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La tarantella, il ballo della felicità

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Dalla Puglia a Napoli, la tarantella diventa simbolo di cultura e folklore: le storie di Cicerenella, Lo Guarracino e Michelemmà

Nata molto probabilmente dal tarantismo pugliese, la tarantella napoletana può essere considerata, a giusta ragione, il ballo più tipico della città. Da un punto di vista etimologico, la tarantella deriva da diversi vocaboli che, chi più chi meno, rimandano alla città di Taranto, non solo per il ruolo di primo piano che la città ebbe nella rievocazione dei balli sfrenati effettuati durante le feste dionisiache (i famosi baccanali), ma anche perché le vesti quasi oscene che venivano utilizzate durante questi balli venivano proprio da Taranto e furono chiamate, per questo motivo, tarentinula.

A Napoli la tarantella appare in tutto il suo fulgore nel Settecento e acquista subito dignità di pura e semplice danza. In questa nuova ottica, la tarantella ha due obiettivi: lasciar riemergere gli istinti sessuali dell’antico rito orgiastico dei baccanali da un lato e dall’altro conquistare i salotti della “Napoli bene” trasformandosi così in danza colta e poi folcloristica.

In questo secolo si assiste alla fusione meravigliosa tra il ritmo scatenato della tarantella e i versi poetici di grande qualità ed impatto emotivo, dando così i natali a canzoni di enorme pregio artistico a ritmo di tarantella. È il caso di tre canzoni famosissime quali CicerenellaLo Guarracino e Michelemmà.

Cicerenella nasce come filastrocca a doppio senso, con versioni diverse e strofe variabili nel numero e nel contenuto. La filastrocca si basa sugli oggetti posseduti appunto da Cicerenella, che ne è la protagonista, e che vengono “gestiti” da lei in modo strano e non convenzionale. Alle strofe che, ognuna, descrivono gli oggetti e il comportamento della protagonista, si alterna il ritornello: “Cicerenella mia, si’ bbona e bella”.

Nel testo abbondano le assonanze, che danno il ritmo dei versi, e il carattere giocoso della canzone la rende una delle tarantelle più famose al mondo, interpretata, nel tempo, dal Roberto Murolo negli anni Sessanta, dalla Nuova Compagnia di Canto popolare negli anni Settanta e, ai giorni nostri, perfino da Liberato, il noto e misterioso artista napoletano.

Altra famosissima canzone popolare è Lo guarracino, anch’essa anonima come la precedente, narra di una storia d’amore in fondo al mare tra un guarracino (la castagnola) e una sardella. La storia comincia con delle schermaglie amorose, proprio come accade tra le persone, ma subito si gira a storia a tre: “isso, essa e o malamente”. Non solo, ci troviamo anche una spia, una vecchia ruffiana, gli amici dei tre giovani, gli amici degli amici, i vicini, i conoscenti e tutto il quartiere. Insomma, esattamente quello che accade nei quartieri popolari di Napoli. E la cosa assolutamente fantastica di questo canto è che vengono menzionate una quantità infinita di tipi di pesce.

La particolarità di questa canzone è che moti studiosi, biologi marini e storici si sono cimentati nella identificazione delle quasi 82 specie di pesci citati, una diatriba che ha coinvolto grandi personaggi, come Benedetto Croce, a partire dagli inizi del XX secolo, fino ad approdare a pubblicazioni in cui vengono associate molte delle specie citate alle loro denominazioni scientifiche. Purtroppo, non tutti i pesci menzionati hanno trovato un corrispondente in italiano perché, durante i secoli, si è persa traccia del significato in dialetto.

L’ultima tarantella famosissima, almeno quanto le precedenti, da menzionare è Michelemmà, oggetto di ipotesi e congetture intorno all’epoca in cui fu scritta e perfino intorno al suo autore, che alcuni identificano con il grande pittore del Seicento Salvator Rosa. Anche il titolo stesso, “Michelemmà”, è di difficile spiegazione. In questo senso, c’è una teoria che dice che il titolo sarebbe una contrazione di “Michela è mia”, teoria suffragata dal fatto che si parla di una ragazza, figlia di notaio, che farebbe morire gli amanti “a dduje a dduje” e che viene definita “scarola”, non nel senso di riccioluta bensì di origine ischitana (iscaròla, contratta in “scarola”). Un’altra teoria invece dice che potrebbe essere il grido di una madre che vede sua figlia rapita dai turchi durante le incursioni: “Michela ‘e mamma”.

C’è anche la possibilità, infine, che si tratti della personificazione dell’isola di Ischia, nata in mezzo al mare (da un’eruzione, visto che si tratta di una zona ad alta attività vulcanica), porto in cui sbarcavano i mercanti (li turche nce se vanno a reposare) e con una folta vegetazione (in questo caso la “scarola” starebbe ad indicare i cespugli), un’isola che fa gola a molti e che in tanti vorrebbero conquistare (biato a chi la vence), sia dall’alto della montagna (pe’ la cimma), sia dalla spiaggia (pe’ lo streppone). Quel che è certo è che la tarantella in questione è cantata ancora oggi e che rappresenta il canto popolare di Napoli ai suoi più alti livelli.

Gioia Nasti

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