Esteri
Nepal e Tibet, catastrofe nell’Himalaya: oltre 160 morti e quasi 1.500 dispersi
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Il crollo di una massa glaciale ha generato una devastante onda di acqua, fango e detriti lungo il confine tra Nepal e Tibet. Interi villaggi travolti, centinaia di stranieri tra i dispersi
Una catastrofe di proporzioni enormi ha colpito la regione himalayana al confine tra Nepal e Tibet.
Una gigantesca massa di ghiaccio, roccia e detriti si è staccata dalle montagne nella giornata di mercoledì 26 agosto 2026, precipitando verso valle e provocando una violenta piena improvvisa che ha travolto insediamenti, strade, ponti e infrastrutture.
Il bilancio resta provvisorio e continua a cambiare con il procedere delle operazioni di soccorso.
Secondo gli ultimi dati riportati da Reuters, almeno 165 persone sono morte e quasi 1.500 risultano disperse tra Nepal e territorio tibetano. Tra le persone delle quali non si hanno ancora notizie figurano centinaia di cittadini stranieri, molti dei quali si trovavano nella regione per turismo, trekking o pellegrinaggi.
Cosa è successo tra Nepal e Tibet
La catastrofe si sarebbe originata sulle montagne del Tibet, a circa 20 chilometri dal valico di frontiera di Rasuwagadhi.
Secondo le ricostruzioni disponibili, una vasta porzione della parte inferiore di un ghiacciaio sarebbe collassata a circa 5.200 metri di quota.
La massa di ghiaccio e roccia avrebbe quindi percorso oltre mille metri di dislivello, accumulando durante la discesa enormi quantità di materiale.
Il flusso avrebbe raggiunto il sistema del Lhende Khola, formando temporaneamente una sorta di sbarramento naturale.
Quando la diga di detriti ha ceduto, un’enorme massa di acqua, fango e rocce si è riversata violentemente a valle.
La piena ha colpito con particolare forza le zone lungo il confine tra Cina e Nepal, trasformandosi in pochi minuti in una devastante alluvione lampo.
Non sarebbe stato un terremoto
Nelle prime ore successive alla tragedia era circolata l’ipotesi che il crollo potesse essere stato provocato da un terremoto di magnitudo 4.4.
Le analisi successive hanno però modificato radicalmente questa ricostruzione.
Secondo lo United States Geological Survey, il segnale sismico inizialmente interpretato come un terremoto sarebbe stato generato dallo stesso enorme movimento di ghiaccio, rocce e detriti.
Il fenomeno avrebbe prodotto un segnale equivalente a un evento sismico di magnitudo 5.2, ma non sarebbe stato un terremoto a provocare la catastrofe.
Il punto è importante perché permette di comprendere meglio la dinamica di quanto accaduto: sarebbe stato il collasso glaciale a produrre sia il segnale sismico sia la successiva devastazione a valle.
Interi villaggi travolti dalla piena
La massa di acqua e detriti ha percorso rapidamente le vallate himalayane.
Le immagini arrivate dalle zone colpite mostrano edifici sommersi dal fango, veicoli trascinati via, strade cancellate e ponti distrutti.
Secondo le prime ricostruzioni, almeno 19 ponti e circa 40 chilometri di strade sarebbero stati danneggiati o completamente spazzati via.
La distruzione delle infrastrutture sta rendendo estremamente complesso il lavoro dei soccorritori, soprattutto nelle località montane più isolate.
In diverse aree sono inoltre interrotte le comunicazioni e la fornitura di energia elettrica.
Centinaia di turisti stranieri tra i dispersi
Una delle caratteristiche che rende ancora più drammatica la tragedia è l’elevato numero di persone straniere presenti nella regione al momento dell’alluvione.
L’area è infatti frequentata da escursionisti e pellegrini diretti verso località considerate sacre, tra cui il Monte Kailash e il lago Manasarovar.
Secondo Reuters, tra i dispersi figurano cittadini provenienti da decine di Paesi.
In Nepal vengono segnalati dispersi provenienti, tra gli altri, da India, Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Canada.
