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Primati borbonici: le locomotive di Pietrarsa

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Da simbolo dell’innovazione borbonica a museo della memoria industriale: la straordinaria storia dell’Opificio di Pietrarsa, culla delle prime locomotive italiane.

La prima ferrovia italiana fu voluta fortemente da Ferdinando II di Borbone nel 1839 e fu la tratta Napoli-Portici, un percorso di sette chilometri e mezzo coperto in undici minuti dalla locomotiva “Vesuvio”, costruita in Inghilterra. Ma Ferdinando II voleva essere autonomo nell’organizzazione dei trasporti e così, l’anno successivo, nel 1840, emanò un Decreto Reale per acquistare un appezzamento di terreno per costruire Pietrarsa, il primo nucleo industriale italiano.


La sua funzione originaria era quella di fabbrica siderurgica per scopi civili e bellici, utilizzando il ferro proveniente da Mongiana, in Calabria. Nel 1842 l’Opificio contava già circa duecento operai e, accanto, era stata istituita anche una scuola di formazione per i macchinisti della Marina da Guerra. Appassionato di meccanica, Ferdinando spesso visitava l’Opificio, fermandosi a parlare perfino con gli operai, accompagnato di solito dalla moglie Maria Teresa.


Nel 1843, il sito fu riconvertito in officina per la produzione e la riparazione delle locomotive delle rotaie. Nel 1845 perfino lo zar Nicola I, su invito di Ferdinando, venne a Napoli e visitò l’Opificio e ne rimase talmente impressionato da chiedere di avere la piantina dello stabilimento per poterlo riprodurre fedelmente a Kronstadt. In dono, gli portò la coppia di cavalli di bronzo che ancora oggi fanno bella mostra di sé.


Nella fabbrica di Pietrarsa, però, non si producevano solo locomotive; venivano realizzati anche strumenti e attrezzi per i cantieri navali e i porti, i macchinari stessi che servivano alla fabbrica, e poi ancora scale a chiocciola, colonnati di ghisa, campane e gelosie per le chiese del regno, bracci per i lampioni a gas e perfino statue. Da quella fabbrica è uscita anche la statua in ghisa dello stesso Ferdinando II, voluta dal direttore Corsi e fusa nel 1852, opera dello scultore napoletano Pasquale Ricca e rappresentante Ferdinando in uniforme da capitano generale dell’esercito.


Dal 1843, la produzione delle locomotive fu straordinariamente efficiente; decine di locomotive furono prodotte e consegnate al Governo man mano che si aprivano tratti nuovi di ferrovia in tutta Italia. Tra luglio 1851 e giugno 1858 furono realizzate ben undici motrici a vapore, delle quali sono arrivate interessanti notizie grazie ai documenti esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli. Nel 1859 Ferdinando II morì e gli successe suo figlio Francesco II. Fino al 1860, l’Opificio lavorò a pieno ritmo, con una forza lavoro di oltre mille operai poi le cose cominciarono a declinare. Con l’Unità d’Italia, nel 1861, sotto la corona sabauda, fu istituita una commissione per valutare l’efficienza e lo stato delle cose delle ferrovie. L’ingegnere Grandis, incaricato di valutare l’Opificio e stenderne una relazione, consigliò al nuovo governo di dismettere la produzione e addirittura demolire il sito di Pietrarsa. Il governo invece lo concesse in affitto per trent’anni ad una ditta privata, che operò, per prima cosa, una fortissima riduzione dei posti di lavoro.

Questo provocò una presa di posizione da parte dei lavoratori, con scioperi e disordini che sfociarono in quello che è conosciuto come l’eccidio di Pietrarsa, nel quale morirono quattro operai e ne furono feriti altri venti a causa di una carica di bersaglieri voluta dal prefetto di Napoli Nicola Amore.


In seguito a questo episodio, la ditta rinunciò allo stabilimento e così, nel 1863, Pietrarsa fu data in concessione ad un’altra azienda. Nonostante tutto ciò, l’eccellenza dell’Opificio continuò a distinguersi e, all’Esposizione Universale di Vienna del 1873, una locomotiva per un treno merci fu insignita della medaglia d’oro. La forza lavoro, però, fu ancora ridotta, fino ad arrivare a soli cento operai. Fu soltanto nel 1877 che il governo italiano intervenne e si assunse la direzione dell’Opificio, risollevando le sorti dell’impianto.


Nel 1905 la struttura entrò a far parte delle Ferrovie di Stato, diventando così una delle officine di riparazione locomotive a vapore. La tecnologia man mano nuova di trazione elettrica e la conseguente dismissione dei treni a vapore ne decretò la definitiva chiusura nel 1975. Dopo un lungo abbandono, si decise di riconvertire le officine in museo ferroviario; l’inaugurazione ebbe luogo nel 1989 ma ben presto il sito fu abbandonato di nuovo per mancanza di fondi. Riaperto nel 2007, dopo i lavori di ristrutturazione, oggi è un museo che si estende su trentaseimila metri quadrati, con sette padiglioni suddivisi in aree tematiche, rappresentanti ognuna delle epoche ben precise. Vi si possono ammirare la riproduzione della locomotiva Bayard e delle carrozze di viaggio della prima tratta, la carrozza 10 prodotto dalla Fiat nel 1929, il treno presidenziale, varie locomotive a vapore, diesel ed elettriche. È possibile usufruire di una visita guidata e perfino godere di un’esperienza in realtà aumentata, grazie ad un filmato proiettato sulla prima locomotiva, e di un simulatore per la guida di un treno storico. Finalmente, dopo tanto penare, Pietrarsa ha il posto di rilievo che ha sempre meritato.

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