Una nave proveniente dall’Oriente attraversa il Mediterraneo. A bordo c’è un uomo in catene. È un prigioniero, ma è anche uno dei più straordinari viaggiatori della storia.
Si chiama Paolo di Tarso.
Dopo tempeste, naufragi e lunghi giorni di navigazione, la nave entra finalmente nel porto di Puteoli.
«Immagini quel momento», racconta il Maestro. «Davanti a lui si apre uno dei porti più importanti dell’Impero Romano. Navi provenienti dall’Africa, dalla Grecia, dall’Asia Minore. Mercanti, soldati, schiavi, funzionari imperiali. Un mondo intero concentrato sulle banchine di Puteoli.»
Paolo scende a terra.
Secondo gli Atti degli Apostoli trova qui dei fratelli nella fede che lo accolgono e gli offrono ospitalità per sette giorni.
«È questo il particolare più straordinario», continua Isabettini. «Significa che a Puteoli esisteva già una comunità cristiana. Piccola, forse nascosta, ma viva. E Paolo la incontra.»
Per un istante provo a immaginare quella scena.
Un gruppo di uomini e donne che attende un viaggiatore proveniente dall’altra parte del Mediterraneo.
Nessuno di loro può sapere che quel momento verrà ricordato per duemila anni.
Il Maestro si ferma per qualche secondo.
Poi aggiunge una riflessione che va oltre la storia.
«Molti pensano che il Cristianesimo sia arrivato a Roma e poi nel resto d’Italia. In realtà una delle sue prime porte d’ingresso fu proprio Puteoli. La nostra città è stata un ponte tra Oriente e Occidente.»
Fu il porto a rendere possibile tutto questo.
Le merci trasportavano ricchezza.
Le persone trasportavano idee.
E le idee, a volte, cambiano il corso della storia più delle ricchezze.
Mentre ascolto il racconto, guardo fuori dalla finestra.
La Pozzuoli di oggi è diversa da quella che vide Paolo. Eppure qualcosa sembra essere rimasto immutato.
Il mare.
Le colline.
La vocazione ad essere luogo di incontro.
«San Paolo», prosegue il Maestro Isabettini, «ci lascia un insegnamento ancora attuale. Non si fermò davanti alle difficoltà. Attraversò confini, culture e paure. Cercò sempre il dialogo.»
Forse è proprio questo il messaggio che arriva fino a noi.
Una città cresce quando costruisce ponti e non muri.
Quando custodisce la memoria senza restare prigioniera del passato.
Quando sa riconoscere il valore della propria storia.
Prima di salutarci chiedo al Maestro quale immagine vorrebbe lasciare ai cittadini di Pozzuoli.
Sorride.
«Quella di un uomo che scende da una nave e mette piede sulla nostra terra. In quel momento non stava soltanto iniziando il suo viaggio verso Roma. Stava scrivendo una pagina della storia di Puteoli.»
E mentre osservo ancora una volta il disegno di San Paolo, comprendo che alcune vicende non appartengono soltanto ai libri.
Appartengono all’identità di una comunità.
Per questo, ogni 30 maggio, ricordare lo sbarco di San Paolo significa ricordare anche chi siamo stati e, forse, chi possiamo ancora diventare.
Avv. Lelio Mancino

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