Anche sul versante tibetano risultano centinaia di persone delle quali non si hanno ancora notizie.
Le autorità stanno tentando di ricostruire gli elenchi dei viaggiatori presenti nella zona, un lavoro reso difficile dalla distruzione delle infrastrutture e dall’interruzione delle comunicazioni.
Soccorsi con elicotteri, droni e migliaia di operatori
Le operazioni di ricerca sono in corso su entrambi i lati del confine.
In Nepal sono stati mobilitati esercito, polizia, squadre di soccorso ed elicotteri.
Anche la Cina ha inviato centinaia di operatori nella regione tibetana di Gyirong.
Nel complesso, secondo Reuters, oltre 5.000 persone sono state impiegate nelle attività di soccorso e ricerca.
Gli elicotteri stanno cercando di raggiungere le zone rimaste isolate, ma le condizioni del terreno e l’enorme quantità di fango rendono alcune aree difficilmente accessibili.
Un nuovo pericolo: il lago formato dai detriti
Le autorità stanno monitorando anche un ulteriore rischio.
Il materiale trascinato dal crollo avrebbe creato in alcune zone nuovi sbarramenti naturali, con conseguente accumulo di acqua.
Uno di questi laghi temporanei viene osservato con particolare attenzione sul versante tibetano.
Il timore è che un eventuale cedimento improvviso possa generare una nuova onda di piena, aggravando una situazione già estremamente difficile.
Per questo le popolazioni nelle zone considerate più esposte sono state evacuate o invitate a mantenersi lontane dai corsi d’acqua.
L’Himalaya e il problema dello scioglimento dei ghiacciai
Gli scienziati stanno ancora studiando le cause specifiche del collasso e al momento non è possibile attribuire direttamente questo singolo evento al cambiamento climatico.
Il contesto generale, però, desta crescente preoccupazione.
La regione dell’Hindu Kush-Himalaya sta sperimentando un rapido arretramento dei ghiacciai.
Secondo i dati citati dagli esperti, tra il 2011 e il 2020 la perdita di ghiaccio nella regione è avvenuta a un ritmo molto più rapido rispetto al decennio precedente.
Quando i ghiacciai arretrano, possono diventare instabili anche i versanti montani circostanti e possono formarsi accumuli d’acqua capaci, in determinate condizioni, di provocare violente alluvioni improvvise.
Prima del collasso, le osservazioni satellitari avrebbero inoltre mostrato condizioni particolarmente calde nell’area interessata e una significativa riduzione della copertura nevosa.
Saranno però necessari ulteriori studi per stabilire quali fattori abbiano effettivamente determinato il cedimento del ghiacciaio.
Aiuti internazionali verso il Nepal
La comunità internazionale ha iniziato a mobilitarsi.
L’India ha inviato materiali di emergenza e mezzi di soccorso, mentre le Nazioni Unite hanno messo a disposizione personale e risorse.
Anche la Croce Rossa internazionale ha annunciato fondi per le prime operazioni di assistenza e valutazione dei danni.
L’Unione Europea ha attivato il servizio satellitare Copernicus Emergency Management Service per contribuire alla mappatura delle zone colpite.
Diversi Paesi stanno inoltre inviando squadre o funzionari nella regione per cercare i propri cittadini dispersi.
Nepal e Tibet, un bilancio destinato ancora a cambiare
Le cifre devono essere considerate provvisorie.
L’enorme numero di persone ancora disperse, l’isolamento di intere aree e la difficoltà di raggiungere alcune vallate fanno temere che il bilancio possa aumentare.
Nelle prossime ore le operazioni di ricerca continueranno con elicotteri, droni, unità cinofile e squadre di soccorso.
Quella avvenuta lungo il confine tra Nepal e Tibet appare già come una delle più gravi catastrofi naturali che abbiano colpito la regione himalayana negli ultimi anni.
Fonti: Reuters, Associated Press, US Geological Survey e autorità nepalesi e cinesi citate dalle agenzie internazionali.

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